Paola Casulli, “la poesia è un’identità mobile in una storia di continuità”

Paola Casulli, “la poesia è un’identità mobile in una storia di continuità”

«Ci sono mattini / di pioggia come tamburi / e boschi di periferia sono vangeli d’erba / piegati dalle cime di spesse pareti. / Nell’angolo destro del buio restiamo noi / a scavare piccole buche per i dolori perduti / nell’eco del principio». Versi scelti da “Sartie, lune e altri bastimenti”, folgorante libro di Paola Casulli, edito da “La Vita Felice”. «Benefico calore come quello del sole settembrino, avvolgente i sentimenti più profondi», introduce Salvatore Contessini. Di verso in verso, come annusando pagine di caprifoglio, la sorpresa splende e si distende tra cromie luminose, celestiali ritorni, notti striate d’azzurro, fosforo salmastro, brume nostalgiche, nuvole, trasparenze, odori di vigilie, presepi di alberi e cieli. La Casulli sembra trasumanarsi nell’intensità della contemplazione. Elevarsi, oltre i limiti dell’umana natura, per planare dolcemente sull’essenza dell’essere, eterna, immutabile, compiuta «nell’imperfetta bellezza delle cose / familiari».

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Indossavo sempre un cappottino indaco, lungo fino alle caviglie. Era la mia fissazione. La mia protezione contro il mondo. Avevo 14 anni e un giradischi dove facevo riavvolgere compulsivamente – “A Zigo zago c’era un mago con la barba blu. Sul grande lago navigava con la sua tribù” – . Diventai poeta la sera che morì uno dei miei cardellini, colpito ad un’ala dalla mia gatta, miNù. Il mio colore preferito era il verde smeraldo e rivestivo i libri con carte di questo colore. Leggevo, di nascosto dai miei genitori che volevano facessi i compiti piuttosto che sognare ad occhi aperti, Madame Bovary, i racconti dell’orrore di Edgar Allan Poe, Shelley e Keats. Nessuno mi aveva mai spiegato cosa fosse la poesia né avevo mai pensato che io potessi scriverla, un giorno. Ma quella sera, la sera che indossai il mio cappottino indaco sopra il pigiama e corsi sotto la pioggia portando dal veterinario il mio cardellino ferito, a terra nella gabbietta, la mia adolescenza si trasformò in versi. Il cardellino morì. E anche la sua compagna, per il dolore e l’assenza. I miei genitori erano abbastanza ignari delle mie acute sofferenze e anche dei miei sogni possibili, ammesso che a quell’epoca ne avessi qualcuno. Non è una cosa che ricordo. Li ho sempre considerati un lusso. Ricordo la velocità, la precisione, la determinazione della mia genesi poetica. Non aveva colori pastello, la mia prima poesia. Era abbastanza oscura e cupa ma questo mi dava un certo sollievo. Sembrava essere germinata dalla libertà morale di chi sperimenta, molto giovane sulla propria pelle, la morte e l’abbandono. Qualche anno più tardi, la morte di mia nonna mi diede l’esatta cognizione del mio primo postulato. Siamo liberi nel momento in cui la morte ci sonnecchia vicino e noi trasformiamo in poesia il dono di un cuore nuovo da un donatore di grande prestigio: il tempo. E passare dalla morte di un cardellino alla perdita di un essere umano lungamente amato, segnò l’apoteosi del mio scrivere. Forse uno psicologo mi avrebbe detto – benvenuta nell’età adulta -, ma io questo lo ignoravo. Ciò che sapevo era che la poesia mi apparteneva e io appartenevo a lei. Non era brutta, la mia prima scrittura poetica, anzi. Era piena di domande ad un dio nascosto e che sconosciuto lo sarebbe rimasto negli anni a venire. Avrei voluto trattenerne qualcuna di quelle domande di ieri per le risposte di oggi. Ma, in questo presente che mi dimora, ho solo la poesia come scadenza, come tempo che ancora non mi basta fino in fondo.

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?

Being but men, we walked into the trees
Afraid, letting our syllables be soft
For fear of walking the rooks,
For fear of coming
Noiselessly into a world of wings and cries.

