Intervista ad Alberto Agazzani, curatore del MACS di Catania

Intervista ad Alberto Agazzani, curatore del MACS di Catania

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Alberto Agazzani (1967) è giornalista pubblicista, storico dell’arte e della musica, critico d’arte e musicale, curatore indipendente. Ha curato oltre 300 mostre in Italia e all’estero, pubblicando oltre 100 fra cataloghi, monografie e saggi. Dal 1990 al 1994 è stato collaboratore del regista e scenografo Pier Luigi Pizzi, dal quale ha appreso un rigoroso metodo di lavoro e l’estrema attenzione verso la dimensione scenografica dei suoi allestimenti espositivi, caratteristica fondamentale della sua attività curatoriale. Nel 2005 e 2006 è stato consigliere del Governo in materia di finanziamento di progetti culturali (Arcus). Dal 2006 al 2009 è stato collaboratore, in qualità di critico d’arte, del settimanale nazionale “Il Domenicale”. Dal giugno 2009 all’ottobre 2010 è stato rappresentante del Governo (Miur) in seno al Consiglio di Amministrazione dell’Accademia di Belle Arti di Macerata. Nel 2009 è commissario della I Biennale di Rimini, realizzando le grandi mostre “Altre contemplazioni. Bellezza e Tradizione del Nuovo nella pittura italiana contemporanea” e, l’anno successivo, “Confronto a dieci”, entrambe ospitate nelle suggestive sale di Castel Sismondo. Nel settembre 2010 è nominato rappresentante del Governo (Miur) nel Consiglio di Amministrazione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e vicepresidente dello stesso. Dal 2013 è curatore del MACS (Museo Arte Contemporanea Sicilia) di Catania.  

“Non c’è via più sicura per evadere dal mondo, che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte”. Un pensiero di Johann Wolfgang Goethe per chiederle qual è la sua più intima definizione di arte?

Quando i nostri antenati, oltre 35.000 anni fa, “inventarono” l’arte intesero intessere una comunicazione con un altrove ancora lontano da qualunque codificazione religiosa. Le straordinarie immagini di Altamira e Lascaux, quelle stesse che fecero esclamare a Picasso “Dopo Altamira tutto è decadenza”, o le altrettanto eccezionali figure scolpite nel legno e nella pietra da aborigeni e popoli preistorici nomadi non sono semplici decorazioni, ma una maniera per comunicare con le forze spirituali: punti di contatto fra la vita e la morte, fra questo mondo e quello insondabile dell’aldilà. In questa ottica, fortemente negata da una modernità più materialista che spirituale, l’arte era e rimane l’unica invenzione umana che dal mondo porta all’empireo sempiterno di un mistero che coincide con quello dell’arte stessa.

La direzione le ha affidato la curatela del MACS (Museo Arte Contemporanea Sicilia) di Catania. In che modo, secondo quali predilezioni e/o obiettivi, ha progettato la linea espositiva del nascente museo catanese?

Ogni critico d’arte o curatore dovrebbe incentrare la propria speculazione e la propria ricerca in una direzione espressiva e filosofica ben precisa. La mia da sempre si svolge attorno a due concetti. Bellezza e Tradizione del nuovo. Bellezza non intesa come un mero fattore estetico, ma come categoria etica e spirituale, portatrice di un mistero che ci rimanda al mistero dell’empireo invocato dai nostri antenati. La Tradizione del Nuovo, definizione solo apparentemente ossimorica, è una caratteristica fondamentale di tutta l’arte, di tutti i tempi, ed in particolare di quella italiana. Attraverso i secoli le forme della realtà sono state le medesime (corpi, oggetti, paesaggi, ecc), ma sempre trasfigurate dagli artisti in immagini sempiterne, caricate da pulsioni ed emozioni sempre nuove. L’obiettivo che mi propongo, in sintonia con la direzione del Macs, è proprio quello di dimostrare una serena continuità coi secoli che ci hanno preceduto. Una grande attenzione, dunque, all’espressività, che mai come nel nostro tempo si è arricchita di aspetti inediti, anche grazie agli straordinari apporti della tecnologia e di eventi storici (due guerre mondiali, il terrorismo, il crollo delle ideologie, ecc) mai vissuti in maniera così immediatamente partecipe e documentata. Un’arte bella, da contemplare, comprensibile da tutti sebbene misteriosa. Il Macs ospiterà opere museificate non per i blasoni dei loro creatori, ma per il loro oggettivo valore espressivo, etico ed estetico. Quindi grandi maestri del nostro tempo, ma anche giovani, magari debuttanti che dal Macs possano partire nel loro viaggio. Pittori, scultori, fotografi e videoartisti di ogni parte del mondo, accomunati da un sapere tecnico senza tempo ma prestato a sensibilità contemporanee.

