Dall’inizio (Azzurra D’Agostino)

Dall’inizio (Azzurra D’Agostino)

La luna e una lumaca immacolata
con gelida lentezza calcolata
passano su una foglia d’insalata.

Questi pochi versi Toti Scialoja li ha scritti intorno all’anno in cui nascevo. Li ho incontrati non molto tempo fa, e come talvolta mi accade con questo bislacco poeta, mi hanno molto colpita. C’è nelle sue poesie qualcosa che mi attrae: innanzi tutto, mi pare ci sia dentro molta libertà. Una libertà gioiosa, assai vicina a quella dei bambini che giocano. E cito gli anni ’70 e ’80 non solo per velleità autobiografica, ma per la relazione di versi come questi col mondo in cui si inserivano. Certamente dovevano sembrare ingenui, in un momento di politicizzazione e intellettualizzazione come quello. Delle cose inutili. A chi parlavano queste parole? A cosa servivano, nei tempi delle stragi e delle rivolte e del piombo, se non come simpatico divertissement? Eppure, condensano in soli tre versi tutta una tradizione, un immaginario, incarnano e trasformano un topos, raccolgono l’estraneità del mondo occultandolo in quella che sembra una filastrocca senza pretese. Siamo subito immersi in una notte di fine estate, quando già fa freschino, e ci accorgiamo, passeggiando nel silenzio, di una bava d’argento che riflette il passare del mondo e delle cose, il lento, indifferente, trascorrere di tutto. Ci sono i grilli, il buio, l’inquietudine e la magia di un minuto sospeso nel niente (nel tutto) – e noi siamo lì, rintoccati nel darsi di una rima semplice, in un orto che si ripete secolo dopo secolo. Una piccola parola di pace, una parola da niente che affresca chi siamo, in mezzo alle bombe, agli scoppi dei treni. Un canto dell’umana esistenza cantato per desiderio, e senza escludere nessuno, nemmeno i bambini. Il libro da cui son tratti questi versi si intitola ‘La mela di Amleto’, quell’essere o non essere proclamato non più davanti a un teschio, ma davanti a un frutto. Che son comunque due cose morte, e Amleto parla comunque a vuoto, solo che nella mela ci sta dentro un seme, un seme che porge orecchio al più dolente dei nostri eroi.

Con questo non voglio intendere che disdegno la poesia più articolata e colta, i versi più misteriosi; ho sempre con me, tra gli altri, Hölderlin e Rilke, echeggiano nelle mie orecchie insomma tanti poeti anche assai diversi tra loro. Amo come lettrice essere portata nei posti del linguaggio, e quindi (per mia formazione) dell’essere, più sorprendenti. Ma se penso a un punto di rottura per me, nella scrittura, una vera apertura all’incontro, allora credo che sia il desiderio di stare in una poesia che rivela in modo lieve, che con la copertura d’una lingua che va verso la superficie, traghetti quel che è profondo.

Non sono contraria all’oscurità del dettato, a meno che questa non sia adottata per coprire una convenzionalità dello sguardo: ecco che allora mi risulta del tutto estranea. D’altro canto, pure la troppa pulsione alla comunicabilità corre lo stesso rischio, sebbene in senso opposto. Lo spiattellare qualcosa che gli altri vogliano sentirsi dire o che siano in grado di comprendere immediatamente, e il fare giri di puro sperimentalismo per evitare di toccare qualcosa da dire e le persone a cui dirlo, credo siano un po’ due facce della stessa medaglia. Mi interessa invece stare sul confine sottilissimo e appena percettibile di una poesia che non ignori d’essere un linguaggio specifico, che non ignori la tradizione, ma che al contempo non voglia eludere il rischio di rivolgersi direttamente alla comunità delle persone, la più varia possibile per provenienza, età, formazione, tempo storico. E che poi desideri questo scambio assumendosi il compito di non essere poesia puramente consolatoria, ma luogo in cui ci si possa slabbrare un po’, si possa perdere un po’ delle proprie certezze, si possa vedere sotto luce nuova anche solo un dettaglio di se stessi o del mondo.

Nel mio primo libro, credo che l’esperienza di quello che sto cercando di dire sia stata praticata usando il dialetto. Non era un libro solo in dialetto, ma è stato il dialetto a indicarmi una possibilità di ‘parlato’ dentro ai versi portando questo nell’italiano, dove anche nel dialogo più semplice, nel verso più piano, potesse nascondersi qualcosa di misterioso.