If we were children we might climb,
Cath the rooks sleeping, and break no twig,
And, after the soft ascent,
Thrust out our heads above the branches
To wonder at the unfailing stars.
Out of confusion, as the way is,
And the wonder that man know,
Out of the chaos would come bliss.

That then, is loveliness, we said,
Children in wonder watching the stars,
Is the aim and the end.

Being but men, we walked into the trees

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
Spauriti, pronunciando sillabe sommesse
Per timore di svegliare le cornacchie,
Per timore di entrare
Senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
Catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un
rametto,

E, dopo l’agile ascesa,
Cacciare la testa al disopra dei rami
Per ammirare stupiti le immancabile stelle.

Dalla confusione, come al solito,
E dallo stupore che l’uomo conosce,
Dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
Bambini che osservano con stupore le stelle,
È lo scopo e la conclusione.

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

Un testo questo, di Dylan Thomas, scoperto in una lettura dei miei trent’anni. Un libro che ha più sottolineature che righi, e che ho riposto su uno scaffale lasciato deliberatamente vuoto della mia libreria. Dove non c’è altro, se non lui, con la sua ingombrante lezione di vita. Unico peso, la sua poesia carica di tensione etica ed emotiva. La caducità espressa nelle cose degli uomini non è e mai sarà esente dall’innocenza. Anche quando questa è solo immaginata o quando inesorabilmente dobbiamo risvegliarci da un sogno. La finitezza delle cose, le paure del presente, lo sconvolgimento dell’anima, tutto conserva miracolosamente intatto l’incanto di una purezza senza contaminazione alcuna. Un insegnamento che non dovremmo mai dimenticare.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (altrui) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Ma il segreto è solo resistere
attraverso tutte le apparenze; ed è quello che facciamo,
e certo, lo so che sei tu;
ed è quello a cui arriveremo, prima
o poi, quando sarà ancora più buio
di così, quando la neve sarà più fredda,
quando sarà più buio e più freddo
e le candele ci saranno inutili
e la visibilità sarà zero: Sì.
Sei sempre tu. Sei sempre tu.

Tratto da “I mutaforma d’inverno” – Margaret Atwood

Sono nata su un’isola. Se c’è qualcuno che ha sperimentato la perdita di confini ancor prima di qualsiasi appiglio, questo qualcuno sono io. A 15 giorni viaggiavo già per mare, tra le braccia sicure di mia madre, durante una tempesta mai vista al largo delle coste campane. E ho continuato a viaggiare fino ad oggi. Non ho ancora smesso. Ciò che ho ereditato è un’inquietudine, fastidiosa per le chiacchiere da salotto, ma utile per restare sospesa quando le cose si mettono male. Ciò di cui ho bisogno è la percezione del tempo, di un tempo che annoti, trattenendo al di là le tenebre dell’indicibile, il senso di una pace che discenda dalle parole. Il conforto per “quando sarà ancora più buio”. Questa prospettiva mi da un fondo di ansia e di paura a cui attingere per la mia scrittura, e ciò è cosa buona. Nello stesso tempo mi fa rimbalzare tra un senso di potenza e di forza, e anche queste sono attitudini utili se usate per la sopravvivenza. Questa poesia, questi versi, mi danno l’esatta cognizione della resistenza. Del farcela sempre, oltre l’aspetto ruvido delle cose, Quando non si può scegliere se restare o fuggire, fino al momento del “Sei sempre tu”…

