Silvia Rosa, “la poesia è il luogo della cura”

Silvia Rosa, “la poesia è il luogo della cura”

Poesia come luogo dell’infanzia, «mia foglia immaginaria rame / e oro che porto in una tasca». Poesia come luogo dell’epifania, «la gioia elementare d’essere / dentro un cuore altro, a casa». Poesia come luogo dell’ubiquità, «nello spazio tra le tue costole e / il riflesso calvo del cielo». Poesia come luogo dell’accrescimento sensoriale, «altrove un silenzio / che mi trattiene, la perfezione di un angolo / popolato di desideri da cogliere come piccole / pesche o corniole, un Eden a portata di occhi». Poesia come luogo dell’attesa, «oltre il per sempre». Poesia, direbbe Sanguineti, come sguardo vergine sulla realtà. Parliamo di “Tempo di riserva”, nuovo libro di Silvia Rosa, edito da “Giuliano Ladolfi”. Un “calendario”, scrive Gabriella Montanari nella prefazione, che, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione: quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta.

Qual è il ricordo legato alla tua prima poesia?
È un ricordo lontanissimo nel tempo, ma emotivamente molto vivido: risale alla mia prima infanzia ed è legato a mia madre. Quando ero piccola trascorrevo ore e ore tra le pagine di un libro, il primo volume di un’enciclopedia per l’infanzia, I Quindici, in voga negli anni Settanta. In quelle pagine c’erano immagini incantevoli e soprattutto filastrocche, nenie, e moltissime poesie, c’era Rodari, ma anche Leopardi e Ungaretti, e un mondo di parole nuove. Mia madre le leggeva per me, e io piano piano avevo finito con l’impararle a memoria, prima ancora di saper leggere e scrivere da sola, di saper distinguere tra quei segni neri una forma, un significato. Ricordo pomeriggi interi di voci che si rincorrevano, e una lingua materna che si incarnava in versi ed era casa, dava senso alla realtà e alimentava l’immaginazione. L’incontro con la poesia a tutto tondo è avvenuto invece alle scuole elementari. Ho avuto la fortuna di essere seguita da un maestro molto bravo, che sapeva trasmettere tutto il suo amore per la poesia, e che con cura ha fatto fiorire in me tutte le parole che erano state seminate in precedenza: ho iniziato prima a leggere da sola e a comprendere le poesie che ci proponeva in classe, e poi a un certo punto ho scritto il mio primo testo. Avevo nove anni, ed era un giorno di pioggia, di nuvole minacciose, grigio e dall’odore pungente. E io non ero felice, avevo già conosciuto situazioni molto dolorose e in quel momento la pioggia e il cielo plumbeo mi sembravano perfetti per descrivere il rovescio di fortune e di stato d’animo che stavo vivendo: l’estate e la felicità col suo corredo di candore ormai inaccessibili, e quel tempo lacrimoso, che non lasciava alcuna speranza all’azzurro e al sereno, come un presente senza via d’uscite che mi gravava addosso.

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?
Di poeti da non dimenticare ce ne sono così tanti, che è davvero difficile sceglierne uno soltanto. Ne citerò due, a cui sono legata per ragioni diverse: Pierluigi Cappello e Christian Tito. C’era ancora tanto bisogno delle loro parole trasparenti e della loro poesia nitida e precisa. Sono scomparsi precocemente, e hanno lasciato un enorme vuoto. Pierluigi Cappello è uno degli autori che amo di più in assoluto, e che ha scritto versi come questi: “Qualche volta, piano piano, quando la notte/ si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,/ e non c’è più posto per le parole/ e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno/ come una perla intorno al singolo grano di sabbia,/ una lettera alla volta pronunciamo un nome amato/ per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo/ nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.” Christian Tito è stato un poeta e uomo di rara sensibilità, nonché un caro amico. Poco tempo prima della sua scomparsa mi aveva affidato alcuni inediti, perché li pubblicassi su “Poesia del nostro Tempo”, un blog della cui redazione faccio parte. Mi aveva molto colpito questa poesia: “Forse noi no, ma lo sanno i nostri corpi/ della violenza imposta su di tutti// lo sa bene la pelle /che si sfalda in mille croste/ e le nostre colonne e le vertebre e i dischi/ che tentano la fuga persino dalle ossa,/ne hanno forte percezione i nostri stomaci/ bucati dagli acidi in eccesso// non esagerava il poeta nell’esporre le sevizie,/ la merda ingoiata per il piacere dei mostri.// Forse voi no, ma io so cosa compriamo/ per mettere tutto a tacere,/ come si usa la chimica/sulla coscienza dei corpi,// come spegniamo la luce ai bambini/ quando hanno ancora gli occhi aperti.”

