“Un poeta di oggi è un post-poeta e fa della post-poesia”, Giorgio Galli e le sue “Canzonacce”.

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Vive a Roma dove ha esercitato la professione di libraio. Scrive note di lettura, racconti brevi, prose poetiche e “prose” non altrimenti definibili. Ha pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016) e Le morti felici (Il Canneto, 2018); è fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016). Nel 2011 ha aperto il blog La lanterna del pescatore. Scrive sui blog. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del nuovo libro Canzonacce (Delta3, 2021).

 

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Avevo dodici anni. Nei pomeriggi vuoti dell’estate, leggevo dal libro d’antologia di mio padre -che era professore alle medie- le poesie che avrei studiato a scuola negli anni successivi. Imparai ad amare la roca cantilena di Pascoli, la lingua tersa di Quasimodo, il suono scaglioso di Montale, l’Antologia di Spoon River, e soprattutto quella che allora mi pareva la bellezza sorgiva dei lirici greci e giapponesi -avrei imparato più tardi che anche quella era una poesia altamente intellettualizzata: allora non lo sapevo. Compilavo quaderni, immaginandomi come un antico poeta greco o giapponese all’opera. Questi sono i miei primi ricordi della poesia. Facevo tutto di nascosto, perché mio padre non voleva che leggessi cose destinate a ragazzi più grandi e perché non volevo che mi scoprissero a scrivere poesie. La mia prima poesia “vera” è in questa raccolta, si intitola I poveri, e la scrissi una sera di gennaio del 1999, a diciannove anni. Ricordo che iniziai a scriverla senza sapere dove la scrittura mi avrebbe portato. In quel momento, ero solo il mezzo attraverso cui la poesia prendeva forma. Quando la finii mi stupii del risultato. Non mi è più capitato niente del genere, non così. Ero ispirato. Ma non mi si deve immaginare in preda a una sorta di ebrietà: mentre scrivevo, sentivo solo una malinconica pace, e la poesia era umile, parlava di galline, di biciclette, di recinti.

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?

Tanti. La Yourcenar diceva che tutto ci influenza, tutto quello che leggiamo lascia una traccia che poi finisce in qualcosa che scriviamo. Essenziali per me sono stati i lirici greci, Kavafis, Baudelaire, Pavese, e una raccolta di canti popolari slesiani, Il corno meraviglioso del fanciullo, curata nell’Ottocento da Arnim e Brentano. A quest’ultima non sono arrivato attraverso la letteratura, ma attraverso la musica: sono un appassionato di musica classica, e la raccolta di Arnim e Brentano ha fornito testi ai Lieder di uno dei miei compositori preferiti, Gustav Mahler. A questo punto devo fare una confessione: la maggior parte delle mie poesie l’ho scritta in un periodo – fra i venti e i venticinque anni – in cui ero poco consapevole della poesia. Col passare del tempo, mentre ne approfondivo la conoscenza, l’ispirazione spariva. Oggi mi occupo spesso di poesia, ma scrivo quasi solo in prosa. In effetti non mi considero un poeta, e nemmeno un esperto di poesia: piuttosto un allievo della poesia, che impara leggendo dai poeti.

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?

Ecco, io credo che non dovremmo mai dimenticare nessuno. Bisogna ricordare e salvaguardare tutti – i maggiori e i minori, i grandi e i piccoli maestri.

Qual è – nell’arco della tua giornata – il momento ideale per dedicarti alla poesia (o, più genericamente, alla scrittura)?

La sera, quando tutti vanno a dormire e resto solo. Soffro d’insonnia e riempio l’insonnia con la scrittura. Il silenzio delle ore buie migliora la concentrazione, e forse crea intorno alle parole quell’alone di mistero di cui hanno bisogno. L’atmosfera di molte mie poesie si spiega col loro essere nate di notte, in segreto, in solitudine. Credo che gli scritti conservino qualche traccia delle circostanze in cui sono nati – anche se le trascendono. Non ho mai scritto una poesia al tavolo di un bar. La poesia è sempre frutto di quel momento serale in cui si raccoglie la posa del giorno.

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Diceva Zanzotto che la poesia è un fatto che accade, mai il commento ad un fatto che accade. Se non poteva essere detto altrimenti, allora è poesia. Io non so se riesco a dare questa forza alle parole: non so quindi se sono un poeta. Forse le mie poesie potevano essere dette in altri modi.

Oggi si dice che le parole non hanno più spazio. Non è vero. È una bugia. Di parole ce ne sono fin troppe. Siamo sommersi dalle parole, inondati da parole che spesso non significano niente. La gente non è più disposta ad abbandonarsi alle parole. Anche i poeti si sono fatti più smaliziati, non hanno più quella fiducia assoluta nel proprio mezzo d’espressione. La sfida di ogni poesia, che è dire con la parola quello che la parola non sa dire, che è fare della parola una cosa mentre la parola, per sua natura, può solo girare intorno alle cose, quella sfida non è più possibile. Un poeta di oggi è un post-poeta e fa della post-poesia. Credo che il punto di svolta si trovi in una poesia di Wislawa Szymborska, Fotografia dell’11 settembre, quando l’autrice scrive: “Solo una cosa posso fare per voi [le vittime della strage] / descrivere quel volo / e non aggiungere l’ultima frase”. Questo esplicito rifugiarsi nel silenzio di fronte a una tragedia incomprensibile con gli strumenti della ragione, questo arrestarsi davanti al mistero della morte mentre la poesia precedente si nutriva del mistero della morte esprimono – con la grazia tipica della poetessa polacca – il malessere originario della poesia di oggi, la sua resa.

