Sollima, Spinarium..

Sollima, Spinarium..

Sollima, Spinarium..

*
Ostinate stanno, scure e addolorate
nel marmo, le figure di Sironi. E sembra che sorveglino
il miracolo del movimento minimo, (del canto)..
Rarefazione d’aria, forza aggettivale,
tragitto imprevedibile dell’arco e delle dita:
silenzio, infine, quasi a ricongiungerci.

**
(Ciascuno abita il suo spazio d’ore come può,
ciascuno secondo tenacia e disperazione,
o – più verosimilmente – secondo fortuna e caso,
o chissà quale altro concerto di cause,
di codici e dolori universali..
Penso al volto sudicio del cristo senza nome,
al dolore mal pronunciato dei borghesi, alla gioia
rara, intera, che non deve dirsi,
a chiunque sia creatura, come me…)

***
La lastra d’ottone cede alla significazione.
E’ per la tenacia visionaria dell’artista:
necessità, violenza inflitta ai materiali..
Tutto può farsi proiezione, simbolo.
Anche i germogli gonfi, chiarissimi tra i rami
stanno dentro un inferno di pioggia per resistergli,
restare dalla parte della vita.

****
Muti gli astanti fingono stupore.

(a Massimo e Roberto)

 

Partire da un’immagine. E sapere
che nulla capovolgerebbe il nastro, che domani
altri occupanti abuseranno del dormiveglia,
delle meditazioni dentro i treni. Resta l’immagine, dunque.
L’illusione di ricostruire un corpo, una disposizione
di oggetti, un umore mutuato dalla pioggia, una telefonata.
Un nucleo, a malapena, si conserva:
un codice di segni universali, una radice. Poi l’impotenza:
nessuna resistenza agli occupanti, agli inquilini del dormiveglia.
Accorgersi del mondo, del suo scorrere.

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