Forse su “Splendi come vita” di Maria Grazia Calandrone (Ponte alle Grazie).

salti quantici

 

Si chiamano “estremofile” le cellule che tollerano ambienti estremi. La vita, così come noi la conosciamo, è iniziata poco meno di quattro miliardi di anni fa (con quest’ordine di numeri, i duecento milioni di anni che ho aggiunto ai calcolati somigliano tanto al resto in centesimi di euro che restituiscono al supermercato, in cui tutte le offerte finiscono col “novantanove”).
Si chiamano “archea”, sono ramificazioni di batteri e possono sopravvivere a temperature fino a cento gradi Celsius, in acque ad alta concentrazione salina (che gli oceani, al confronto, sono sciapi) e anche nell’acido. Il neurobiologo che ne spiega, per raccontarci l’origine della vita, della nostra vita, ha intitolato il capitolo “macchine di sopravvivenza”. E menomale che lo sono state. Perché altrimenti noi non saremmo esistiti.
Ho pensato agli “archea” quando ho finito “Splendi come vita” di Maria Grazia Calandrone (Ponte alle Grazie edizioni). Forse perché, nell’insonnia delle notti trascorse a leggere le vite degli altri (la mia l’ho ripassata così tante volte che non mi accorgo più di quelli che un questore chiamava “errori nascosti”), intercalavo lo studio sulle origini della vita, medicina efficace per guarire dalla sindrome antropocentrica che affligge l’Occidente tutto da svariati secoli e che infiniti lutti adduce al pianeta.
La vita che splende nel racconto biografico della Calandrone mi ha fatto riflettere sulla tragicità della bellezza (forse perché noi siculioti siamo “tragediatori”, per “insulità” e, soprattutto, Storia) e pensare che anche le stelle, e cioè le “supernove” (le più splendenti) sono esplose per dar origine agli elementi di cui abbisognano le cellule per sopravvivere (solo sei sui centodiciotto della tavola periodica, poi ci siamo evoluti e la tavola periodica l’abbiamo riversata nell’aria). Lo scrive pure Andrea Cortellessa sulla quarta di copertina: “Questo non è un romanzo, non è un’autobiografia: è l’esplosione di una stella.” Giuro che non ho copiato.
Bambina, poco più che neonata, viene abbandonata nel parco più famoso di Roma, da genitori inseguiti dalla legge per aver commesso il reato di amarsi e che, prostrati dalla fatica della clandestinità e disperati per via dell’ostracismo sociale di cui erano circondati, senza soldi e senza la speranza di un lavoro, decidono di annegarsi nel Tevere. Nessun diritto ha mai compreso le ragioni del sentimento, perché la “certezza del diritto” non può coniugarsi – neanche lei – con il caos di chi ama. E che – per dirla con Nietzche – di solito partorisce una stella danzante. Ancora una volta le stelle.
Gesto estremo che segnerà la vita (e la colpa?) della poetessa tra le più autorevoli del vivaio contemporaneo e non solo italiano.
Splende questa vita, nata tragicamente, tra le braccia dei genitori adottivi, una coppia davvero straordinaria, due figure splendenti anch’esse, seppur per biografie diverse.
Lei siciliana (come la genitrice), abbandonata dal padre, studia e lavora al contempo per mantenere se stessa e la madre, si laurea e diventa professoressa. Bella, intelligente, colta, brillante, elegante, ironica. Sposa un metalmeccanico ligure, che si batte per i suoi ideali a tal punto che va a combattere la guerra civile spagnola e viene torturato dai “cagoulards” (quelli, per intenderci, che assassinarono – su mandato di Galeazzo Ciano e forse anche dello stesso Mussolini – i fratelli Carlo e Nello Rosselli). Tornato in Italia, farà parte dei padri costituenti (la nostra Carta è considerata, ancor oggi, la migliore del mondo) e verrà mandato in Sicilia, in particolare nella mia Catania, in qualità di dirigente del Partito Comunista Italiano. E lì – qui, nella città in cui scrivo – conosce Ione, la professoressa che ama la musica. E la vita, soprattutto.
Lui è bello, alto, elegante (perché per portare la camicia a maniche corte col colletto aperto, senza cravatta – proprio come faceva mio padre – bisogna averne di stile, e tanto!).
Da lui impara che la politica è amore. E lo spiega, la Calandrone, in un’intervista, rispondendo a chi le chiedeva perché, secondo lei, quando si parla d’amore, si parla di politica. “Il senso originario della politica è amore nel senso di una coerenza universale. Il massimo della politica è questa coerenza universale. Quando si ama qualcuno o qualcosa che non siamo noi stessi, quello è l’inizio del mondo, dell’accorgersi dell’esistenza di qualcosa fuori di noi che è la cosa più rivoluzionaria. È una vera e propria rivoluzione esistenziale.” (mi auguro di aver trascritto bene)
E continua, in un’altra intervista: “… questo padre che mi ha lasciato un esempio ineguagliabile… e tutto quello che ha ottenuto nella vita, l’ha avuto grazie alla sua intelligenza e generosità… io tento di seguire la strada di mio padre, che era una strada etica, perché quando parlo di politica, e ne parlo spesso anche nei miei libri, parlo di quella politica, di quel modo di fare politica, come un segno di socialità umana, di giustizia, e io faccio coincidere l’utopia di mio padre di un mondo giusto con l’utopia che hanno in fondo i poeti, quando c’è questa frizione grande tra la realtà e quel mondo migliore.”
Usa ancora la scrivania del padre, dove, alla sua morte, si rasò i capelli a zero con una lametta, quasi una cerimonia di autoinvestitura del ruolo vicario di “pater familias”. Progetto ambizioso e romantico per una bambina di appena undici anni.
