Alterità e tempo: Alessandra Corbetta e Mariadonata Villa

In questa puntata di Chiedimi ancora ad essere messe a confronto sono due poetesse che scrivono versi consce di un tempo strano, il nostro, che va colto e trasformato in atto di fede, in un tentativo forse fallimentare ma luminoso che può diventare epifania.

L’io di Alessandra Corbetta – che ha visto molte oscurità e, in questa intervista, ne ha tentato un ordinamento – è «l’io fotogrammato nell’attimo, che è l’unico spazio-tempo in grado di abitare, e in relazione a un tu-Altro che ne determina l’identità e, contestualmente, la mette in discussione». Corbetta prova «l’eternizzazione dell’attimo, pur in modalità illusoria», perché «prenda carne e trasformi l’atto di fede in una preghiera laica».

Per Mariadonata Villa è difficile farsi rappresentare, tutto ciò che fa detonare il suo immaginario riesce però a restituire una traccia del suo passaggio perché «forse la poesia ha anche il compito di cartografare l’invisibile, di esplorare l’inesplorato, ma lasciando dietro di sé una scia di luce, come quando la si vede, tagliata di pulviscolo atmosferico, come se Arianna filasse un filo d’oro per sfuggire al labirinto».

Buona lettura!

 Rossella Pretto e Marco Sonzogni

L’ultima opera poetica edita di Alessandra Corbetta è Corpo della gioventù (Puntoacapo Editrice 2019); quella di Mariadonata Villa è Verso Fogland (Minerva Edizioni 2020).

 

CINQUE DOMANDE AI POETI: ALESSANDRA CORBETTA

Alessandra Corbetta

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Il tempo. È il suo scorrere e la consapevolezza di non poterlo fermare la necessità, il segno e il motore della mia scrittura; la poesia, infatti, è per me, prima di tutto, gesto gratuito e attuale, che esce cioè dalla potenza e si fa concreto, attraverso cui tentare un rallentamento di Cronos, del suo incedere veloce e, allo stesso tempo, lo spazio in cui una sua dilatazione resta possibile. Nell’epoca dell’immagine per eccellenza, è la consapevolezza del potere della parola-immagine, elemento basico dell’arte poetica e tassello ineliminabile per la costruzione del puzzle dell’esistenza, ciò che continuamente smuove il mio provare a scrivere versi, nell’idea che in essi l’eternizzazione dell’attimo, pur in modalità illusoria, prenda carne e trasformi l’atto di fede in una preghiera laica.

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

 Ho visto molte oscurità, oppure, se l’oscurità come la luce fosse una, ne ho osservato diverse sfumature. La prima è stata quella della parola che si spezza, che non riesce a uscire dalla bocca perché l’altro non la ascolta e te la restituisce allora modificata, senza voce; la seconda è stata quella della malattia, che anche quando diventa guarigione reclama il prezzo alto del cambiamento, sul corpo e nell’anima; la terza è la morte; la quarta è l’abbandono-sparizione; la quinta, propria del momento che stiamo vivendo, è la perdita, su vari fronti, della libertà.

Ne ho scritto e ne scrivo ponendo l’attenzione sugli oggetti del quotidiano, procedendo dalla dimensione micro a quella macro, facendo passare ogni osservazione dal corpo, tenendo lontano il silenzio, allargando le feritoie, perché la luce non smetta mai di filtrare.

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Sì, c’è, ed è senza dubbio Umberto Fiori. E scrivo “senza dubbio” perché pur leggendo molta poesia e rinvenendo quindi anche altrove grandezza e bravura, avverto un coinvolgimento patemico e intellettuale di tale continuità e forza solo con i suoi testi; ritengo che alla base di questa affinità ci sia una condivisione di sguardo, di luoghi, di concezione della parola poetica e dell’origine dell’extra-ordinarietà della vita. Alle volte, mentre sto discutendo con qualcuno, penso: “è proprio come scrive Fiori”. In lui ritrovo il mio pensiero, ripulito e reso nitido e dunque potenziato: leggendolo, posso ogni volta avere indietro il mio tempo o estendere quello presente nella direzione che mi è propria, che mi convince più di altre. O, forse, più semplicemente, è Umberto Fiori perché è così: i brividi, per fortuna, non seguono gerarchie, né accademie, né classificazioni e possono procedere senza troppe giustificazioni.