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Difficile dare una definizione. Si rischia una teorizzazione che guarda alla poesia, insieme dell’Io poetico e del poetabile, solo come all’oggetto concreto, fisico, tralasciando la lettura simbolica, atemporale dei dati della realtà.
Esiste, infatti, un Io poetico che, per sua natura irripetibile e universale, si propone immodificato nei secoli e che non può essere definito se non come una sorta di demiurgo, un artefice sommo, scevro dai condizionamenti temporali. Un’Io misterioso, orfico, dal cui esoterismo, che coincide con l’origine mitica del linguaggio, si dipana la parola originaria.
Dall’interno di questa visione, di questo universo carico di pulsioni primigenie e ancestrali ricondotte a incontaminata purezza, avviene l’epifania, l’evento rivelazione del poetabile, spazio poetico che, dalla forma aurorale delle conoscenza, approda al quotidiano. Ne diventa parte essenziale, ne indaga i dettagli, le forme, richiama alla memoria in una libera e liberata effusione di soggettività nei vari contesti di appartenenza.
Se il primo, l’Io poetico, appartiene alla sfera del metafisico e del sublime, il secondo, il poetabile, agisce in un orizzonte che è quello dell’esperienza individuale nella quotidianità dell’esistenza. È rivelatore di eros, pulsione, morbosità, enigma, sofferenza, intimità, abisso, e tutte le altre saturazioni del dicibile con le proprie tensioni.
Se dunque una sorta di definizione è possibile, essa perimetra, comunque non senza pericoli di asfissia anche in questo caso, solo ciò che è poetica, concetto che esprime la sua natura estetica. Cioè come un autore o una scuola, un movimento poetico, elabora il suo poetabile. La poetica è insomma lo strumento che incapsula in una struttura, in una barriera della forma, ciò che è astrazione e allusività. Ancorandole ad un tracciato più nitido, contaminato da aspetti sociologici, storici e anche, perché no, economici.
Dunque non definirei il suo lirismo ma solo la sua retorica, non la forza del suo mondo sensoriale, lo spessore del suo corpo poetabile, delle sue oscure e sotterranee pulsioni ma la loro pronuncia, la modalità di espressione, e di come essa si struttura tecnicamente nel contesto in cui appare. Insomma è il canone, la convenzione, ad essere definito, l’insieme delle regole linguistiche, metriche, sintattiche, in una pluralità di lingue e di registri. Ed ecco che la definizione di poesia come poetica la si può spiegare come ermetica, simbolista, crepuscolare, naturalistica, etc.. La definizione attiene al suo involucro non al suo nucleo, perché spiegare il nucleo significherebbe spiegare l’uomo, il Poeta. E non sarei in grado di impostare con lucidità un argomento così vasto senza incorrere nel turbine delle mie stesse emozioni. Ci tengo a precisare che la mia difficoltà di proporre etichette o tradizioni vincolanti, non reclude la poesia nel relativismo, nella transitorietà pura. Il mio è un tentativo di salvaguardarla da quei tecnicismi, sperimentazioni e dalla sua pura funzione linguistica che secondo me allontana dalla suggestione. E non garantisce l’ascolto intimistico cui la pagina poetica inclina. Più che al lettore e al poeta, la definizione appartiene al critico. Imporre al lettore un abito mentale fatto di dettagli estetici rischia un’interruzione del circuito autore-lettore nel fluire diretto dall’io poetico al poetabile.
E la poesia è imprevedibilità, è seduzione. “È sempre guerra”, come scrive Mandel’štam. “Non c’è pace o armistizio”. “Il discorso poetico non è mai sufficientemente pacificato; vi si scoprono sempre antichi dissidi”. È un’identità mobile in una storia di continuità. Ecco, alla fine la definizione me l’hai estorta…(rido)

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Quando ha musica, seduzione, magia. “La musica prima di tutto”. Lo scriveva Verlaine e a ragion veduta. Una poesia è compiuta quando si fa spartito, quando la musicalità dei versi irrompe nell’animo umano, stregandolo. È un accedere al mondo immaginifico delle metafore e dei simboli che si fanno acustica. “Il poeta non è solo il musico”, scriveva Mandel’štam a proposito del poeta simbolista ma che io estendo al poeta tout-court; “è anche lo Stradivari, è cioè un grande liutaio, attento al calcolo delle proporzioni della cassa armonica, della psiche dell’ascoltatore”. Non un’astratta estetica della parola dunque, ma uno schioccare di versi che come note risuonino nelle orecchie di interlocutori privilegiati, di coloro che riconoscano la pienezza dei suoni, e seduca tutti gli altri uomini, quelli reticenti, quelli che considerano la poesia un folclore transitorio, una stella mutevole, un ponte senza alcun paesaggio, una zolla corrugata. Perché il poeta è un “rabbi che accorcia le distanze”. Sempre e dovunque ci saranno uomini affascinati irrimediabilmente da Lei. La seduzione. La poesia è compiuta quando ricamando sulle nostre colpe agisce nel nostro buio più profondo, senza indicazioni, senza direzioni prestabilite. Quando ha in sé una connotazione di tenebra e la sua genesi è un atto di creazione rivale. Opporsi alla conoscenza del mondo consapevole e scavare “au fond du gouffre”, è il suo processo naturale. La magia. La poesia è compiuta quando è negromantica. La magia che opera sulla morte e riconquista l’Eden, metafora dello stato incontaminato dell’origine. Quando il valore assoluto della sua parola, che ha matrice tribale di metafore e simboli, trascina il lettore in una dimensione sciamanica. Un forma di percezione connessa con la condizione di tutto il corpo, il punto più vicino cui si possa giungere nella conoscenza immediata di se stessi.