Mi’ nòn am’ dsgiva:
“al sèèt tè, che mé
san stè in tì partisèèn?”
“nòn, mé ed politica
an capiss mja gninta”- disiva me
“ma infàt ai’n’era mja d’la politica;
a’i eren dì bosc negher
indovv ti stèvi òr e dé e setmèni
con ‘na fèm un bùr e ‘na pòra
e’d mòrìr adòss
comm’ i’ han sulament al bésti”
-am rispondeva lù.

Mio nonno mi diceva/ “lo sai tu, che io/ sono stato nei partigiani?”/ “nonno, io di politica/ non capisco niente” – dicevo io/ “ma infatti non c’era della politica;/ c’erano dei boschi bui/ dove stavi ore e giorni e settimane/ con una fame un buio e una paura/ di morire addosso/ come hanno soltanto le bestie”/ – mi rispondeva lui.

(Da: “D’in nciun là”, I quaderni del battello ebbro, 2003)

Il dialetto è stato presente in quasi tutti i miei lavori successivi, come strumento di scardinamento di ogni intellettualismo. La poesia per me, innanzi tutto come lettrice, è sempre stata come una lente che riusciva al contempo a rendere più chiara e più misteriosa la vita, qualcosa che la raddoppiava condensandola, in un certo senso. Ripensando a quello che è successo negli anni, mi accorgo che la relazione poesia-mondo è diventato proprio concretamente uno scambio sempre più aperto e nella doppia direzione. Vivere nel mondo mi ha portato a scrivere delle poesie che a loro volta hanno permesso incontri e vissuti (miei e altrui) che non sarebbero altrimenti avvenuti. Quando per esempio ho scritto i ‘Canti di un luogo abbandonato’ ho scoperto la (inizialmente mia) terra in modo completamente diverso, l’ho provata a dire, e quel tentativo mi ha portata in tanti luoghi, mostrandomi come l’abbandono si somigli ovunque, come si faccia traccia e spiraglio per le persone per non solo comprendere meglio il loro abitare, ma anche se stesse.

Sui crinali dice nei posti segreti e laterali le dorsali dei monti prima dei ponti e dei ponteggi
dei vagheggi e delle parole in quel tempo senza ancora cenno di parola o di senno o di giusto
là sotto il fusto del nespolo, del nocciolo. Dice che là, tutto solo, s’è trovato un osso di balena
cavo e liscio, misteriosissima polena di questa prua del mondo, qui dove quello che adesso svetta
e emerge che si sparge come fecondo bosco o frutteto, qui che è una vetta da cui lontano
se c’è il sole se è terso si può vedere il mare si può immaginare di saltare e salpare con lo sguardo
dalle nevi al bordo dell’adriatico. Acquatico, subacqueo anzi, era quello che ora ci si para dinnanzi.
Questo monte a cui salire era fondale buio, disabitato. Qualche creatura dell’abisso forse l’ha visitato
in un silenzio assoluto, e freddo, in quel mare primordiale, in quel tempo a noi inospitale
in quel mondo inabitabile e micidiale. Troppa, troppa vita. La storia del mondo in potenza.
Tutto che succedeva e che poteva fare senza di noi. Se c’era un tuono era la voce degli dei.

(Da: “Canti di un luogo abbandonato”, SassiScritti, 2013)

Poi, sono venuti a poco a poco i momenti di confronto diretto. Potremmo chiamarli laboratori, quel tempo aperto in cui si sta senza pregiudizi a disposizione di quello che accade e che ci viene proposto. Nei laboratori che curo ho visto come la poesia possa agire, proprio concretamente, attraverso quello spiazzamento e quella improvvisa disposizione d’animo di accoglienza dell’ignoto. Mi dispiaccio proprio tanto quando incontro dei poeti che guardano a tutto questo con scetticismo, come se fosse una pratica svilente e persino un po’ ridicola, che non ha a che fare per niente con la poesia. Personalmente non ho un’idea così certa, o forse così astratta, della poesia da poter decidere a chi debba o non debba essere diretta, ho sempre fiducia che il punto finale di arrivo sia molto imprevedibile e quindi forse anche per questo il mio desiderio di scrittura sarebbe il nitore (sempre vigilato, come detto prima, sempre dentro un dettato che non tolga forza formale, e che tenga in sé la possibilità di molteplici letture), in modo da essere frequentabile a più livelli. Così mi son trovata a leggere poesia con tante persone diverse, persone che la scoprivano per la prima volta. Ho messo in mano libri di poeti viventi (un assaggio di tutti quelli che ho nella mia libreria) a adolescenti, operai, scrittori, insegnanti, impiegati, contadini, medici, persone affette da sofferenza mentale, bambini, pensionati. Ho scoperto cose incredibili condividendo la poesia in questo modo, ho scoperto qualcosa inerente la poesia stessa. Che è molto più libera e sfaccettata di quanto si creda, e che sa seguire vie che noi non possiamo prefigurare con troppa sicumera. La vita si è presentata intera, improvvisa, come se avessimo aperto una porta magica con la chiave della parola. E ho iniziato a pensare che questo fosse un atto anche politico, in qualche modo, un atto importante, la fondazione di una comunità, in cui l’ascolto dell’altro – favorito dalla poesia – consentisse o almeno si indirizzasse verso quel lato di noi commosso e capace di desiderare il bene.

