Il Sud beddu e amaru di TURE MOST tra poesia e elettrorap

IL PENSIERO DELLA MUSICA, a cura di Angelo Sturiale

ilpensierodellamusica@gmail.com

 

 

Sono felice di annunciare che da questa settimana nascerà una mia rubrica sulla musica all’interno della rivista L’estroverso, periodico culturale fondato e diretto da Grazia Calanna, che ringrazio per l’ospitalità. Il pensiero della musica vuole essere uno spazio di lettura e riflessioni sul lavoro di musicisti creativi, compositori, performer, esecutori, artisti sonori, improvvisatori e compositori che con le loro opere, testi e performance vogliono fare sentire la propria voce (e i propri suoni!) nei modi più disparati, senza alcuna limitazione o pregiudizio teorico su generi musicali, strumenti utilizzati e messaggi da comunicare. 

Il canale privilegiato che ho scelto per conoscere meglio gli artisti sarà l’intervista, ma non escludo altri formati in futuro. Vista la complessa e variegata offerta e creatività musicale dentro e fuori la rete digitale, sono ovviamente aperto a segnalazioni di nuovi ascolti di artisti già affermati o profili originali anche di artisti al momento poco visibili. 

 

Intervista a cura di Angelo Sturiale

Ture Most è un giovane cantautore siciliano nato a Giarre e cresciuto nel borgo marinaro di Torre Archirafi, frazione di Riposto (Catania). La provenienza dal villaggio di pescatori è molto presente nei suoi brani, caratterizzati dal bilinguismo Italiano/Siciliano e dalle forti influenze elettrorap, curate dal fratello R-Most, produttore di importanti artisti come Murubutu, En?gma, Mattak.

L’artista esordisce nel 2018 con Mostalgia, cui seguirà un anno dopo, in piena pandemia, Libra, album che vanta la partecipazione del rapper milanese Caneda.

Il 2021 è l’anno del progetto Soft Drink, album uscito in 3 momenti, ciascuno caratterizzato da EP che prendono il nome da una bevanda che ne caratterizza il sound.

Le canzoni di Ture Most parlano di disillusione e introspezione, di delicati e complicati rapporti d’amore, di impalpabili magie, di miti e proverbi, di ricordi e refrain popolari. Parlano con tenerezza e rabbia di impotenza e leggerezze, di paure e di certezze, fanno ridere e sorridere. Ma sono anche canzoni amare e struggenti, iper realiste, nostalgiche e intimiste.

Musicalmente parlando i suoi brani sono caratterizzati da timbri e sonorità dal sapore urbano e malinconico, sono ben strutturati e dagli arrangiamenti eleganti, con ritmiche coinvolgenti e melodie spesso ipnotiche. Sono scritte e cantate fluidamente in Italiano e Siciliano, e si divertono a giocare con assonanze che fanno l’occhiolino a Inglese e Spagnolo in maniera mai scontata. L’uso dell’autotune in molte delle canzoni è intelligentemente equilibrato e dalla valenza sempre timbrica, coloristica, espressiva, mai effettistica o disarmonica. La vocalità di Ture Most è calda e rotonda, quasi sempre discreta o persino sussurrata, ma si fa sentire in maniera assai convincente, con intonazioni sempre molto calibrate e per contenuti realmente vissuti in prima persona o elaborati con coscienza critica dalla percezione della sua realtà collettiva. Tutto ciò ne fa di lui un cantautore certamente autentico e originale.

Come nasce Ture Most cantautore e quali sono stati i tuoi punti di riferimento musicali e artistici in generale che ti hanno ispirato?

Scrivo da sempre. Per me la scrittura è un’esigenza comunicativa: trovo ispirazione, oltre che dalla realtà individuale e sociale a me più vicina, da una combinazione di parole curiosa, dai suoni più disparati della natura, assorbendone suggestioni per me creative. Dapprima mi sono approcciato al rap puro, ma è stato sempre un “lassa e pigghia” fino al 2018, quando il mio progetto ha preso la forma che possiamo ascoltare oggi. Da piccolo sentivo sempre ottima musica grazie alle passioni di mio papà, quindi subito con Bob Dylan e De Gregori. Negli ascolti più recenti invece hanno avuto un ruolo sicuramente importante altri artisti rap e di sottogeneri vari, la nuova scuola romana, americana e francese. Ma le mie influenze non si esauriscono al mondo musicale, perché ciò che faccio è raccontare, cosa che fa anche il cinema e l’arte visiva, quindi nel mio cammino vedo tante inconsapevoli ed inconsce figure maestre come per esempio Basquiat e Wes Anderson…

(Foto di Simone Russo)

Ture, tu sei un figlio darte, tuo padre era un cantante. In Per sempre Icaro, fai rivivere sia lui che lo stesso mito di Icaro.  La sovrapposizione tra la voce di tuo padre e la tua è emotivamente struggente. Parlaci un podi questa tua canzone.