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Molti poeti e poetesse sono stati, nel loro scrivere e nel loro vivere, portatori e portatrici di rivoluzione nel linguaggio e, di conseguenza, responsabili dell’apertura di faglie in ambito non solo letterario ma anche sociale; tra i tanti mi viene mente, ad esempio, Giovanni Pascoli e la lingua adamica propria del fanciullino. Ma, all’aggettivo sovversivo e al concetto di voltaggio generazionale, ammetto che il primo nome che mi è passato per la testa è stato quello di Pier Paolo Pasolini.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Premetto che non mi ritengo rappresentata a pieno da nessuna delle poesie che ho scritto per due motivi: il primo, più strettamente biografico, è che non mi sento di appartenere mai a nulla per intero e dunque, vicendevolmente, non esiste niente che a pieno possa rappresentarmi; il secondo è che ogni rappresentazione, anche quella del testo poetico, non è mai una realtà e, dunque, non posso essere rappresentata dal non-reale.

A ogni modo, scelgo questi versi inediti in cui ci sono alcuni elementi che sicuramente percepisco molto vicini al mio essere-nel-mondo e al mio modo di pensare la poesia: i luoghi come scrigni di ciò che siamo stati e siamo, capaci, come la poesia, di sopravviverci e di avere memoria molto più degli esseri umani; l’io fotogrammato nell’attimo, che è l’unico spazio-tempo in grado di abitare, e in relazione a un tu-Altro che ne determina l’identità e, contestualmente, la mette in discussione; il corpo, come elemento tangibile e visibile dal-di-fuori, che ci protegge, ci limita, ci definisce e non smette di chiederci se siamo noi ad abitarlo o lui ad abitarci.

ABCD

Le partenze del sabato vuote

a Milano sono come le attese che abbiamo

di rivederci, e vicino o lontano

sono una cosa — che è meno

precisa — ma adesso chi siamo

è domanda recisa se non ha

più risposta, e nemmeno la fretta

mi assale.

Saranno le 13 e vale un orario

per essere certi di essere pronti

a incontrarci — non era difficile

stare a guardare negli occhi

dell’altro, parlare, uscire e rientrare

dal corpo, toccarlo e vedere

se intorno qualcuno capisce che

cosa facciamo. Ho il viso invecchiato,

come qualcosa di andato

perduto, e segna un ritardo

la voce dell’altoparlante.

Scendo a Firenze come sempre

con la pioggia un’altra volta:

lo scrosciare a filo delle cose

forse, o immagini sparse

sul cellulare e su pagine rare

di qualcuno più bravo di noi

 

hai parole — cammini

in attesa

                  Trema

forse l’estate e i binari fanno

ancora rumore. Hai l’odore

di voglia, la bocca sul ciglio

di cose rimaste da dire già

prima che fossero dette – tu

aspetta. Ti va una granita?

Ti va di ridarmi la mano,

fino all’uscita

CINQUE DOMANDE AI POETI: MARIADONATA VILLA

Mariadonata Villa

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di “segno” che “s’innerva” e lo descrive con queste parole: “sangue tuo nelle mie vene”. Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

D’impulso direi che la prima cosa che s’innerva in me è l’alterità dell’esistente, che può arrivare come una rivelazione o come un trauma fino alla porta della mia percezione, che sia un essere vivente o un dato di realtà di altro tipo. Gli antichi parlavano di dàimon, Dante di un ‘dittatore’, Lorca di un ‘duende’. Io non so come possiamo chiamarlo oggi, in un tempo in cui sembrano sempre più mancare parole adatte a significare tutto ciò che non può essere ridotto a categorie cartesiane o hegeliane. La realtà in questo momento storico ci sta dando uno scossone in questo senso. Uno stùpere, un essere lasciati a bocca aperta, che non sappiamo collocare, nel pendolo terribile tra meraviglia e terrore.

Rimango però affezionata a quella categoria che la classicità chiamava epifania, un’apparizione del divino. In un tempo in cui cadono gli dei, o meglio, si frazionano fino a diventare schegge impazzite, che forse capitano nell’occhio e rischiano di gelare tutto il cuore, come nella fiaba della Regina delle Nevi, credo che sia ancora possibile intercettare quei momenti in cui, come spesso dico, cambia improvvisamente la qualità dell’aria intorno a noi, la realtà si addensa come un fiato e chiede di essere detta. È un fallimento continuo, un’approssimazione continua, una traduzione ininterrotta. Ma un fallimento luminoso.

2.

