Senso e non senso: Kafka, Brodskij, Schmidt

Senso e non senso: Kafka, Brodskij, Schmidt

Sergio Fiorentino Sognatrice con pleiadi
Sognatrice con pleiadi, Sergio Fiorentino





Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere.

(I. Brodskij, Dall’esilio)

Sembra niente la rete temporale se alla fine non fosse una condanna. Non l’unica. Infatti, l’invisibile avvolge l’espressione e il senso a cui dovrebbe indirizzare. Un non senso nascosto infiltra atti e parole, con la forza costante dell’ignoto, cui la coscienza sfugge per paura, una fuga senza fine inutile come un andare cieco, privo anche di un’ombra di salvezza, che somigli a libertà espressiva.

Un testo, un pensiero o un’immagine non  sono mai del tutto liberi: condizionamenti sottili ne inficiano formazione e svolgimento. Un autore non è mai, per così dire, “soltanto se stesso” e, se una certa “tradizione” contribuisce a conferire forma e spessore al suo linguaggio, esiste tuttavia una rete di regole, precetti, consuetudini, forme, emozioni, idee e pensieri pre-formati e non elaborati, spesso “assoluti”, considerati cioè immutabili e mai messi davvero in discussione, che comunque ne condizionano l’opera. Queste regole, solo apparentemente razionali, influiscono sull’elaborazione e la stesura. Il senso originario che l’artista avrebbe voluto dare alla sua creazione risulta infiltrato da un senso “altro”, spesso diverso, al punto da presentarsi come non senso che l’autore non può evitare in quanto inconsapevole portatore di contraddizioni insite nel suo essere personale, rispetto all’inconscio, e alla sua struttura psichica culturale-collettiva, rispetto alla società in cui vive. Quel non senso è allora espressione della contraddittorietà umana dell’artista, del suo involontario appiattimento nel substrato inconscio-culturale che lo circonda e costituisce e, se un senso possiede, è proprio quello di svelare l’assurdo che nasconde.

Prendiamo ad esempio alcune opere di Kafka, di per sé spesso oscure e apparentemente prive di un senso immediatamente percepibile. Ebbene, proprio quell’apparente non senso è il senso, il significato nascosto e perturbante che Kafka ci pone di fronte in maniera estremamente pulsante anche se, in apparenza, neutra. Pensiamo al Processo o alla Metamorfosi o alla Lettera al padre. Tutta la scrittura di Kafka si svolge in una condizione di ineluttabile neutralità, come se le mostruosità di cui parla fossero la cosa più normale del mondo. Questo l’apparente non senso e questo il vero senso. Infatti:

[…] la scrittura di Kafka porta a compimento nell’evento catastrofico della trasformazione in un insetto ciò che viene impartito da una famiglia borghese, e cioè l’ingiunzione all’aberrazione, alla mostruosità della vita quotidiana.
Apparentemente la civiltà amministrativo-burocratica e la famiglia borghese risultano essere prive di senso e di intenzione; ma se guardiamo bene lo sono per una tecnica descrittiva, psicologistica, narrativa; non lo sono invece per Kafka il quale […] porta alla luce la grammatica dell’intenzione e del senso della civiltà borghese che attraverso la figura del padre si compendia nell’ingiunzione dell’aberrazione animale (A.G. Gargani, Lo stupore e il caso, Laterza, Bari, 1985, p. 82).

Il che significa che civiltà, Stato e famiglia spingono l’individuo a regredire ad arcaismi di livello istintuale al quale esse stesse esistono, laddove il Padre non opera più castrazioni simboliche verso la cultura, ma agisce come super–io sadico capace di annientare ogni anelito all’essere. Un Processo implacabile, cui tutti siamo sottoposti e la sentenza è già scritta. Questo il senso di un evidente non senso: la sconfitta dell’individuo.

La massificazione sociale – specchio dell’indifferenziato dell’inconscio –  ha rappresentato un fenomeno dominante in ogni epoca del mondo, sempre favorito dal potere costituito del momento. In tale (dis)ordine, ogni significante sfuma e l’individuo risulta appiattito in qualcosa di poco chiaro e comunque calato dall’alto, che spoglia di ogni responsabilità personale, a volte persino da quella di pensare.

