Iolanda Cuscunà con “Il sogno di Esaù”, tutto il dolore del mondo, dentro un sonno ad occhi desti.

Tutto il dolore del mondo, dentro un sonno ad occhi desti, «Siccai.// Di ciuri m’arristau sulu u nomu». Tutto lo sdegno possibile, radicato nell’amore per la propria terra, la Sicilia, per il creato, «Vi futtisturu macari u desertu./ Cchi siti fitusi!». Tutto il turbamento, riflesso nell’azione devastatrice dell’uomo, «“Sulu di omini po’ moriri un ciumi”». Tutto questo, non senza custodire “la bellezza che rende toccabile la speranza”, come scrive, nella prefazione Marietta Salvo, si sussegue dentro pagine adamantine che, come scosse telluriche, scuotono il lettore, lo conducono verso un cammino di conoscenza e consapevolezza, verso “Il sogno di Esaù”. S’intitola così il nuovo libro di Iolanda Cuscunà (nella foto di Brunella Bonaccorsi), pubblicato da “Nuos”, con una nota a margine di Cettina Caliò, e, in copertina, l’immagine di Giacomo Battaglia. «L’amore/ finisce dove finisce l’erba/ e l’acqua muore», versi di Giorgio Caproni, in “affinità” con il “sentimento” della Cuscunà, “giunti” e scelti per introdurre la nostra intervista.

Come nasce e come cresce “Il sogno di Esaù”?
“Il sogno di Esaù” nasce nel corso di due estati, quella del 2023 e quella del 2024, durante le quali la Sicilia ha fatto i conti con temperature particolarmente elevate e scarse precipitazioni, eventi che hanno determinato una grave siccità che ha devastato le colture, gli allevamenti e provocato grossi problemi anche alle categorie più deboli tra la popolazione. Quello che più mi colpiva, è mi colpisce ancora, è che in Sicilia si continui a parlare della mancanza d’acqua e della cattiva gestione delle risorse idriche come accadeva negli anni cinquanta, quando un ancora giovane Danilo Dolci, poeta e sociologo, era venuto dalla sua Sesana qui nel profondo Sud e aveva accettato la sfida di occuparsi del bene comune portando avanti una rivoluzione dal basso, gestita con scioperi della fame e partecipazione della popolazione locale per rendere l’acqua bene accessibile a tutti. Da queste riflessioni è nata l’esigenza di raccontare, meglio di dar voce ai protagonisti di questa devastazione che si ripete negli anni e con cui, come scrivo nel libro citando il climatologo Christian Mulder e la sua intervista al The Guardian, saremo destinati ancora a fare i conti, A parlare dunque nel mio libro sono in ordine di sezioni: la terra, le bestie, l’acqua; infine compare (sognando) Esaù, un uomo, a cui ho sottratto la voce perché ci fosse possibile immergerci nel suo sogno. Mi sono messa in cammino e ho chiesto ai lettori d’intraprendere questo viaggio con me.

Pensando alla centralità del “sogno”, ti chiedo: la poesia è (anche) la lingua dell’aspirazione, dell’ideale, del desiderio?
La poesia è certamente per me la lingua dell’evocazione, lingua che vela e svela, dice nel non detto. È simbolo, metafora e verità.

“E chiddu/ ca fu/ oggi/ è/ dumani.”, con i tuoi versi per chiedere: cosa può la poesia? Può favorire il cambiamento? Cosa può “contro” la dilagante incapacità di ascolto e consapevolezza?
Ma guarda non so se la poesia possa favorire il cambiamento, Fortini, provocatoriamente, scriveva che la poesia non muta nulla e Patrizia Cavalli ribadiva che le sue poesie non avrebbero cambiato il mondo. Però penso che ci sia una cosa che la parola, in particolar modo quella poetica, riesca a fare: testimoniare il nostro essere qui ora in questo momento, con i tagli e le ferite che la vita incide sulla nostra pelle e che ci accomunano. In questa relazione sta un sentimento estremamente umano che ci dice che non siamo soli e forse in questo riconoscerci è possibile trovare uno spazio per riprendere fiato dopo esserci inabissati.

