tre domande, tre poesie
Carlo Giacobbi è nato a Rieti nel 1974. Nella città natale risiede e lavora. Ha manifestato, sin dalla giovinezza, interesse per la poesia, la letteratura, il teatro, la musica e il canto. Ha vinto numerosi concorsi nazionali ed internazionali. È stato finalista al Premio “Lorenzo Montano” nel 2021 e 2023. È nelle redazioni di Arcipelago Itaca e Versante Ripido. Collabora con Macabor editore. Intensa è la sua attività di critico letterario che si affianca a quella di organizzatore di laboratori di scrittura poetica, nonché di reading e conferenze sulla poesia. Ha pubblicato, da ultimo, Abitare il transito (Arcipelago Itaca), Vicende e chiarimenti (Puntoacapo), Anche quando è malora (Arcipelago Itaca), Erbe d’esilio (Pequod – portosepolto).
Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Erbe d’esilio”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?
Il titolo “Erbe d’esilio” nasce da una suggestione, vale a dire quella di percepirsi in qualche modo non completamente in patria, intendendo per patria “casa” o luogo in cui sentirsi al sicuro. Tutto principia dall’atto della nascita, che il poeta, nella specie, percepisce come espulsiva dal ventre materno o dalla sostanza che ci conteneva prima di venire alla luce. Questa fuoriuscita proietta l’io-lirico in una mancanza che si riflette poi nel linguaggio. Quest’ultimo non è razionale ma trae il suo sostrato, da un quid di inconoscibile, o meglio che si dà in emersione dall’attività inconscia, dalle tracce mnestiche, e dall’elaborazione onirica. Le parole in cui si sostanzia il dettato sono tentativi mai definitivi di rendere la propria visione del mondo, la quale, lungi dall’essere esaustiva, è sempre un’interpretazione del reale che si fonda sullo stato d’animo del poeta.
La poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
La poesia è certamente un mezzo che aiuta a colmare la pensosa solitudine del poeta. Quando si scrive, da un lato si esternano percezioni, sensazioni, emozioni; dall’altro lato ci si colma, mai definitivamente, di una voce che viene in nostro aiuto, proprio al fine di intravedere un orizzonte di senso. Non c’è dubbio che l’inascoltato si muta in ascoltato. Questo è il compito del poeta, il quale appunto nel silenzio, ascolta la voce, il dettato che la vita offre, e lo traduce in versi, previo un lavorio di restituzione che, come già detto, non è mai concluso. Ne è prova il fatto che, anche quando il libro è stato dato alle stampe, in alcuni casi lo si vorrebbe correggere, integrare o si è tentati di espungere qualcosa che non ci suona, o non ci sembra più attuale, nel momento in cui si rileggono i testi editi.
“Ma cova in noi sepolto un urlo: devi esistere devi”, i tuoi versi per chiedere: la poesia è un destino (al pari della vita)?
La poesia è un destino nel senso che il poeta la percepisce come ineludibile. Il poeta deve scrivere perché abitato da un daimon che intima di rendere in versi quanto ci abita, quanto ci attraversa, quanto si ascolta. Personalmente credo si nasca con questa inclinazione, la quale poi deve essere esercitata, sviluppata attraverso la pratica, la scrittura quasi quotidiana e la lettura assidua di poeti moderni e contemporanei. Ma non si deve intendere il destino nell’accezione di qualcosa di già dato che si sviluppa indipendentemente dalla volontà dell’io-lirico. Questi resta il protagonista di quanto produce e l’atto creativo è comunque anche suo, contaminato certo dalla pregressa esperienza di vita, ma in ogni caso fatto proprio dell’autore.
Scelte per voi
XIII – COSA FU
Siamo all’oscuro.
Durs Grünbein, Hotel Panama,
in Le parole non dormono.
(…) né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa;
non so più quel che volli o mi fu imposto (…)
Mario Luzi, Notizie a Giuseppina dopo tanti anni.
in stallo
di cavità orbitali al mistero
accadiamo
il frutto non sa il fiore
e così, di regresso in regresso
più a pensarla più s’affina
la radice dell’ignoto
*
Fu che le dita presero a tremare; fu la nube
a montare pesta da lontano; fu che ti dissero di valere
il buco del soldo; pupille dal fondo
a sperare ala o corda o scala
fino a implorale più; o ritrazione d’arti in spasmi fu
mentre la casa nella notte fioriva degli altri
respiri di quiete. Ma più a ritroso, più in origine
e ancòra; prima dell’Alfa, prima del baciarsi
di lame nel taglio a fare due
nella luce rosa dell’amnio non sapere cosa fu.
Se scherzo della chimica il vuoto sotto il passo
o quale tarlo d’avi di cervello in cervello trascorso
nonostante i palmi giunti e il fiato a chi.
O forse, più colpa d’aver indossato vesti
che ben sapevi non tue.
Fu solo quello, nient’altro che quello, nulla più.
Fu che non saresti mai riuscito
a indovinare cosa fu.
XIV – CLAIRE
Tu ardi sopra un alto monte,
inaccessibile alla tua Torre.
Aleksandr Blok, Tu ardi sopra un alto monte.
(…) le tue labbra e il tuo seno appassiranno
quindi, avvicinati.
Nizar Qabbani, Il tuo seno, in Le mie poesie più belle.
il solco pensa il seme
è ancòra lì, in punto d’idea
ché accogliere
è svelamento di lacuna
e serri porte, finestre
ti trema ogni ipotesi d’ingresso
ti cinge – fitto –
il tuo altissimo steccato
*
Oh, guarda, guarda più a fondo.
Nell’in se d’ogni cosa dimora l’incompiuto.
La terra accoglie i semi calàti dal palmo nel solco
persino il silenzio si fa ventre di suono.
Vedi, tutto riceve. Anche l’oggetto si sostanzia
solo quando lo si afferra.
Il vizzo di crepe a segnarti le fughe dagli occhi
più degli anni dice il tuo fare individuo, il palpito
murato dice, per tema d’accadere.
Come potrai se indietreggi alle dita sul volto
farti feconda? Oh Claire, Claire, quanto ci si
appaia noi, ciascuno in orrore di stare all’evento
dell’altro, all’enormità d’ospitarsi.
Io ti imploro: avvèrati, avvèrati Claire; è non essere
stare in boccia in eterno; e se non in me
in ogni dove di carne tu voglia
in ogni sangue tu creda più affine o meglio per te.
Altro ovviare alla morte non puoi
non puoi, Claire.








