Asteroidi D’inchiostro (Una lenta nave per la Cina. Murakami RMX)

Asteroidi D’inchiostro
“libri come corpi celesti persi nello spazio dell’indifferenza” 

 

Perché non sono d’accordo con i più fidati lettori di Furukawa Hideo quando dicono che “Una lenta nave per la Cina” è il suo libro meno riuscito? Certamente in primis per quello schioppo di genialità nel ricreare una storia di parole servendosi di un remix, infatti si dà il caso che questo romanzo, nasce dal  remix di un racconto scritto dal suo amato padre creativo Murakami Haruki, un omaggio originale a un maestro della prosa e anche credo un gesto di idolatria nei confronti della musica, presente in tutta la produzione narrativa di Furukawa, infatti  sembra quasi che l’autore  cerchi con le parole e le note di pacificare l’impeto visionario da sempre presente nelle sue trame.

Trama quella di “Una lenta nave per la Cina” che porta alla luce una voglia di fuga mai messa in atto dal protagonista, e sarebbe delucidante capire cosa accade in quel preciso istante in cui lo slancio dell’addio viene ringhiottito dal ripensamento. Una storia di formazione dunque in cui il protagonista attraverso tre amori scandaglia i tempi, mai maturi, di uno sradicamento irrealizzabile, crogiolandosi così dentro l’attaccamento morboso per la sua Tokio, centro di un malessere appagante, metafora di un distacco impossibile. Enigmatico, visionario questi sono gli aggettivi che da sempre vengono proposti dai critici sul lavoro di Furukawa, ma in questo testo si aggiunge anche quell’aspetto onirico tanto amato e presente nella prosa di Murakami: un mondo onirico che si fa dimensione essenziale infiltrandosi in quello reale, è nel sogno che la vita sembra farsi più vera. Sogno, fuga e passato che nella mia mente diventa ricordo di un esilio dovuto, di una auto inghiottita da una enorme balena d’acciaio, durante quella lenta risalita verso terre del nord, navigando sulla fluidità di un pensiero di sradicamento. E se è così impensabile, come vuole suggerirci il protagonista “Di una lenta nave per la Cina”, trovare nell’addio topografico l’algoritmo per nuove gioie è anche probabile che chi si arrende al gioco del nomadismo fondamentalmente trovi in quel girovagare il rafforzamento del suo radicamento, quell’eterno bambino mai distaccatosi dal cordone ombelicale della patria.  Tre amori ho scritto in precedenza, con i quali il protagonista attraversa le fasi di uno scavo psicologico colmato nell’abbandono. Il primo avuto quando era ancora un ragazzino in una scuola per bambini difficili, il secondo consumato da studente universitario e infine il terzo quando diventa il manager di un ristorante all’avanguardia, tappe obbligatorie di una vicenda disconnessa a causa di un sentimentalismo ipnotico, eppure delimitato da quello spazio urbano custode di tutte le rinunce. La città, in questo caso Tokio diventa simbolo romantico di un uomo sconfitto dalle scelte, è il quarto amore quello più deleterio ma ricco di sfumature. Il romanzo infatti inizia con uomo che vaga nel giorno di Natale mentre tra passato e presente rimane in bilico difronte a quella scelta di abbandonare Tokio “non sono mai riuscito a fuggire da Tokio. Me lo sono chiesto un’infinità di volte: il confine è reale? Ma sì che lo è. E se pensate che stia mentendo, venite a dare un’occhiata voi stessi” e poi ancora “Mi accingo a effettuare il tentativo finale. L’ultimo. Quel confine non è una frontiera. Tuttavia è impossibile andarsene, solo perché non serve un passaporto”. Da queste prime righe si capisce già che la libertà non è una demarcazione ma l’impossibilità di una non inclusione in quel viaggio emotivo con il quale, nel bene e nel male ogni uno di noi, deve fare i conti. L’incapacità di adattamento a volte giustifica l’immobilità ed è per questo che forse il coraggio lo si cerca in uno slancio poco cognitivo, dentro una follia che smuove gli errori del passato, il vuoto del presente e l’ignoto del futuro, passaggi obbligati per chi sceglie l’estensione delle tenebre credendo ossessivamente a quella possibilità di rivincita: anche se in questo libro tutto sembra rimandato all’immaginazione mentre il tempo viene come armonizzato da una musica itinerante. C’è solitudine quando il luogo rimane sterile, forse fitto di incontri impenetrabili come le radici di un grattacielo o carichi di smarrimento come il buio dei parcheggi o magari quando l’appuntamento con la speranza corre sui binari del destino. Nulla di concreto se la concretezza è fidarsi di un attimo di felicità, ma per ammissione di ogni prosatore appare chiaro che non c’è libertà senza scelte, quiete senza disperazione. “Una nave lenta per la Cina” e la mia nave lenta per Livorno, tuttavia quando uno strano stato di empatia, con le parole ti strappa via dalla malinconia, allora i chilometri non sono il rimpianto ma l’illuminazione per risentire gli odori pacificati di Palermo, la bocca spalancata all’azzurro dell’Etna, le maschere di marmo di quella commedia barocca che ti lascia intuire di poter fuggire appena un attimo: perché l’essenza di noi rimane sempre dove il grembo ha partorito il primo respiro.  

 

scelti per voi 

p. 167
p. 168

 

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