Iosif Brodskij, che ha pagato con l’esilio il rifiuto di appiattirsi sulle regole ottuse dello Stato Sovietico e di accettarne le imposizioni massificanti, proprie di un narcisismo primario patologico esteso alla gran parte dei membri della società e aggravato spesso da paranoia, ha reso palpabile il non senso della rinuncia all’individuo e alla libertà di espressione attraverso le pagine memorabili che, nonostante tutto, ha continuato a scrivere.

Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, p. 52).

Letteratura come antidoto all’ottusità, questo il rimedio, perché, usando le parole di Brodskij, la letteratura e la poesia sono “uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo” (ibidem, pp. 61-62).
L’arte scardina, con la sua intuizione simbolica del “non ancora”, vecchi ordini affannati e la ragione massificata che li sostiene viene messa in crisi.

Ciò che è entrato in crisi è l’immagine totalizzante che connetteva le esperienze socio-culturali in un che di pieno e armonico. Il superordine della razionalità tradizionale si è rivelato a un certo momento un codice in stato di usura. Null’altro che un sistema di convenzioni secondo le quali ci era stato ordinato di guardare (A.G. Gargani, a cura di, Crisi della ragione,  Einaudi, Torino, 1979, pp. 42-43).

Nel 1979, quando Gargani scriveva queste parole, si palesava effettivamente un movimento capace di prefigurare una diversa visione del mondo sorretta dal così detto “pensiero debole” che sembrava favorire una ricerca di senso non più incatenato alle proposizioni riconosciute insensate del vecchio ordine. Questa intuizione permetteva a Gargani di affermare che “ci emancipiamo dall’immagine servile della storia come svolgimento di una linea retta di eventi verso un termine finale, perché la storia si svolge sì, ma secondo una linea curva che ricade su se stessa, senza far intravedere il luogo aperto finale in cui ogni cosa andrà a posto. Significati, norme, valori, forme di sapere vengono a disporsi entro le linee concentriche di una realtà e di un’esperienza più vicine, dirette e accessibili. Di qui il riavvicinamento significativo, che si è prodotto nel nostro tempo, delle forme del sapere e del linguaggio a ciò che ci circonda, alle circostanze della vita comune, alle situazioni dell’esperienza quotidiana, al mondo che noi stessi siamo” (ibidem, p. 45).

Si trattava tuttavia di un dibattito ristretto a pochi studiosi che non ha mai coinvolto altre sfere della società dove, paradossalmente, il pensiero si è sempre più “indebolito”, tanto da cedere spazio a un non-pensiero che subdolamente ci avvolge e trascina verso vecchie forme a-significative dell’esistere, come qualunquismo, lassismo, edonismo, “berlusconismo” e ogni altra forma di “ismo”, portatrici della fascinazione mortale della massa, e dove la famiglia ha continuato a svolgere sempre di più il suo effetto “disimpegnante”. Come scrive Bollas, “Se esiste una dialettica del ‘lavoro di morte’ (Pontalis, 1981), in cui genitore e figlio sviluppano una preferenza reciproca a mantenere il Sé non nato, questa alleanza prospera nel disturbo della personalità del figlio, in seguito al netto rifiuto del genitore di essere vivo nella realtà interiore del figlio. Questo è il lavoro di morte di certe vite familiari in cui il figlio interiorizza progressivamente questa alleanza e la trasforma in termini del suo rapporto con se stesso come oggetto. Il che, alla fine, produce il rifiuto di avere una vita interiore del Sé” (Bollas, L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 2001, p. 151).

Il tema meriterebbe di essere approfondito, con ampie escursioni nei lavori di Jung sul conflitto tra individuo e collettivo, ma non è questa la sede opportuna per farlo. Mi sento invece di proporre una breve lettura di un autore poco noto nel nostro paese, Arno Schmidt, che del conflitto tra individuo e potere massificante si è occupato nel corso della sua intera vita, tentando, attraverso la letteratura, un disperato riscatto di senso dal non senso, in particolare nella Germania della sua epoca, senza trascurare frequenti immersioni in altri periodi della storia, dove quel conflitto era altrettanto vivo.

