Scritture di tradizione, scritture di liberazione

Scritture di tradizione, scritture di liberazione

Nicola Ghezzani

rubrica, lo scrutatore d’anime

Talvolta si scrive allo scopo di diffondere, nello spazio e nel tempo, una parola già nota, già pronunciata, ma nota e pronunciata solo in ambiti ristretti: ed ecco che la scrittura si offre come strumento di trasmissione. Altre volte invece – e non sono poche – si scrive per rivelare una parola segreta e taciuta, sicché la scrittura diviene un atto di trasgressione, di rivelazione, di affermazione morale. In entrambi i casi, scrivere è un atto di forza. Adoperata per trasmettere, la scrittura amplia il dominio di ricezione e di partecipazione di un discorso, di un pensiero, produce consenso, amplia e consolida un ordine. Adoperata con l’intenzione di svelare un segreto, opporre una critica, prendere posizione, quindi di trasgredire la tradizione trasgredire, essa definisce e argomenta un dissenso, separa ed esclude una parte rispetto a un’altra, sfida un ordine.

Al cuore della scrittura e del suo rapporto con essa sta un paradosso originario: sin dai più remoti tempi storici si scrive per fare un elenco di merci, tenere un’anagrafe di beni o di persone, istituire e trasmettere norme giuridiche: dunque, per definire, consolidare e talvolta ampliare un ordine. Ma nel momento in cui una mano scrive, quella stessa mano prende coscienza di se stessa: una mano scrive e un testo appare, ed ecco che la mano è, allo stesso tempo, oggetto e soggetto di quella scrittura. Obbediente alla dettatura – quindi anche alla dittatura della tradizione – quella mano è subordinata a una molteplicità di dettati; ma anche a una volontà che si riconosce oggetto di se stessa, quindi auto-consapevole e personale, una soggettività opposta all’oggettività.

La scrittura rivela allora entità che si contrappongono, anche in uno stesso soggetto, talvolta nello stesso testo.

Che si possa scrivere contro un ordine sociale non v’è dubbio: basta pensare alle Lettere di Paolo alle comunità cristiane: appelli alla conta e a una prudente e tattica insubordinazione; come anche alla letteratura millenaristica, che proietta in un futuro mistico ed esoterico l’avvento di una agognata rivoluzione. Che si possa scrivere nonché contro un ordine sociale anche contro l’identità è invece più sottile e misterioso. Ma accade. Accade sia in scritture mirate allo scopo che nell’ombra, nella ridondanza, di ogni atto di critica sociale, che contiene – come la già citata letteratura paolina – una dissociazione interna al soggetto. Mentre scrive ai confratelli cristiani, Paolo scava sempre più la distanza dal suo vecchio Io, quello ebraico romanizzato: più scrive del suo nuovo mondo, più mette sullo sfondo il vecchio.

Si scrive, dunque: ed ecco che se ne può vivere o morire, sia in quanto si attacca un ordine sociale oggettivo, sia in quanto si attacca un ordine identitario, l’ordine in cui abita e vive il proprio Io. Questo secondo caso dipende da come la parola cade all’interno di quello che altrove, nei miei libri, ho definito ordine del sistema.

Nella mia concezione, l’ordine del sistema è quella complessa struttura psicosociale all’interno della quale la nostra identità prende forma e coscienza di sé, struttura psicosociale costituita dai ruoli antropologici generali e storici particolari che s’impongono a ciascuno di noi in rapporto ai processi di educazione e socializzazione. Nella misura in cui la nostra identità ha bisogno di quest’ordine per continuare a esistere e riconoscersi, esso si materializza in un rete concreta di beni, di norme, di valori e di rapporti rispetto ai quali la nostra posizione è allo stesso tempo di passiva partecipazione e di attiva trasformazione. Nella mia concezione, l’ordine del sistema è la base fattuale, di natura socio-storica, sulla quale si costruisce quella istanza interiore che, seguendo la psicoanalisi, chiamiamo Super-io.

Definizione complessa, questa di ordine del sistema, con la quale intendo dire che per ogni singolo soggetto esiste – nella sua mente e nella sua materialità sociale – una composizione di elementi, una struttura articolata di entità materiali, ricavata all’interno del sistema sociale di riferimento, che determina la sua identità.

Ricordi impressi nella coscienza e nell’inconscio di ciascuno di noi, che sono sintesi di relazioni, di affetti e di valori; e poi istituzioni, tradizioni, norme e consuetudini che fanno parte della nostra vita sia esteriore che interiore; nonché etiche e morali soggettive; segni e simboli della nostra cultura; luoghi e personaggi della nostra memoria sia breve e labile che di lunga durata, nonché della memoria storica: un insieme di concreti oggetti materiali e di vaghe rappresentazioni mentali, posti in un preciso ordine gerarchico, che delimita e da forma ai percorsi dell’Io. Quest’ordine è allo stesso tempo dentro e fuori di noi: è alla base del nostro orientamento spazio-temporale come anche del Super- io, vale a dire dell’istanza psichica che governa l’Io nelle sue espressioni morali, quindi nei suoi atti.

Con l’atto della scrittura – atto di oggettivazione – non siamo più solo dentro al “nostro mondo”; siamo anche di fronte ad esso: e mentre lo contempliamo, esso mostra di possedere un ordine. Noi possiamo agire, parlare e scrivere all’interno di quest’ordine, oppure allo stesso tempo dal di fuori. Possiamo sdoppiare la nostra identità e scrivere dal di fuori di quest’ordine, quindi – anche – contro di esso.

Questa potenzialità fa della scrittura un atto tempo mnemonico e  imitativo e, allo stesso tempo analitico, dubitativo, critico, eversivo: qualcosa di cui aver paura. Si possono leggere racconti horror, come quelli di Michael Crichton, senza essere di fatto turbati nella propria relazione col mondo; e racconti realistici come quelli di Maupassant o di Carver, e sentirsi sfidati nella propria intima adesione al mondo della realtà quotidiana, oppure racconti “assurdi” come quelli di Kafka e avvertire un’angoscia che morde le radici stesse dell’Io. Possiamo scrivere un trattato politico e aderire a una confortante ideologia e scrivere un banale diario e sentirci, nell’atto della scrittura, toccati da un alito magico di estraniazione e di alterità. Essere con o essere contro spesso sfugge alla nostra volontà; quando è contrario a un ordine identitario costituito, è un atto che postula la partecipazione di quell’istanza della psiche che ho chiamato Io antitetico: l’Io si guarda come in uno specchio, tratta se stesso come un costrutto di cui può fare altro, e sovverte le base della propria identità.

La scrittura è, dunque, sempre una questione di vita o di morte: può rinnovare il noto, il consueto, il familiare, col rischio tuttavia di uccidere la creatività; oppure uccidere il vecchio Io e con ciò stesso dare la vita a nuove possibilità di esistenza.

 

 

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