La poesia necessita più di ascolto o di essere ascoltata?

Ascolto. – Perché? – Mi chiederai tu, e io ti risponderò ancora: – ascolto -…

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

Togliere i chiodi dalle croci dei cristiani, intesi, come spiegherebbe mio padre nel suo dialetto pugliese, di uomini tutti. Dare sollievo, farsi squisitamente onirica per i momenti di immaginazione, farsi cardine per uno sguardo più indulgente della vita nelle nostre esistenze. Farsi terra ricoperta di soffice neve per accogliere le impronte del nostro passaggio sulla terra.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?

Assolutamente si. Una poesia che non si adatti al periodo storico in cui si produce sarebbe sclerotica, priva di identità. Deve, per suo compito e intento, ritrarre la complessità della sensibilità contemporanea, perché chi leggerà dopo di noi abbia un’esatta sintesi del patrimonio culturale di quello che è stato il nostro tempo. Certo non deve piegarsi al tempo breve dell’immediatezza o della moda, ma essere il tempo lungo della dimensione di un’epoca. Tracciare una mappa, insomma, non solo dell’atto poetico per sua natura individuale, ma rispondere alla sua natura anche sociale. Per essere persuasiva deve unificare la molteplicità di modi e di forme individuali alla verbosità di una intera società, senza mai essere meccanica o obbligata certo, ma concertare in maniera fluida, l’interazione di piani percettivi eterogenei.

Qual è stato, ad oggi, il più grande insegnamento ricevuto in dono dalla poesia?

Come dicevo sono sempre in viaggio. La poesia scandisce il tempo dei miei pensieri. Del mio andare e tornare. Il tempo metrico è funzionale al tempo della mia esistenza. Percepisco ciò che vivo da ciò che scrivo. La poesia è la base solida delle mie utopie. Sono una vagabonda per vocazione, tendo ad allontanarmi troppo spesso da me stessa e dal mondo. La poesia mi fa dono di sé come sfida all’entropia dissipativa del mio essere sempre altrove.

Per concludere, ti invito a scegliere tre poesie dal tuo nuovo libro per salutare i nostri lettori.

Sapevamo di essere nella stessa vita
a bassa voce
come crocifissi appesi al muro
quasi dispiaciuti, volgendo lo sguardo
altrove.
Così mai più visti.
Colti da quella strana euforia del dolore.
A dirci mille volte preghiere. A farci dei
vestiti addosso bianchi fiori. Compiuti
nell’imperfetta bellezza delle cose
familiari. Un rapimento la vasta luce diamante
che pare sangue di un nuovo toccare.

Tu sai
come baciarmi dentro
mordermi dalle costole le ali che fanno male.
Voglio strade che dormono vuote
mentre io resto insonne
a chiedermi se godi o tremi
lontano dalla mia notte.
Il mio corpo disabitato gocciola resina,
ho fiori sulla fronte e brina
e mille pianure che cantano di te.

E poi è di nuovo sabato.
Le nostre scapole ricordano i punti oscuri,
quel modo arbitrario di essere felici e tuttavia
è così poco lungimirante il tuo viso quando sorridi
e fai brillare gli occhi in quell’angolo del letto
dove fiorisce l’oleandro.
Adesso tu che siedi come chi siede sotto un albero
a chiedermi un ritratto.
Io non faccio domande.
Sei così bello
è meglio che io non veda
è meglio che io non veda niente.

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 06.10.2019, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

Potrebbero interessarti anche