Per questo da circa una decina d’anni e con sempre maggiore frequenza, sperimento anche quella che viene chiamata ‘poesia per bambini’, scrivendo filastrocche e albi illustrati, storie per ragazzi e ninne-nanne. Quello che tento è lo sconfinamento tra i generi, tanto che mi ha resa particolarmente felice il Premio Ciampi Valigie Rosse nel 2015, con cui ho pubblicato in quell’anno “Quando piove ho visto le rane” (ripubblicato con 18 inediti nel 2020). Qui ho sperimentato come si possa scrivere una poesia che non si faccia rinchiudere in una definizione precisa: è per bambini o no? È in questo modo trasversale e poco accademico quindi che penso la poesia (tutta quella che amo, non solo quella scritta da me), è così che la vivo e la condivido. Un gesto forte, che sta in dialogo coi morti e che al contempo può cambiare i vivi e le loro vite, una grande fiducia nella parola, una tensione verso lo stupore. Qualcosa che al contempo medica e non consola, accoglie e non ammicca. Questo il tentativo che mi sembra di stare attraversando con tutto il mio lavoro, che non è mai solo il singolo libro, e che non so prevedere con certezza dove mi porterà.

Il poeta non è una panchina

Il poeta non è una panchina.
Il poeta non è un pezzo da vetrina.
Il poeta non è resistente all’acqua
e nemmeno al fuoco.
Il poeta non è becchime per gli uccelli
non è una lampada e nemmeno un portaombrelli.
Il poeta non è comodo come un divano.
Il poeta non è un attrezzo.
Non si mastica il poeta.
Il poeta si vede poco, sempre da distante.
Scantona dalla strada e non è rassicurante.

(Da: “Quando piove ho visto le rane”, Valigie Rosse 2020)

 

  

nota bio-bibliografica

Azzurra D’Agostino è nata a Porretta Terme, sull’Appennino tosco-emiliano Ha pubblicato le raccolte di poesia D’in nci un là, I Quaderni del battello ebbro, 2003;Con Ordine, Lietocolle, 2005; D’aria sottile, Transeuropa 2011 – selezione Premio Viareggio; Versi dell’abitare, in XI Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos 2012, Canti di un luogo abbandonato, SassiScritti 2013 – menzione speciale Premio Marrazza e Premio Carducci 2014, Quando piove ho visto le rane– Premio Ciampi Valigie rosse (in ristampa con nuovi contenuti nel 2019). Nel 2016 ha curato insieme a Francesca Matteoni il volume Un ponte gettato sul mare, un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici– Perda Sonadora Imprentas. Nell’autunno 2016 è uscito il volumeAlfabetiere privato per la collana giallaPordenonelegge-Lietocolle e nel dicembre 2016 la traduzione dal tedesco, con Marianne Schneider, del radiodramma su Hölderlin dal titolo Hölderlin/Scardanelliper Mimesis edizioni. Per l’infanzia ha pubblicato gli albi Intervista alla felicità, Piccoli amori, Luce, Poesie della neve per l’editore Fatatrac e il romanzo per ragazzi Il giardino dei desideri per DeA Planeta Libri. Scrive per il teatro, conduce laboratori di lettura e scrittura poetica e si occupa di organizzazione culturale come presidente dell’Associazione Culturale SassiScritti.

ph tratta dal film Sacrificio (Offret) – 1986 – scritto e diretto da Andrej Tarkovskij, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 39º Festival di Cannes.

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