All’interno del Museo Arte Contemporanea Sicilia ci sarà spazio per un “confronto con il passato”? In che modo, secondo quali principi, sarà concretizzato? Qual è, in sintesi, la filosofia del MACS?

Il Macs nasce all’interno di uno dei più incredibili luoghi della Sicilia e del mondo. Un monastero di clausura nel quale da secoli si compie il mistero della contemplazione, della preghiera e della meditazione e dove la Bellezza si manifesta come un’emanazione dello spirito. Tutto questo, che giunge a noi da secoli e secoli di storia e meditazione su di essa, costituisce l’impianto espressivo di base del nascente Macs. George Bernanos, nel suo “I dialoghi delle carmelitane”, fa esclamare alla santa madre badessa, rivolgendosi all’aspirante novizia Bianca: “Il nostro compito è di pregare, come quello di una lampada è far luce. A nessuno verrebbe in mente di accendere una lampada per illuminarne un’altra”. Il Macs intende seguire lo stesso principio: illuminare. Su un tempo, il nostro, reso oscuro dal relativismo e dall’afasia, dall’indifferenza.

La direttrice del MACS Giuseppina Napoli ha dichiarato che avendo maturato tutta la sua esistenza nel segno dell’arte, lei possiede il dono di avvicinare chiunque all’arte contemporanea riuscendo a porre, mediante la sua personalissima indagine storica e poetica ciascuno nella condizione di svelare un’opera d’arte. Quali sono gli “strumenti” adatti per penetrare un’opera così da poterla comprendere al punto di lasciarsi condurre?

Porsi davanti ad un’opera d’arte con l’atteggiamento di chi intenda mettersi in discussione, rivolgendo all’arte domande e ricercandone risposte, senza preconcetti, senza pregiudizi, sforzandosi di andare oltre l’apparenza, la forma. La Bellezza è anche questo.

Il 28 giugno 2013 il MACS sarà inaugurato con l’artista catanese Alfio Giurato. Qual è stato il motivo propulsore di questa scelta?

Le ragioni sono molteplici e a nostro avviso estremamente importanti. Un giovane pittore dal talento formidabile, siciliano, catanese, all’inizio del suo viaggio attraverso le emozioni e le inquietudini del suo tempo, del nostro tempo, ci è sembrata una scelta ideale, dal punto di vista espressivo e programmatico, per inaugurare il nuovo Museo.

Riportiamo di seguito stralci delle note critiche (raffinatissime e incisive) redatte da Alberto Agazzani pubblicate anche all’interno del sito di Alfio Giurato (http://www.alfiogiurato.it/).

“Gli interrogativi che la sua pittura ci pone (…) rappresentano la reazione intellettuale ai quesiti ed alle inquietudini poste da un’epoca all’inizio del proprio collasso. Giurato si pone in questo contesto con una soluzione estrema, non mediata da alcun compromesso e priva di qualunque protezione, consolazione, rifugio. Una pittura che nasconde e nega il suo passato, o tenta di farlo, ma che scopertamente non si nega il ricorso ad una drammaticità teatrale caravaggesca, nell’utilizzo di tagli luminosi drammaticamente estremi e resi ancora più esasperati dall’utilizzo violento di un colore mai naturalistico”. “La solitudine è l’ambito prediletto dal giovane Alfio Giurato. Più che altrove il pittore trasforma le sue immagini in esasperate metafore, lontane da qualunque realismo possibile, del terrore inquieto e ineluttabile che ammorba i nostri giorni. Figure ideali, dalle forme protese fra idealismo ed espressionismo, fra bellezza ed orrore; uomini e donne in eterna fuga da loro stessi, prigionieri di gabbie e di spazi conclusi che altro non sono se non il labirinto impossibile della propria mente..Il corpo in Giurato è un mezzo, un contenitore conscio della propria fragilità e della propria sofferenza, come in Durini ma diversamente concepito: un involucro carico di bellezza e possenza e perciò ancora più vulnerabile al dolore ed all’inquietudine”.

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