In una delle canzoni piû celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità (“I see a darkness”). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

L’oscurità è l’altra faccia dell’epifania, non tanto in senso manicheo di polarizzazione del contrasto, ma per la ragione fisica che un’oscurità si addensa sempre ai bordi della luce. Se fosse sempre buio o sempre luce, non vedremmo niente. In questo senso l’oscurità è sempre presente, in tralice, in quello che scrivo. Ciò che odio dei moralisti – e lo odio anche in me, quando ne scorgo il germe – è il farisaismo, la percezione che il male o l’orrore non potrebbe mai venire da me, perché non ne sono capace. Il male è in tutto, ma non c’è solo male. Credo sia una scelta di visione. Negli orrori grandi della storia, negli orrori piccoli di tante vite derelitte. Qualcuno in passato ha osservato che la mia poesia getta luce sugli ultimi, sui lati oscuri delle vite. Io credo piuttosto che sia perché sono una che guarda alle periferie, verso il confine delle cose, e che è nata in un posto dove c’è nebbia, quindi devi allenare la visione.

Ci sono oscurità grandi della storia (l’11 settembre, Beslan, il 3 ottobre 2013) e oscurità più piccole, ma della stessa qualità, che si abbattono sulla vita del singolo.

Anzi, direi che questo confine di oscurità nel mondo, questo confine del male, sia uno dei temi che si possono rintracciare nella mia prima raccolta, L’assedio. Come dico lì, è nostro il male che ristagna agli angoli, fin dalla creazione. Senza questa consapevolezza penso che non si possa guardare l’oscurità in volto.

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente (“something about him seemed permanent”) e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi (“he transmitted something” … “and it gave me the chills”). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Beh, di certo Heaney. Perché è come se ti tirasse talmente dentro alla sua esperienza che tu, leggendo, diventi lui. Come se tu indossassi le sue parole, e fosse proprio il vestito che desideravi per vivere quel giorno, tiene il tuo corpo alla temperatura perfetta per non lasciarti distrarre dall’incanto di quello che ti si fa davanti agli occhi.

Heaney per me è questo, da molto prima del Nobel: la verticalità, la classicità nel contemporaneo, il lasciarsi sommergere dal mito, e dal grande immaginario celtico sporcato dagli eredi di Colombano, il trovare nella parola autentica la sua forma di lotta politica.

John Burnside, che fa del tema dell’alterità, del doppio, dell’enigma del reale, ma anche del “salvatico” (nel senso che gli attribuiva Leonardo) il cuore della sua poetica, che sa che la parola si incarna sempre in un luogo fisico.

Pierluigi Cappello, per il suo senso della infinita dignità delle cose semplici, che hanno una specie di gloria dentro, anche quando sono sconfitte e assediate dal buio; c’è sempre una luce, un respiro, una gioia, vorrei dire, della scrittura.  Pavese per il suo struggimento, e per la fame che l’ha portato ad aprire nuove strade alla letteratura americana in Italia.

Non riesco a dire un nome solo, perché non credo al grande genio isolato. Credo alle catene montuose, che poi sì, hanno vette più alte e sublimi, quasi da far mancare l’ossigeno, ma l’orogenesi è comune. Non so consegnare la vita a una voce sola. E poi dovrei fare un lunghissimo corollario sulla musica, soprattutto contemporanea, e sull’arte figurativa, che considero altrettanto nutritive della mia visione.

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione (“he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation’) non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale (“He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy.”). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Faccio fatica a rispondere per i poeti contemporanei. Se riuscissimo a farlo scendere dal piedistallo, Dante sarebbe forse uno di quelli, con lo choc del volgare e dell’esilio in un tempo lacerato. O la grande poesia polacca del Novecento, che ricostruiva l’identità di un popolo perennemente conquistato ma indomito attraverso l’appartenenza a una nazione di lingua. Probabilmente sceglierei invece un lungo elenco di musica rock.  Quello che facevano gli U2 all’inizio della loro carriera, fresca di bombe in una Dublino che non perdeva la memoria bruciante della schiavitù e della Bloody Sunday, delle tante Bloody Sunday della vita. Erano la voce di una generazione. Mi ha molto colpito vedere il loro recente tentativo, passato inosservato dai più, di proiettare molta poesia contemporanea, civile ma anche lirica, in apertura dei megaconcerti del tour del trentennale di The Joshua Tree, sugli enormi ledwall, in attesa che iniziasse l’opening act. Un tentativo certo fallimentare, perché in qualche misura ribaltava il rapporto di sottofondo tra la parola e la musica, di solito relegata nel retro, ma che mi interroga profondamente.

