«Tra le frasche e la spazzatura»: il naufragio della tradizione nella poesia di Giuseppe Manitta.

«Tra le frasche e la spazzatura»: il naufragio della tradizione nella poesia di Giuseppe Manitta.

Tratesto

Giuseppe Manitta
Gli occhi non possono morire
Italic, Ancona, 2018

 

Che l’aureola della poesia è caduta nel fango lo sappiamo già dai tempi di Baudelaire. E forse ci abbiamo messo anche troppo per capire che nessuna aureola e nessun alloro fanno la poesia: semmai è il passo cadenzato di un camminatore, di un flâneur «solo et pensoso» che, a un certo punto, si accorge che attorno a sé accade uno spettacolo di portentosa ferialità. Potrebbe, il camminatore in questione, semplicemente lasciarselo scivolare addosso tale spettacolo, che è ciò facciamo per la maggior parte del tempo; se non si verificasse, di frequente, il caso per cui questo passante avverte con forza il desiderio di lasciarsi attraversare dalla realtà circostante, anzi di farsi trafiggere da essa per poterla tenere il più a lungo possibile presso di sé. Solitamente, quando ciò accade, il passaggio dalla visione alla parola è imminente. A patto però che gli occhi del passante siano sempre accesi, perennemente disposti a lasciarsi stupire da quello che si pone loro davanti; cioè, in altre parole, che essi sappiano accogliere e rilanciare di rimando la vita.
Gli occhi non possono morire, dunque. Lo sa bene Giuseppe Manitta che titola così una studiata raccolta di poesie edita da Italic nel 2018. I testi di questo libro compongono, montalianamente, un mosaico di occasioni in cui il soggetto esperiente impatta la realtà circostante nei termini di una «ultrasensorialità visionaria» (Corrado Calabrò nella prefazione) che è il basso continuo che agisce per tutta la raccolta. La mediazione tra mondo e chi dice ‘Io’ è data e garantita appunto dagli occhi: è mediante lo sguardo, come sapevano i nostri padri letterari, che avviene questo incontro. Per tale ragione il tempo verbale della poesia di Manitta non può che essere il presente. Ma, si badi, non il presente dell’evento, dell’attimo in cui la cosa accade, bensì il tempo della descrizione, del momento in cui il soggetto entra nella realtà con i propri strumenti e il proprio bagaglio ‘ideologico’ per comprendere e quindi rielaborare sub specie poetica quella precisa occasione. In questo modo, riteniamo, è possibile interpretare quella sorta di contrappunto letterario, ‘parodico’ nel senso originario dell’etimo greco, che costituisce la cifra evidente della scrittura de Gli occhi non possono morire.
Giuseppe Manitta, infatti, oltre ad essere poeta è anche critico letterario; è insomma uno che con la produzione letteraria ha scambi quotidiani, serrati, maturi. La sua poesia nasce perciò da un atteggiamento peculiare da George Steiner definito «critica attiva» che consiste nell’inglobare un modello che si riconosce come fondamentale nel tessuto della propria vita, e, nel caso di un artista, della propria opera. In questo libro di poesia Manitta, poeta-critico, ha dunque modo di mettere a frutto la lezione dei maestri, soprattutto quella di Pascoli che egli sa pedinare fino alle sue diramazioni novecentesche.
Ecco, per campioni, come ciò si concretizza testualmente nella sezione centrale del libro, che, essendo la più corposa, ne rappresenta l’ossatura: «Whitman ha perso le foglie» (p. 17); «abbiamo sepolto Dio / sotto i frammenti della bottiglia» (21); «La siepe nasconde le luci / e seni più tondi della luna» (26); «Aretusa ha perso gli steli / alla fonte di petrolio» (32); «L’upupa batte il tempo / con le lacrime» (35); «sudano le ossa dei mandorli / aspettando che l’ombra / di un bambino / appaia nella bufera» (39); «A Gerusalemme, / le mura resistono / alla guerra tra i topi e le rane» (45); «Le foglie cadute / sono il nostro vangelo» (47).
Questa ragnatela di cripto-citazioni, rimandi, suggestioni, rovesciamenti ironici chiama dunque in causa una sfilza di auctores che, nel sistema poetico di Manitta, sono gli alfieri di una classicità mitica, o per meglio dire di un tempo eroico che si differenzia per via negativa da quello attuale. L’incontro tra il soggetto poetico e la realtà che egli si trova a vivere si configura pertanto come un attrito, come l’impossibilità di una sintesi «tra le frasche e la spazzatura» (58); esso avviene, in altre parole, sotto il segno della perdita di tutta una costellazione di riferimento attraverso cui leggere e filtrare il tempo che ci è toccato in sorte. Al «naufragio» del presente storico, Giuseppe Manitta oppone, e quindi sovrappone, il suo fitto e coltissimo reticolato ideologico: «Il vecchio lume / scandisce la vertigine del tempo» (42). Che è come riconoscere che è la fulgida luce della tradizione poetica ad abbagliare il poeta. Allora gli «occhi» richiamati dal titolo, essendo per le ragioni fin qui espresse il campo di battaglia di uno scontro epocale, provano, forse, anche a scongiurare il dramma della cecità dell’essere umano.

Gli occhi non possono morire
amando la sera che manca,
non si sentono più
gli abbagli e le finzioni
e l’aria che cade a frammenti.
Il naufragio si è compiuto.

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