La “Condizione dell’orma” di Daniele Giustolisi. La parola “al suo massimo grado di potenza” per fare posto all’ascolto.

tre domande, tre poesie

 

Daniele Giustolisi è nato a Catania nel 1989 e vive a Bologna. In versi ha pubblicato Se scendevi per strada (Capire edizioni, 2019) e la Condizione dell’orma (peQuod, 2025). Si occupa da sempre di arti figurative, musica e letteratura. Oltre a contributi di critica letteraria e di arte su ClanDestino, Nuova Ciminera, AlmaPoesia, ha pubblicato, in saggistica, L’officina del vivere: attraverso il Diario di Angelo Fiore (Centro Studi Angelo Fiore, 2018) e Alla finestra. Sguardi, soglie, fratture tra pittura e cinema (Industria&Letteratura, 2023). Collabora con il Centro di poesia contemporanea di Catania. Ha inciso dischi in ambito rock, metal e jazz come batterista e percussionista.

Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “La condizione dell’orma”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?

Il libro viene sempre dopo la poesia, sia su un piano artigianale che, soprattutto, su un piano più profondo, sostanziale. Anzi, mi piace pensare che il libro possa anche non esserci, nell’assoluta (e banale) certezza che non basta pubblicare per fare poesia. E questo già forse dimostra la fragilità di molte cose. Tu parli di “scintilla”, ed è vero. C’è qualcosa, nella memoria, che sta nell’ordine del lampo, della fiamma. Tutte parole che richiamano a una luce bruciante. Mi vengono in mente alcuni memorabili versi: “Salvare l’ora”, “Porto in salvo dal freddo le parole”, dei compianti Giovanni Chiaramonte e Francesco Scarabicchi, che insistono su questa necessità di salvare qualcosa, potremmo dire illuminarla, appunto, per non lasciarla inghiottire dal buio, per non disperderla. La grande poesia si è sempre misurata con questo, ha sempre commosso con questo, proprio perché consapevole della precarietà splendente e implacabile della vita. Mi è sembrato che anche l’orma potesse essere un’altra immagine per sintetizzare questa estrema provvisorietà dei volti e dei nomi che costellano la vita di ognuno. Seguendo il ragionamento fatto sopra, direi che la poesia viene prima anche delle parole: è un sentimento del mondo, un sentire del cuore che appartiene credo, a gradi diversi, a ogni uomo e quando questo si trasferisce nel verso, in maniera precisa, misurata, onesta, vibrante, irripetibile, sì, posso credere (e soprattutto sentire, a partire dal mio corpo, da un suo sussulto misterioso) che la parola che leggo può bastare; è esattamente quella e altro non potrebbe essere.

La poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
Forse la poesia lavora a un livello più semplice, e proprio per questo più difficile da raggiungere. Il verbo “colmare” mi fa accendere, istintivamente, un campanello d’allarme, così come pensare che la poesia sia un discorso con il poeta o, peggio ancora, per il poeta. In parte lo è, certo. Ma sembrano aspetti più inerenti a bisogni, mentre l’arte non dovrebbe nutrirsi di bisogni ma di necessità. Mi piace pensare alla poesia (e al lavoro del poeta) come a qualcosa “in uscita”: più piena di ossigeno, che va fuori da sé, che si dà, che sa donarsi, spendersi senza riserve, che considera e rispetta gli occhi, il cuore, l’ascolto degli altri. L’inascoltato di cui parli, allora, potrebbe cogliersi proprio nella dimensione dell’incontro con l’altro. Questo fa la poesia: tendere la parola al suo massimo grado di potenza per fare posto a un ascolto autentico di quella parte di realtà che ci attraversa, ci impatta, sbatte, donando un senso vivo all’esistenza.

“L’essere stati nel vento/ una corsa sola.”, i tuoi versi per chiedere: la poesia è un destino (al pari della vita)?
“Destino” è una parola alta, bella, piena, densa, e come tale va presa con le molle, per evitare una sorta di fascinazione dagli esiti incerti, se non pericolosi o, addirittura, tragici. Se c’è un destino è sempre e solo quello dei nomi e dei corpi che abbiamo incontrato e che ci hanno in qualche modo bucato, ferito, dilatato gli orizzonti: il volto insospettabile di una cassiera, lo sguardo di una figlia, la perdita di un amico, le parole di un maestro. La poesia illumina le presenze che hanno spostato, sbilanciato, anche solo per un attimo, la nostra esistenza, riposizionando continuamente su di esse il nostro sguardo attraverso la memoria. Il miracolo avviene (se avviene) quando tutto questo, attraverso gli elementi più propri della poesia, come immagini, ritmo, musicalità, misura, supera la contingenza personale per diventare un “canto” universale in grado di innescare qualcosa nel lettore, qualcosa che sia per lui nell’ordine dell’aumento, del guadagno di qualcosa, di una sconosciuta intensità che preme lo stomaco.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie dal tuo libro; e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).

Saluto e ringrazio gli amici de l’EstroVerso con tre poesie che riguardano la mia terra, una nascita e una morte. La terza poesia che propongo, in particolare, l’ho scritta poco dopo la scomparsa di un mio amico di appena 29anni, ed è quella che ha richiesto maggiore lavoro. Originariamente era un componimento molto lungo, di almeno otto strofe, forse la più lunga poesia che abbia mai scritto, e la ragione di tale lunghezza potrebbe anche essere facilmente spiegabile. Quel testo aveva anche una sua forza, ma leggendolo e rileggendolo qualcosa non mi tornava, qualcosa si disperdeva. E così, nella versione poi pubblicata, sono rimasti appena tre versi, di cui il primo, peraltro, neanche mio, ma del prete che intervenne durante il funerale e che dice: “Non perché ma per chi”. Quel ribaltamento di domanda mi colpì molto e, al di là della triste contingenza, credo possa valere per ognuno: più che affondare nei tragici e insondabili “perché” (la cui esistenza è umanissima), bisognerebbe chiedersi “per chi”, per chi sto vivendo? per chi sto facendo quello che faccio? I segni che incontro ogni giorno di chi mi parlano? Verso chi mi portano?

*

È questo Punta San Giorgio:
la luce bianca che visita il tuo volto
come una grazia scesa nell’ombra;
e giù la costa, la greca antifona dell’onda.

*

Da questa parte del ventre
tutto il bianco della luce
è chiarezza che confonde,
e disamina misure
età che perdurano,
ore esatte
che scontornano fiati e ombre.

Ma tu porta ai nostri occhi
la riva buia della tua terra,
quel frammento di sponda
che scioglie i nodi della domanda,
mani che toccano il duro grembo
senza dire, senza sapere davvero
se quello sia corpo terrestre
o altro sperduto confine.

*

Non perché, ma per chi.
Tutto il resto precipita,
coro inudibile di nuvole.

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