Forse Philip Levine che torna a cantare il corpo elettrico della sua Detroit degli ultimi, lui, figlio di immigrati bambini ebrei che sfuggono ai pogrom prendendo navi per l’America.

Una che potrebbe farlo, che potrebbe tornare a far sporcare di terra la poesia, è Kate Tempest, per la sua voce ipnotica. Ma è ancora presto per saperlo.

Il mio pensiero è che è molto difficile, in una distanza temporale breve, capire se quello che infiamma te personalmente intercetta un sentire più vasto. Penso che sia anche perché in questo tempo non c’è un sentire comune, una percezione di popolo; almeno, non in Italia. Ho l’impressione che ci dichiariamo affamati di parola e bellezza più come atto dovuto che come necessità fisica. Per far passare voltaggio, occorre un conduttore, oltre alla scarica. Ci sono nomi che guardo con attenzione (in questo momento, ad esempio, la Anedda, Rentocchini; non faccio nomi della mia generazione o di quelle seguenti perché mi pare prematuro, anche se negli ultimi anni sono uscite opere molto interessanti), ma sono nomi che lavorano sotto, in una rivolta sotterranea.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta? 

Scelgo “Cartografie”, che è la prima poesia del nuovo volume, Verso Fogland. Non so se rappresenta me. Ma mi colpisce l’uso del termine “rappresentare”, perché in questo testo si parla della mappa di Bedolina, un’incisione rupestre risalente all’età del Ferro, in cui sono rappresentati in maniera simbolica campi e sentieri di un paesaggio reale. Gli studiosi la considerano, ad oggi, la più antica mappa topografica della storia (almeno in Occidente).

E la poesia è un po’ questo, in fondo: una mappa topografica per l’esistenza, che non ha però contorni nettamente identificabili, a meno che non le si abiti dentro – fuori o dentro di metafora, questo m’importa meno.

Il tema della rappresentazione, verbale e non verbale, è un tema che mi interessa profondamente, così come il tema dell’immaginare. Il cortocircuito da cui parte questo testo è una fotografia che ritrae Franco Farinelli, uno dei più grandi geografi del nostro tempo, in piedi sul limite di questa mappa, che si stende lungo un fianco roccioso. Cosa sente quest’uomo, con tutta la sua cultura, ma anche la materialità della sua carne, in quel punto della storia, ma anche della terra? E non è forse questa la domanda che dovremmo sempre rivolgerci, guardandoci gli uni gli altri?

Forse la poesia ha anche il compito di cartografare l’invisibile, di esplorare l’inesplorato, ma lasciando dietro di sé una scia di luce, come quando la si vede, tagliata di pulviscolo atmosferico, come se Arianna filasse un filo d’oro per sfuggire al labirinto. E così quest’uomo, nella sua finitudine, esce dal contemporaneo per entrare in una dimensione pre-storica. Spesso la storia mi parla, ma come detonatore di immaginario.

Cartografie

                               per M.

c’è un uomo solo in bilico
su un largo palmo di pietra scavato
a cui millenni plurali di spinte di magma
e vento, poi, dove prima era mare
hanno lasciato altipiani di isole ignee da percorrere

millenni plurali di vento sono passati
da che l’uomo ha imparato a leggere le stelle
ma lui guarda in giù, come a un polo
magnetico che non sa lasciare, inchiodato
a quel punto di luce in cui si trova

in cui la polvere beve particelle elettriche
e si distrugge l’equilibrio cartesiano
di piani a perpendicolo che non rettificano i passi

sono nati vasti deserti nel cuore
dell’uomo arcaico disperso nel ghiaccio
Bedolina nell’occhio dell’uomo che guarda
è molto più di una macchina del tempo
di un pezzo di storia, per quanto remota –
per quanto fosse ancora nel Prima della storia

Bedolina nell’occhio dell’uomo che guarda
è un crinale, è un rischio di pietra
nell’occhio, è un palmo alzato verso il cielo
a chiedere conto al dio del fulmine
della cartografia smisurata del tempo

e quell’uomo in bilico sul margine
del mondo non si accorge
che l’axis mundi, la meridiana dell’oggi
è il suo corpo fragile sul bilico
è la polvere che sarà e il sangue che è
è tutta la luce che passa

fra lui e la pietra
fra lui e l’eco sordo
di un nuovo Big Bang

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