Il padre muore. Ma prima, la madre decide di rivelarle, quando aveva soli quattro anni, che è “Mamma finta”, che “Mamma Vera era l’altra”.
Due eventi sintagmatici ma anche sinallagmatici, mi si passi il termine giuridico. “… un libro in cui io reagisco ai suoi stimoli, positivi o negativi, e questo è il senso più profondo dell’azione primaria.”
Perché, cosa succede? Basta leggere il libro, e sono già in tanti ad averlo fatto, atteso che è già alla quinta ristampa. E, comunque, non è questo il punto. E la Calandrone lo dice. In un post del 6 febbraio su Instagram, a pochi giorni dall’uscita del libro: “Non volevo narrare i fatti miei privati, ma raccontare una relazione archetipica, primaria, con una lingua universale, simile alla poesia che facesse da specchio a chi legge.”
La madre le ha insegnato le parole.
E lei è con quelle parole che vuole restituirla viva, darle nuovamente corpo, farla splendere come vita. E come in vita. Lo dice in un’intervista a RaiNews24: “Ridare corpo materia esistenza e una seconda possibilità di vita a chi si è perduto.” E, più avanti: “Il linguaggio della poesia mi è stato consegnato da questa madre alla quale devo la chiave di salvezza della mia vita.”
E lo scrive, a pag. 36: “Le parole sono la parte più concreta della materia… Le parole non dimenticano la materia dalla quale evaporano…”
A Franco Buffoni risponde: “perché le parole non servono a niente, servono per il tanto che durano.” E un libro è il modo per farle durare per sempre.
La madre le ha insegnato la poesia.
In un’intervista, del 12 aprile, al collega Carlo Cianetti che osserva “essendo tu poetessa, non abbandoni mai la poesia nel libro”, risponde: “…dentro questo libro ci sono nascosti moltissimi endecasillabi e settenari, espedienti ritmici…” e in un’altra intervista precisa e aggiunge: “questo libro è in prosa musicale. C’è il ritmo basico della lingua italiana. Quello che ci appartiene istintivamente. E questo credo sia un canale privilegiato per poter piombare dentro le persone, cantare loro, più che raccontare, usare una prosa che canti, che canti come se fossero bambini.”
E, ogni volta che si rivolge alla madre, la Calandrone “canta”: usa anafore, allitterazioni che suonano dolci e quiete come le ninne nanne che noi madri nella mia, e un po’ sua, Sicilia, usiamo ancora per cullare il sonno dei nostri bambini (in fondo, a un certo punto della vita, la relazione accudente si ribalta), usa enjambement, va a capo (inducendo l’editore a precisare che sono a capo voluti e non refusi di stampa), fa rimare intere proposizioni, le spezza come il pane, taglia loro il respiro, in un’apnea lunga e vertiginante, ossessiona le parole, che non smettono fino a quando non le dici tutte, a voce alta, parole impilate, incolonnate come numeri da sommare (o da dividere, ma che non danno resto) parole canzoni, come quelle che segnano il tempo del libro, parole invocazioni, imploranti, come nelle preghiere, il perdono o la grazia. Toglie le virgole, perché il ricordo non conosce pause: una volta che lo hai liberato, non puoi mostrargli pentimento, va avanti, si infila dritto nelle commessure dei pensieri e non si ferma, fino a quando non gli hai consentito di trovare quello che cercava.
La memoria è una strana compagna: parla quando vorremmo che ci ascoltasse in silenzio e ci abbandona quando tentiamo di ricordare (è un verbo bello, viene dal latino “cor cordis”, e cioè cuore, perché la memoria si allinea sempre al battito del cuore) il tempo in cui tutto è cominciato, tutto è accaduto, quando cerchiamo, lungo l’asse cartesiano dell’ascissa e dell’ordinata della vita, l’intersezione “zero”, “archea” resistenti al dolore.
Mi faccio imprestare le sue parole. “Siamo questa paura, questa fatica, e questo desiderio di comprendere e non lasciare nulla di intentato”, in questa “solitudine violenta” che è la nostra vita, che sente “un dolore spesso e senza rimedio”, in cui si “vede solo quello che (si è) perduto”, un dolore che spesso rende folli e che “brucia quello che tocca.”
Leggo nel mio libro notturno del neurobiologo statunitense: “La maggior parte dei comportamenti implica il movimento in direzione degli stimoli ambientali o nella direzione contraria. L’avvicinarsi e il ritrarsi… sono le classi di comportamento più fondamentali e universali. Dati due soggetti stazionari, il movimento dell’uno fa sì che esso sia più vicino o più lontano dell’altro; non ci sono altre possibilità. L’avvicinarsi e il ritrarsi possono essere universali semplicemente perché sono soggetti alle leggi della fisica. … il controllo neuronale ha permesso di attuare l’avvicinarsi e il ritrarsi in modi più confacenti alle specifiche esigenze di sopravvivenza.”
“Noi non ci siamo mai allontanate veramente, nel senso che io non me ne sono andata mai e lei non se ne è andata mai. Questa è la cosa grandiosa di questo rapporto” risponde la Calandrone a Buffoni.
Ed è la cosa grandiosa di questo libro che dimostra che l’amore vince le leggi dell’Universo.
Quelle che noi Antroposauri ci ostiniamo a violare, convinti di essere legibus soluti e che, per questo, nessuna pena ci è dato di scontare. Il Covid-19 finisce in nove ma non sta dando resto.
“Noi siamo più grandi della notte stellata che ci contiene.” È il verso più bello che abbia mai letto.
Anche mia madre, sai Maria Grazia, usava il verbo “manducare” e tu me lo hai fatto ricordare.
Tu, madre figlia e tutte le altre cose che ci chiedono e che tentiamo di essere.
Ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece.

 

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