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?
In realtà ce ne sono diverse, per ogni momento e stato d’animo, e nel tempo cambiano, perché leggendo molto scopro di continuo autori e autrici che mi sorprendono, e i loro versi si affiancano a quelli che conosco già e a cui sono affezionata, e diventano tutti insieme un meraviglioso rifugio a cui ritornare quando lo desidero o ne ho bisogno. Tra tutte quelle che potrei citare, c’è una bellissima poesia di Silvia Bre, che vorrei condividere qui perché in questi giorni mi è tornata in mente con prepotenza, riflettendo su quanto a volte sia difficile scollare gli occhi dal dolore, a cui siamo abituati, e a volgerli altrove: “Ognuno vuole avere il suo dolore / e dargli un corpo, una sembianza, un letto, /e maledirlo nel buio delle notti,/ portarlo su di sé tenacemente/ perché si veda come una bandiera,/ come la spada che regala forze./ Ma c’è persa nell’aria della vita/ un’altra fede, un dovere diverso/ che non sopporta d’esser nominato/ e tocca solamente a chi lo prova./ È questo. È rimanere/ qui a sentire come adesso/ l’onda che sale nelle nostre menti,/ le stringe insieme in un respiro solo/ come fosse per sempre,/ e le abbandona./ Ma nemmeno la pupilla d’un cieco /dimentica l’azzurro che non vede.”

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?
La poesia è per me il luogo della cura, in cui narrare e ridefinire il dolore, o qualsiasi altro sentimento, in cui provare a mettere insieme tutti gli elementi della realtà creando una composizione inedita, una nuova prospettiva, una differente interpretazione degli stessi, a partire dal proprio personale punto di vista, un mondo distinto che non è mera evasione, ma capovolgimento salvifico e illuminante. La poesia è anche il luogo della memoria e dell’incontro, in cui le storie così riscritte e narrate sono consegnate allo sguardo di chi le legge e decide se farle proprie o meno, identificandosi in esse, prestando loro una voce altra che le rinnovi e le tenga in vita. Quindi, nel momento in cui si scrive poesia e si mette nero su bianco qualcosa, ecco che quel qualcosa non è fissato immobile sulla carta, non resta identico a se stesso, non inchioda il sentire anzi lo libera, perché tutto in poesia assume un’esistenza autonoma, misteriosa, e si mischia alle infinite declinazioni del dire e del dirsi, diventa una narrazione corale, condivisa, universale. La poesia non è fuga dal dolore, dalla realtà, dal mondo, è piuttosto una modalità di abitarli, di imparare a conoscerli, di nominarli, di trasformarli, è la disciplina della parola che aiuta a non soccombere dentro certi feroci silenzi, che divorano lingua e occhi, lasciando senza fiato e senza scorci d’orizzonte.

Quando una poesia può dirsi compiuta?
Quando non è più possibile modificare nulla al suo interno, nemmeno una virgola, senza che tutto finisca con lo stridere irrimediabilmente. Quando diventa estranea a chi l’ha scritta, nel senso che trascende le sue intenzioni, convogliando in sé un mistero che la rende qualcosa di più di un insieme di versi formalmente impeccabili, schiudendola a una serie di significati che nemmeno l’autore o l’autrice avevano in mente. Quando contribuisce a illuminare la realtà di sfumature di senso inedite. Quando lo sguardo del lettore si posa su di essa e la indossa come fosse la forma esatta dei propri pensieri e del proprio sentire, a cui fino a quel momento non aveva trovato ancora voce calzante.

