Alberto Bertoni, “L’isola dei topi” (Giulio Einaudi Editore, 2021)

Le sistoli e le diastoli che fanno pulsare questo libro sono il ricordo e la dimenticanza, che si alternano fin dalla prima poesia in una dialettica che non sembra poter trovare sintesi. C’è una pulsione a ricordare e una a dimenticare. C’è una volontà di tagliare legami e una di rafforzarli, di difenderli dal tempo. In questo percorso, movimentato dalla presenza di animali reali e simbolici – uccelli, gatti, cavalli, insetti -, si attraversano luoghi e persone come intravisti da una porta di casa che non si sa se tenere aperta o chiudere una volta per tutte. La voce che ci conduce vorrebbe essere distaccata, disprezzare la nostalgia, salvo riaccendersi improvvisamente per passioni non sopite (in primis le corse di trotto) o per antiche e moderne idiosincrasie. Ma inquietanti immagini di topi (l’ennesimo, definitivo animale del libro) si insinuano parossisticamente tra i versi dell’ultima sezione. Nemici spietati o solo messaggeri di qualcosa che non si riesce ad avvertire compiutamente, l’oscura minaccia dei topi porta il ritmo delle poesie alla fibrillazione. L’elegante controllo delle ambivalenze si sgretola lasciando spazio a un profondo disagio, ma anche, simmetricamente, a un estremo attaccamento al mondo interiore ed esterno.

 

La memoria

Dev’essermi anche lei scivolata via
dispersa in qualche fosso
oppure fuggitiva nella scia
dell’ultima luce mattutina
che corteggia circuisce le piante
neanche loro tutte sane, tuttavia
lungo il viale di acacie
e tigli a settembre mezzo secchi
in libera fuga fino al cuore
piú arido e piú scuro della terra
dove precipita la pioggia
e dove tu t’immergi nella grotta
della tua coscienza
fra vecchiaia e giovinezza

Poi la chiamiamo Alzheimer, questa cosa
questa lingua totalmente straniera
senza piú stare insieme senza
piú ridere scherzare aspettare con calma
la salvezza che cade
nella tana

 

Il millepiedi

Capace come sei di prendere
per buona ogni tua,
anche minima, variazione sul tema
mi divincolo in un gesto di liberazione e tregua,
percorro a ritroso il tuo destino
di piuma che cade elettrica
nella luce gessosa del mattino
e se vuoi
riaggiustare tutto con le dita
devi prima
osservarne attentamente il movimento
la ruga sul tappeto
poi farlo girare su se stesso
fino allo stremo
il millepiedi che non sa
come si accoglie un’alba
dalle parti del muro
rasente lo zoccolo duro
anche volendo far comunità,
darsi una regola, costruire un’idea
qualunque di futuro

Ma chissà se i millepiedi sono
vegani e insettofagi anche loro
e se come ossessi parlano a vuoto
disposti a ripetere ogni giorno
lungo il loro dinoccolato corpo
la posizione del loto

 

Un Natale del secolo scorso

Mi muovo nella mia città
per strade accidentate
piene di buche
appena rabberciate
e crepe, rughe di selciati irregolari
nelle lunghe piegature
di porfidi, gobbe, pozzanghere seccate
Abito una zona di officine
e piccole imprese di ricambi
popolata di mezze figure, luci fioche
in vicoli di manifatture
affacciati su viali un po’ piú grandi
dove niente è rettilineo,
geometrico, ordinato,
niente scocca la freccia che ti lancia
da un dopo a un prima
centrando la foresta di ectoplasmi
e frammenti a mezza bocca di discorsi
nel dialetto semplice di eterno
pane al pane e vino al vino

Oggi pani speciali e vini prelibati
gomitoli o radici senza fronde
su questo anche adesso rinati
marciapiede di fango

 

 

Alberto Bertoni è nato a Modena nel 1955. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni saggistiche: La poesia contemporanea (il Mulino 2012), Poesia italiana dal Novecento a oggi (Marietti 2019), Una questione finale. Poesia e pensiero da Auschwitz (Book Editore 2020). Per Einaudi ha pubblicato L’isola dei topi (2021). Come poeta in proprio ha pubblicato diverse raccolte confluite poi nel volume Poesie 1980-2014 (Aragno 2018).

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