Per sempre Icaro nasce come risposta alla sua Icaro, traccia che abbiamo rilasciato nel primo disco postumo di mio padre Il sole ha vinto. Credo sia il mio pezzo preferito tra le centinaia di brani suoi di cui sono a conoscenza, e nessun brano come questo poteva esprimere al meglio il concetto di ponte tra i due mondi come questo qui. Abbiamo celebrato l’eternità dell’anima attraverso la musica, con la speranza che anch’essa possa volare il più in alto possibile.

Il tuo uso della lingua Siciliana non è per nulla folcloristico. Al contrario: lo trovo molto spontaneo, attuale, quotidiano, autentico. Quando passi dal vernacolare allItaliano, conservi unintonazione naturale fortemente siciliana, non ne correggi cioè la fonetica o dizione. Il tuo Italiano è regionale, anzi orgogliosamente locale, mai caricaturale. Ma credi che tutto ciò possa rappresentare una limitazione per un pubblico più a Nord? Come vivi cioè la tua identità da siciliano e come intendi fare apprezzare i tuoi messaggi oltre lo stretto?

Cerco sempre di distaccarmi dal Siciliano stereotipato di “Ciuri ciuri”, per esempio. E di esprimere qualcosa di più attuale, quello che è un vero e proprio slang. La spontaneità che si sente quindi nello switch linguistico è dovuta al fatto che scrivo esattamente per come penso, in Italiano e Siciliano. Ci sono quelle situazioni, in base allo stato d’animo, al momento o all’interlocutore che mi pongo di fronte, in cui dipingo con le parole, diciamo così, usando certi colori che puoi trovare soltanto nella palette siciliana che altrimenti si snaturerebbero se si traducessero in Italiano. Parto consapevolmente del fatto che a differenza di altre lingue regionali, come ad esempio il Napoletano, il Siciliano parte un po’ indietro per quel che riguarda il suo inserimento in maniera stabile e riconosciuta nel panorama musicale nazionale, come nei casi per esempio di Pino Daniele, Enzo Avitabile, Nino D’Angelo o i più recenti Liberato e Geolier, cantanti che hanno portato il Napoletano in cima alle classifiche, impresa invece un po’ più ardua per i siciliani che difficilmente hanno trovato esposizione con il dialetto, se non alcune eccezioni come Battiato, la Consoli o l’Elfo, che hanno portato il loro slang oltre la Trinacria. Io penso però che se si riesce a fare passare quella magia nella sapiente mistura tra parole e musica, il significato delle parole o comunque la loro anima può in qualche modo farsi sentire anche in chi non conosce una particolare lingua: cantiamo spesso pezzi in Inglese o Spagnolo, eppure l’alfabetizzazione media verso queste lingue non mi sembra proprio al top nella nostra nazione. Penso ad esempio al caso di Jerusalema, hit del 2020 che ha spopolato qui dove non mi sembra ci siano così tanti istituti di lingua Venda. Punto quindi all’esoticità! (ride, NdR).

Prima luovo o la gallina? Leterno dilemma. Come nascono le tue canzoni? Prima il testo e poi la musica, o viceversa?

È una magia sempre nuova. Dal punto di vista musicale Mostalgia è quasi tutto frutto dei lavori che mio fratello Roberto (R-Most) ha accumulato negli anni, lavori che in me hanno avuto un potere evocativo e hanno permesso tutto ciò che fino ad ora è stato ascoltato, ad eccezione di Acquasalata (che è nata mentre descrivevo la situazione che volevo narrare, ma da cui Roberto ha creato una sorta di San Junipero, questa realtà virtuale dove è automatico immergersi) e Nella folla, nata da un giro di chitarra e un rumore di passi inviatomi dall’Olanda dal mio amico e collaboratore Valerio [Brunetto, NdR.], che è stato ancora più presente in Libra per poi ispirare diverse tracce come Danubio, Camurrìa e Souvenir, che hanno subìto un vero e proprio rimodellamento da Roberto. Salsedine invece è il primo pezzo in cui ho composto musica e parole insieme, magia ripetuta con Taboo e Mareggiata. Quindi come puoi vedere, quando compongo tutto io la nascita di musica e parole è simultanea, a volte sento dei beat da mio fratello e lavoro su quelli, a volte è l’intervento dei miei preziosi musicisti a portare qualcosa di nuovo e “inspirational”.

Quali tra le tue canzoni contribuiscono a far capire meglio come si pensa e come si vive al Sud, senza ovviamente generalizzare? Può esistere ancora unidea di Sud, in unepoca di globalizzazione?

Il Sud resiste, quindi esiste, eccome. Sfuggendo alla globalizzazione ma lasciandosi poi assorbire in maniera storpiata e grottesca, permangono le abitudini, sia quelle belle che quelle meno belle, quindi siamo ancora vivi! Se penso ai miei brani, trovo sicuramente un manifesto del nostro Sud in Tequila e vavalaggi, Renault 5, Acquasalata, Ou, Jonia di Notte e un po’ in tutto il trittico di Sanguigna che nel suo affondare le radici nel folk esprime creativamente e criticamente una certa resistenza a quel “caldo” modo di esprimerci che però è tutto nostro, nel bene e nel male.