E nellagorà fanno ressa prestidigiatori truffaldini e pugilatori, tagliaborse, ruffiani, ciarlatani e puttane. E nel migliore dei casi si tratta di poveri deficienti, zerbinotti vanesi e tromboni privi di cervello. E ognuno di costoro è soddisfatto di sé, si atteggia a massima dignità, si inchina con cortesia, gonfia grossolanamente le guance, gesticola con le mani, guata allocchito, schiamazza, strilla. […] Questi sono i piccoli; e i “grandi”: ogni uomo di stato, politico, oratore, principe, condottiero, ufficiale, va strozzato senza indugio, prima che trovi il tempo e l’occasione di acquistare il nome di “grande” a spese dell’umanità (Arno Schmidt, “Enthymesis ovvero Q.V.O.”, in Alessandro o Della verità, Einaudi, Torino, 1965, p. 60).

Il costo che l’umanità paga al potere spersonalizzante dei canoni collettivi da cui si lascia acriticamente rivestire è senz’altro enorme; tra gli effetti peggiori, la perdita di ogni linguaggio significante. Pochi riescono ad opporsi e tentare di restituire un senso possibile al mondo che viene precipitato nel non senso muto della massa. Nell’ultimo romanzo di Schmidt pubblicato in Italia – in realtà il suo primo lavoro – Leviatano o Il migliore dei mondi, questo tentativo risulta palese, come l’inevitabile sconfitta.
Nella Germania bombardata dagli alleati, un gruppo di profughi sale su un treno diretto verso un’improbabile speranza di salvezza. Durante il viaggio, il soldato Schmidt racconta a un vecchio moribondo la storia del Leviatano, la Bestia che ci affligge e condiziona senza molte speranze di liberarsene. Nel corso del viaggio e di innumerevoli bombardamenti cui il convoglio è sottoposto, molti moriranno, fino all’epilogo inevitabile: un furioso cannoneggiamento distrugge il ponte sul quale il treno stava transitando. Resta in piedi un unico pilone, quello che sorregge ancora il vagone di Schmidt e di Anne, la nostra inafferrabile anima, sempre desiderata e mai raggiunta. Nella nebbia, il soldato Schmidt lancia degli oggetti alle due estremità del pilone, ma non si sente alcun rumore: intorno c’è soltanto un vuoto invisibile e ovattato. Tuttavia, in quel lancio nel vuoto, il soldato troverà la forza di pensare “volate brandelli!” perché l’essere non si arrende mai e anche nelle condizioni più impossibili troverà il modo di prendere coscienza del nulla insensato che lo avvolge e dare slancio alla propria anima, magari per morire.

Schmidt era un poeta, totalmente sopraffatto dall’epoca di violenti sconvolgimenti in cui ha vissuto. E non poteva essere altrimenti. Tuttavia, la sua opera rimane ed è oggetto di lettura e studio in paesi oggi più evoluti del nostro. Nelle sue pagine è evidente la battaglia sempre perduta contro il Leviatano del non senso, soprattutto nella raccolta di racconti Alessandro o Della verità pubblicata da Einaudi nel 1965. Di lui si potrebbe dire che “la lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito […] Un sistema politico, una forma di organizzazione  sociale, come qualsiasi sistema in genere, è per definizione una forma del passato remoto che vorrebbe imporsi sul presente (e spesso anche sul futuro), e chi ha fatto della lingua la propria professione è l’ultimo che possa permettersi di dimenticarlo” (I. Brodskij, op. cit., p. 45).

Dunque non dimenticare e, per svolgere almeno una piccola parte, magari involontaria, nella battaglia immane tra il non senso del nulla e la ricerca di un senso possibile dell’esistenza individuale, nelle difficoltà del mondo asciutto dove la notte cancella anche le stelle e luna vagabonda non conosce il riflesso che emana, consiglio sommessamente l’unica cosa che a me pare possibile: continuare a scrivere, continuare a leggere.

 

 

 

 

 

 

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