Oltre la parola (nota di lettura a Telepatia di Gian Mario Villalta)

Oltre la parola (nota di lettura a Telepatia di Gian Mario Villalta)

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Esplorare le possibilità della parola, inabissarsi negli interstizi e nei chiaroscuri tra ciò che viene detto e ciò che rimane nelle pieghe di un silenzio per trovare la confluenza in cui un io e un tu possono finalmente partecipare l’uno dell’altro, realizzando così la “corrispondenza d’amorosi sensi” di cui parlava il poeta. È questa, in sintesi, la Telepatia (Lietocolle/Pordenonelegge, 2016) di Gian Mario Villalta che raccoglie diciannove poemetti di eterogenea natura, articolati intorno a un tema centrale e scanditi al loro interno (pur con qualche eccezione) in quattro parti distinte. Quasi un paradosso poetico, dunque, se l’autore si trova a dover confidare nelle possibilità dei «neuroni-telepati», già intuiti dalla poesia, per poter instaurare una ‘comunicazione’ più vera al riparo dalla finzione delle parole.

Ancora una volta nella poesia di Villalta è il pensiero, o meglio la “mente” al netto della sua “vanità” ad assurgere a facoltà guida della scrittura in versi, come si può ricavare dal poemetto che dà il titolo all’intera raccolta: «Dico che ti penso. / Penso che sia il pensiero / di te […]. // Ma sei tu che mi pensi, forse, / perché sei tu che vieni / e il pensiero che ti porta è già te: / quell’io che ti pensa, può essere che sei tu / che lo crei? // So che esisto fuori di me. // […] Forse l’oscuro di ciò che chiamiamo / essere è appartenere / agli altri» (Telepatia – III). Le conclusioni a cui perviene il soggetto poetante, sempre scavate dalla precarietà del dubbio («Forse…»), sono il risultato di un processo intellettivo («So che esisto…») che sembrerebbe non lasciare spazio ad acquisizioni di altro tipo.

Laddove infatti viene chiesto al soggetto di addentrarsi nel campo minato degli affetti la prospettiva dialogica incontra le resistenze maggiori, come nella bellissima sezione La figlia che dice che è felice in cui una cortina di incomprensione e incomunicabilità aleggia tra questa figura filiale e l’io poetico incapace di abbandonarsi a una risposta immediata (ovvero: non mediata dalle capacità razionali della mente) e adeguata allo «spudorato amore» della figlia: «“Ti voglio bene, e tu?”, se vedi / che esito, fissi gli occhi più fondi. / […] “Rispondi!” / mi obblighi – …non è certo questo / che trattiene tra me la risposta… // …quando si sposta sui figli / […] / io sempre resto senza parole» (III).

Non è un caso quindi che l’unico momento, altissimo, di «telepatia» avviene nel colloquio con i morti; in particolar modo in quello intimo e serrato con Andrea Zanzotto (nume tutelare della scrittura poetica di Villalta), Tra mi e ti, che ri-scopre le sonorità e soprattutto le potenzialità semanticamente più vergini del dialetto veneto: «Sol che tra mi e ti, in te un parlar che l’à la dh e la th, / come i nostri veci (drento ‘sta nova / comunion-distanzha, diventadhi i stessi veci), / co’ quela zh che la ne à portà / a parlar a strazhabaloòn, a strazhamarcà, co’l dialeto / e co’ l’italian, par ore e ore par très de le parole / de tute le lingue de la poesia» [Solo tra me e te, in una lingua con la dh e la con la th, / come i nostri vecchi (ora, in questa diversa / comunione-distanza, diventati gli stessi vecchi) / con quella zh che ci ha portati / a parlare a più non posso, gratis – quasi – in quantità) con il dialetto / e con l’italiano, per ore e ore attraverso le parole / di tutte le lingue della poesia].

Solo nella «comunione-distanza» di cui si fa garante la morte, interna anche al processo di formazione dello stesso soggetto esperiente («Così si passava, dicevano allora, da una / all’altra età, entrando con la maturità / nella propria persona vera» [La maturità – IV]; «Ma chi sono diventati, i dispersi, o quando / ci aspettano avanti, tutti i noi stessi / che ci hanno persi?» [Una foto di me bambino trovata a casa di mia madre – II]), la parola poetica, mostrando tutti i suoi umanissimi limiti, può arrivare alle soglie della foscoliana (e non a caso mortuaria) corrispondenza tra due esseri. Qui, in ultima istanza, la telepatia di Villalta rivela la sua natura di utopia proiettata al futuro e, al contempo, di «invenzione di un passato», rimanendo comunque la consapevolezza che in mezzo c’è un presente da vivere e scontare.

 

(in copertina foto di Dino Ignani)

 

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