In Muta affronti in maniera non retorica il tema della violenza sulle donne, da uomo e da siciliano. Il testo è “tristemente” bello e veritiero nelle espressioni e concetti. Come è nato? Può una canzone far riflettere, e si spera, contribuire ad arginare questo fenomeno ancora così presente in generale nel nostro paese?

Questo pezzo è nato dalla collaborazione con Mimì Sterrantino. In occasione del primo parossismo dell’Etna del 2021, ci riunivamo nella mia mansarda di Torre Archirafi, che è un po’ la mia fortezza da cui guardo lo Ionio e a Muntagna. Mimì mi ha fatto sentire questo pezzo su cui aveva iniziato a lavorare ed io e mio fratello Roberto lo abbiamo preso in custodia e gli abbiamo plasmato sopra i tratti tipici della nostra produzione, per dare vita ad un brano che vede una tradizione fortissima nata dalla calda voce e dolce penna di Mimì, condite dal nostro autotune, dal nostro slang e dai nostri sintetizzatori. Non so quanto un brano possa cambiare le cose, ma se può aiutare a far sentire un “ominicchio” chi risponde con la violenza di genere, allora che ben venga.

Gli arrangiamenti delle tue canzoni, anche grazie al lavoro di tuo fratello R-Most (produttore tra laltro di Murubutu ed altri), sono sofisticati, eleganti, brillanti e a tratti persino sensuali. Non hanno cliché, sono sempre diversi. Ma intuisco in essi unanima sotterranea che guarda potenzialmente, diciamo così, alla possibilità di arrangiamenti anche acustici, o comunque ibridi. Pensi in futuro di accogliere sound più analogici o etnici?

Roberto è un musicista che stimo per quello che ha dentro e per come lo esprime, “e no picchí iè mo frati”, come dico sempre. Per quanto riguarda la possibilità di vedere più strumenti acustici ed ibridi, diciamo che la contaminazione sta proprio al centro del nostro progetto. Amiamo l’elettronica, ma spesso e volentieri ci troviamo a farla convivere con l’analogica, specialmente nelle versioni live di alcuni brani rivisti insieme ai nostri amici e musicisti che compongono la band.

A proposito di live, negli anni le tue esibizioni dal vivo hanno visto un importante evoluzione, anche grazie alla preziosa presenza di musicisti che hanno contribuito a renderle veri e propri spettacoli unici nel loro genere: uno per tutti Ferramost, appuntamento ormai annuale che vede protagonista la tua musica eseguita dall’alto dell’arco settecentesco di Palazzo Vigo, nel centro storico di Torre Archirafi. Parlaci dellimportanza di questo evento per te e dellatmosfera che vi si respira intorno.

All’inizio ero molto spaventato ed impacciato al solo pensiero del live, ma è bastato sentire il caloroso pubblico cantare i ritornelli già alla mia prima volta a fare scattare in me una vera e propria dipendenza da palco e dall’ambiente live in generale, dapprima con esibizioni accompagnate dal beat, che però non mi davano un appagamento pieno, perché mi sapevano un po’ di karaoke. Abbiamo quindi deciso di arricchire sempre più l’assetto live con altri musicisti, arrivando oggi alla formazione che vede R-Most alla drum machine e al campionatore, Angelo Musumeci al basso e al synth, Valerio Brunetto alla chitarra e al synth, e Daniele Turiano, maestro di chitarra. Il Ferramost è qualcosa di magico, dall’alto dell’arco vedo come una sorta di diorama, l’habitat naturale in cui passo tutte le mie serate estive che diventano teatro della mia performance, un pubblico numeroso che accorre da diversi punti della Sicilia, all’impiedi sotto di me a cantare tutti i miei pezzi a squarciagola. Sotto quell’arco ho imparato a nuotare, sopra quell’arco ho imparato a volare grazie alla mia gente e alla mia musica..

Parlaci infine del tuo ultimo progetto Soft drink. Come è nato e come si differenzia rispetto ai tuoi precedenti album Libra e Mostalgia?

Nei primi due progetti abbiamo sperimentato tanto, ciò ha comportato la presenza in contemporanea di più generi e stili all’interno di ogni album, cosa che può far sorgere spontanea la domanda “ma sei carne o sei pesce?”. Questo ci ha spinti a pensare molto ai sapori e ai gusti musicali che produciamo, e da qui è nata l’esigenza di creare un’uscita multipla e separata proprio per dimostrare le diverse stagioni, i differenti mood e i nostri cangianti modi di esprimerci e soprattutto di divertirci, senza rinunciare a mantenere al centro un’identità che vuole andare oltre al semplice kit di drum e di suoni che il mercato omologante vuole sentire. Questa scelta ha inizialmente confuso i fan e non sono ancora sicuro che tutti abbiano capito che il mio terzo disco si chiama Soft Drink e che è composto dalle 3 uscite Pop Cola, Gazzusa e Sanguigna, ma è stato divertentissimo confezionarle insieme al prezioso aiuto di Valentina Redi, e siamo sicuri che non “sbenteranno” mai!

(Foto di Valentina Redi)

DISCOGRAFIA

Mostalgia (2019)

Libra (2020)

Soft drink (2021)

Pop cola

Gazzusa

Sanguigna

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