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Quando non poteva essere detta altrimenti.

Qual è (dal tuo punto di vista) la lingua ideale della poesia? 

Non so se esiste una lingua ideale della poesia. Se c’è, credo che sia una lingua brulla e precisa. La poesia è vicina alle forme originarie del dire: al canto, al grido, alla preghiera. Ma avvicinarsi a queste forme non è facile: richiede una grande precisione. Alcune poetesse ce lo hanno mostrato: Emily Dickinson, Antonia Pozzi hanno scritto una lingua assoluta, dotata di esattezza e innocenza.  Credo che la migliore poesia italiana degli ultimi anni sia scritta da donne. È una poesia lontanissima dagli stereotipi sulla “scrittura femminile” e caratterizzata proprio dalla precisione del linguaggio.  È difficile trovare il giusto equilibrio tra consapevolezza e innocenza. Una poesia che sgorghi puramente dal cuore è ridicola, ma una poesia scritta con un eccesso di consapevolezza diventa una metapoesia, perde qualsiasi profondità. Oggi si oscilla spesso fra questi due eccessi.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

Oh, non credo che la poesia abbia un incarico.  Io ho scritto poesie su alcuni drammi del nostro tempo – ad esempio quello dei migranti – non perché mi sentissi impegnato o perché attribuissi un qualche incarico alla mia poesia; ma solo perché queste tragedie hanno toccato la mia sensibilità. Magari la poesia potesse cambiare la vita! Non succede mai. Il principe Myskin aveva torto a dire che “La bellezza salverà il mondo”: del resto lo stesso Dostoevskij, nell’Idiota, non gli fa mai pronunciare questa frase, la fa sempre riferire da altri personaggi del romanzo. Molti nazisti amavano l’arte, e molti artisti sono stati nazisti.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

C’è una poesia recente, e bellissima, a cui mi piace tornare da qualche tempo. È di Elisa Ruotolo, è la prima della sua raccolta Corpo di pane. Non ha titolo. Inizia così:

“Usatelo bene, il vostro dolore
ché non diventi mercanzia
né attiri corvi al pasto della pietà.
Badate di nasconderlo con cura
allora procuratevi bende pesanti
cerotti che tengano
stampelle che fingano passi
medicamenti di carità.
Tenetelo via dall’affollamento del mondo
e non parlatene se non sotto minaccia
di un’arma carica o avvelenata alla punta.
Non fatene commercio di misericordia
non spartitelo per debolezza
né tenetelo da soli
se le mani non ubbidiscono.
In casa basterà fornirsi d’una luce scarsa
– lampadine a risparmio energetico
meglio se d’un tipo scadente
che sfrigolino nello sforzo di mostrare
senza riuscire –
che non promettano durata o allegria.”

Torno a questa poesia perché va dritta al nocciolo del nostro rapporto col dolore – un rapporto che può anch’essere fecondo, ma senza maschere, senza infingimenti, senza nemmeno tentare consolazioni. È una scudisciata di realtà – per di più con quella magnifica desolazione, quel magnifico “parlar chiaro” tipico della scrittrice campana.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare una tua poesia dal libro, “Canzonacce” e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

La poesia si intitola Settembre. Eccola:

“Buonanotte. Il grillo dal fondo della strada ha cantato
e l’odore del mare arriva più denso in questo silenzio.
L’estate è finita oramai: il sole
ad ogni tramonto ne porta via un po’.

La culla della luna ora sarà uno specchio azzurro
i vecchi rivolgeranno il culo alla marina
nei pomeriggi rancorosi passati a biascicare
che si stava meglio quando si stava peggio
e che, quando c’era lui, i treni arrivavano in orario.

È passato un altr’anno.
La terra ha fatto un altro giro attorno al fuoco.
Abbiamo bruciato altri versi, altri fasci di diari.

Il danaro è scappato dalle mani.
L’anima è diventata più avara.

Gli altri non sanno quanto costa l’amore.
Non lo sapranno, se non si sono consumati
come il juke-box che aspetta una moneta
per cantare.

Noi lo sappiamo.
Ci siamo sfibrati l’un l’altra in questa massacrante
gioia di vivere.
Ed è passata un’altra stagione.

Buonanotte. Ti sveglierai a settembre.”

È una delle poesie più recenti. L’ho scritta nel 2012. All’inizio c’erano un grillo che cantava nelle notti di fine estate e l’odore del mare che arrivava in camera da letto la sera, quando mia moglie andava a dormire. Una notte fece un violento temporale. Da quel momento, la voce del grillo non arrivò più -forse era stato sommerso dall’acqua, chi sa… Quando finì il canto del grillo cominciò a formarsi la poesia. Prima i due versi iniziali, poi, mesi dopo, gli altri. Erano tempi in cui combattevo la disoccupazione (il danaro che scappa dalle mani, l’anima che diventa più avara) e le difficoltà economiche minavano la stabilità del mio matrimonio, che tuttavia resisteva (“gli altri non sanno quanto costa l’amore”).  Il nucleo della poesia si formò un pomeriggio, durante la desolazione di uno dei miei tanti lavori precari di allora. Ricordo bene quei momenti, perché un senso di desolazione senza sbocchi si trasferì dalla vita alle parole. Fu una delle poche poesie che non scrissi di sera: l’appuntai su un foglio di nascosto, a lavoro. Non ricordo quanto tempo impiegò a prendere la sua forma definitiva. Di solito scrivo velocemente: è l’elaborazione che precede la scrittura ad esser lunga.

  

In copertina Giorgio Galli, fotografia di Chiara Romanini.

 

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