La poesia necessita più di ascolto o di essere ascoltata?
La poesia necessita allo stesso modo di ascolto e di essere ascoltata, perché questi due momenti altro non sono che posture differenti della stessa attitudine all’accoglienza. La poesia ha bisogno di attenzione, di tempo e di silenzio, per essere assimilata come fosse un nutrimento che entra in circolo, si scompone e si riproduce fino a rinascere trasformata. Per quanto mi riguarda nessun ascolto profondo può lasciare indifferenti, che si tratti di letteratura o di altri linguaggi, incluso quello della narrazione quotidiana, sempre le parole che sono accolte nel profondo, dunque empaticamente, lasciano una traccia di sé nello sguardo che si rinnova o negli angoli in cui l’immaginazione e le emozioni si incontrano. A volte anche in negativo, con un crudo rifiuto e una chiara dichiarazione di disamore.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?
L’incarico della poesia secondo me è lo stesso di sempre, identico dall’origine dei tempi: forzare il confine di significato comune del linguaggio, sperimentare la sorgiva potenza della parola per cogliere l’evidente e l’insondabile che attraversano l’essenza delle cose e dell’umano. La poesia ci costringe a guardare dritto l’abisso, il vuoto in cui precipitiamo senza ancorarci a una narrazione che nomini ogni aspetto del reale. Allo stesso tempo, però, ci ricorda come un monito che oltre tutte le confortevoli narrazioni che imbastiamo, spesso logore e appiattite, l’universo è qualcosa che il nostro linguaggio non riesce a descrivere e raccontare nella sua interezza, e quindi ci mette di fronte al nostro limite ultimo: fino a che punto le nostre parole possono spingersi per incarnare il reale? Fino a che punto le nostre parole possono creare microcosmi compiuti e poi trascenderli, per non restarne prigionieri? La poesia è un tentativo di aderire alla realtà attraverso una torsione dello sguardo, che ne evidenzia gli anfratti più segreti, ma è anche un corpo a corpo con la parola, una frattura del respiro: dà un senso al mondo e fonda relazioni anche immaginarie con tutto quanto ci circonda, non solo con le persone, è in un certo senso un codice visionario e musicale con cui si parla di emozioni e di pensieri, di esperienze e di vita, di tutto quello che conta davvero insomma, una formula magica, come nei giochi d’infanzia, che tiene il cuore al sicuro nonostante tutto.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?
Deve usare il linguaggio coevo nella maniera più creativa possibile, ma anche esprimere l’individualità di chi scrive, diventare un’orma assolutamente riconoscibile di una soggettività forte. L’esito più difficile da raggiungere per ogni poeta è forse quello di conquistare una voce propria, cioè arrivare a esprimersi in un linguaggio che sia unico, non confondibile. Quindi per me l’efficacia comunicativa della parola poetica si realizza quando c’è equilibrio tra le varie componenti del linguaggio: da un lato una certa contemporaneità, senza scivolare nel banale e nella sciatteria, lavorando sempre in direzione di una necessaria ricercatezza espressiva e di quanta più esattezza possibile; dall’altro lato un’impronta netta dell’individualità di chi scrive, che rende originale il dettato poetico, autentico.

Per concludere, ti invito a scegliere (riportandole) tre poesie dal tuo libro salutare i nostri lettori.
Eccole, sono tratte rispettivamente da tre delle quattro sezioni che compongono “Tempo di riserva”: “Inverno”, “Estate” e “Autunno”.

CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ

Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto

(e io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
‒ serio ‒ di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)

che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

 

DATTERI A COLAZIONE

Datteri a colazione, mi dici, ogni giorno
e io immagino quei piccoli soli morbidi
dolcissimi, che vengono da un’altra terra,
in fila indiana tra le tue labbra passare al vaglio
dell’alba, mentre io li snocciolo una volta l’anno
nei giorni della festa, quando la neve mi ricorda
che sono altrove persa tra gli abeti incappucciati
di stelle in plastica e i lacci di luce sbiancata
a intermittenza. Datteri a colazione, ti dico, di rado
perché qui il sole è un ricordo rinsecchito passato
di un’altra vita che non ha conservato memoria
un’immagine sfocata che tu adesso mi porti in dono,
un Natale improvviso, d’estate, una piccola stretta al cuore.

 

TUTTE LE STAGIONI

Tutte le stagioni in una metà di giorno,
il freddo dell’incontro che si scioglie
sotto una pioggia di intenzioni, il cielo
sbiadito piano che si sfrangia grigio perla
tra le voci dei motori e un cerotto
come una foglia arrossata che tieni
tra le dita – te l’ho stretto troppo forte
per chiudere al mio sguardo la tua pelle
così esposta –, lo sbocciare inquieto di
ogni nostro passo che converge inevitabile
al mio fianco o al tuo e ancora il sole caldo
che fa capolino sulla faccia (mi viene
incontro tra i saltelli allegri di un bambino
mano nella mano al nonno, con i capelli freschi
di barbiere), le tue parole e le mie, questa
fede cieca che mi porto addosso e
non ti so spiegare: la bellezza, vedi, è esserci
una mattina come questa, lungo una strada
di periferia che poi diventa un’isola di tavolini
la copia identica di un bistrot francese, guardare
altrove dentro ogni cosa, immaginare che
non conti niente la gabbia di realtà in cui
restiamo immobili, in una metà di giorno
come questa credere possibile che ogni
desiderio attraversi la litania a memoria
delle stagioni, e poi riporre in un angolo di occhi
tutti quei silenzi che se potessero, sapessi,
vivrebbero la vita fino in fondo, invece
di provare a scriverla per inventarsi un esito
che non sia la corsa trattenuta in direzione opposta

la sicurezza che domani piova anche se c’è il sole.

 

 

Silvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino (2008/2009). Fa parte della redazione dell’Annuario di Poesia Argo, e del blog “Poesia del Nostro tempo”, dove si occupa tra l’altro delle rubriche “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” e “Scaffale poesia: editori a confronto”. Cura per NiedernGasse la rubrica “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. È tra le ideatrici del progetto “Medicamenta: lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando in un’ottica psicopedagogica e di genere con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni poeti argentini, dando vita al progetto Italia Argentina ida y vuelta. Incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book, a cura di Versante Ripido e La Recherche. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, La vita Felice 2012), Di sole voci (LietoColle Editore 2010); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013).
Biobibliografia completa qui: http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

 

 

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