Pensando ai tuoi versi in dialetto, chiedo: tradurre è creare un verso nuovo? Qual è la tua idea in proposito? In generale, pensi che la poesia sia realmente traducibile? E se lo, è più corretto parlare di traduzione, di reinvenzione, di riscrittura? Puoi descriverci le “differenze”, forse meglio le “aderenze”, che avverti scrivendo ora in dialetto, ora in lingua italiana?
Il dialetto ne “Il sogno” è stata una scelta linguistica ben precisa. Volevo suscitare un senso di afasia che corrispondesse alla siccità di cui scrivevo. I versi sono stati ridotti all’osso, all’essenziale, lo spazio bianco si distende come un deserto davanti agli occhi del lettore. Nello stesso tempo avevo bisogno di evocare delle immagini che aderissero al mondo che stavo descrivendo. In quest’ottica il siciliano, oltre ad essere la lingua della mia terra, mi ha permesso con poche parole di costruire l’immaginario giusto. Questa scelta però non è stata in nulla forzata, diciamo che è venuta da sé: le immagini si costruivano in dialetto, le cose le vedevo in dialetto e d’altra parte è quello che mi accade sempre: non traduco dall’italiano, non riscrivo. Penso e metto su carta direttamente in siciliano. Tradurre nel senso di trans ducere significa portare fuori da un testo ciò che in esso “abita” ed è un’operazione davvero difficilissima in cui è forse impossibile che qualcosa del senso originario non vada perduto, ma penso anche che forse per qualcosa che si perde altro si aggiunge e può essere molto interessante.

Qual è (o quale dovrebbe essere) la lingua ideale della poesia?
La lingua ideale della poesia? Non saprei. Penso però che la poesia non dovrebbe cercare necessariamente di aderire al “gusto” dei lettori e neppure in maniera artificiosa tentare di stupire. Insomma, mi piace un linguaggio poetico autentico, in cui il poeta tenti solo di ascoltare un dettato che viene dal profondo.

La forma quanto incide sulla “verità” della parola poetica?
La forma aderisce alla “verità” della parola. È essa stessa verità, anche se verità non è da confondersi con realtà.

Ad oggi, dove sei stata condotta dalla poesia? Qual è stato (ad oggi) l’insegnamento?
La poesia mi accompagna da sempre, è il mio modo di stare al mondo. Guardo gli altri e la realtà che mi circonda come con una lente d’ingrandimento che mi permette di soffermarmi anche su aspetti apparentemente insignificanti. Poesia è sguardo, poi viene la parola.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare alcune poesie dal tuo libro e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).

Terra

Fanu avanti e arreri I camion.
Si portunu arvuli d’aranci russi

m’ i vanu scippannu
comu renti
d’e vucchi fraciti.

Vanno avanti e indietro I camion/Portano via alberi d’arance rosse//me li sradicano man mano/come denti/ da bocche infracidite.

Bestie

Talia cchi bedda!
Viri comu ni finiu?
Nun avemu cchiù a nostra casa,
ni ittanu ’mmenzu a na strata.
Iddi fanu dannu
Iddi si nni futtunu
E i cazzi su’ de’ nostri.

Iu di natari a n’autra banna
N’o sacciu si sugnu bonu.

Vulissi essiri petra
P’ammucciarimi ’o funnu
Ma sugnu pisci e non affunnu.

(Guarda che bella questa! / Vedi come ci è finita? / Non abbiamo più la nostra casa, / ci hanno buttati in mezzo alla strada. / Loro fanno danni / loro se ne fottono / e i problemi rimangono i nostri. // Io di nuotare in un altro posto / non so se sono capace. // Vorrei essere sasso / per nascondermi nel fondo / ma sono pesce e non affondo.)

Acqua
                              Lago Pozzillo
Strittu strittu
longu longu

mi crisciu
‘o centru
ri cori
‘n lignu siccu
Nda me terra sicca.

Spiddu ri pozzu.

Stretto stretto/lungo lungo//mi è cresciuto/al centro/del cuore/,un legno secco/,nella mis terra secca.//Spettro di pozzo.

da Il sogno di Esaù

Dorme Esaù
Di ritorno dalla campagna
La zuppa ancora calda
Nello stomaco

Sogna
Palummi niuri
Niuri cunigghi
Volare e correre nel campo
Beccare, mangiare
Semi di lenticchie
Buoni per la zuppa

(colombe nere / neri conigli)

Sogna
Campi arsi
Latrare una macchia
Grigia e scarna
Ca non avi paci e mancu abbentu

(che non ha pace né riposo)

Quattru ossa
Cu na lingua longa
Ca va circannu l’acqua
Ma acqua non ci nn’è

(quattro ossa con una lingua lunga / che va cercando l’acqua / ma acqua non ce n’è)

Nei giorni d’estate in cui in televisione si parlava di fiumi e laghi siciliani in secca, di animali macellati e di terreni bruciati dal sole si faceva strada in me la necessità di raccontare ciò che vedevo ma non era facile ascoltare le parole che iniziavano a formarsi. Inizialmente come una cronaca, ma non era ciò che volevo. Le mie editrici Chiara Sicurella e Giuditta Busà della Nous mi hanno invitata ad aspettare a lasciare che le parole prendessero forma. Così una notte ho sognato Esaù: un uomo disperato che vagava in un campo di lenticchie devastato da conigli e colombacci. L’ho seguito nel suo sogno e mi ha portata lì dove dovevo andare.

 

 

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 11.01.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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