All’inizio, quindicenne, m’incensavo scrivendo di alcune mie poesie in terza persona, rivolgendomi a me stesso per cognome, cercando di imitare le analisi delle liriche di Montale sui libri di testo del liceo. Utilizzavo spesso i campi archetipici della luce e dell’ombra, ma mi compiacevo nel mutarli di segno, come Baudelaire i suoi fiori: il buio che protegge e rivela, la luce che acceca e stecchisce gli insetti. In sostanza, trasfondevo nella scrittura in versi quella megalomania triste, forse non priva di tenerezza, di quando, alcuni anni prima, misuravo il diametro apparente del sole e della luna col righello, cercando improbabili formule; o di quando annotai su un quaderno un paradosso che mi parve farina del mio sacco, e che poi mestamente scoprii già essere stato formulato, oltre duemila anni prima, da Zenone. Ripetevo così in me stesso goffamente un’unghia di storia intellettuale e di civiltà già accaduta. Guardavo indietro senza sospettarlo. La stessa megalomania di quando disegnavo città dall’alto e cruscotti di automobili immaginifiche, o costruivo transatlantici e grattacieli con i lego. Ne è rimasta traccia nel mio secondo libro, Non di fortuna (Italic Pequod, 2017), e più precisamente nel poemetto Le bolle azzurre:

Il via lo dava lo scroscio dei mattoncini a terra,
cameretta diventava un cantiere toccato tutto insieme
e avrei esplorato la perfezione dopo
di un transatlantico, un castello, un grattacielo
alto più di me.

L’ossessione per la grandezza è un tratto infantile e dittatoriale, intransitivo perché esclude o umilia l’Altro. Una manciata di versi dopo, infatti, il testo prosegue così:

Mia sorella metteva situazioni in bocca
a minutissimi inquilini; io “l’ho fatto io” dicevo.
E non faceva che decrescere,
mattone dopo mattone decresceva
la casetta di mia sorella…

«Io l’ho fatto io». La costruzione irradiava il mio ingegno, la mia ambizione, la mia ingombranza. L’esserci, il voler restare al centro dell’attenzione, in un’infanzia e preadolescenza di relativo benessere materiale e affettivo. Non potevo allora, bambino, dare credito al più difficile e sottile talento di chi insufflava vita in personaggi per cui la casetta era un semplice mezzo per imitare la vita; non un fine, e meno che mai lo show di un architetto demiurgo. Solo molti anni dopo avrei capito che dare voce agli altri, entrare in prospettive sul mondo divergenti dalla propria, e in sostanza riportare in vita una poesia drammatica (nel senso teatrale e mimetico del termine) sarebbe stato un percorso fecondo, sprigionante tensione e dinamicità plastica, opposta alla minacciosa ma fascinosa compostezza di un totem testuale intransitivo. Mia sorella aveva ragione. Nella poesia appena citata, ho voluto allegorizzare questi due poli, sinistramente accostando il me bambino ai politici che, allora come oggi, promettevano un Ponte sullo Stretto anziché impegnarsi a mettere in sicurezza le scuole pubbliche o prevenire il dissesto idrogeologico.

Al tempo stesso sono però pronto a riconoscere che questa ossessione per la grandezza ha creato terreno fertile per una forma di fedeltà, di perseveranza e concentrazione che credo abbia accompagnato da allora il mio fare versi. Questa ossessione non mi ha mai veramente abbandonato: ho vissuto, per esempio, il progetto di dottorato (2011-2015) con un fervore da crociato, e la sensazione che le 400 pagine della monografia che ne è venuta fuori fossero un frammento appena di una totalità pensata, di un possibile che non potrò mai scrivere. La mia distrazione o absent-mindedness che spesso mi si leggevano in viso, o per cui venivo ora bonariamente ora più seccamente redarguito, era forse il recto di quell’attenzione interiore, di quella dedizione rimasta infantile.

I miei inizi, tra il 2000 e il 2001, quando facevo l’esegeta di me stesso perché nessuno avrebbe comunque ascoltato e capito, sono stati quindi intransitivi. Mancavano gli altri, il loro mondo mancava perché, semplicemente, non c’era spazio, e forse nemmeno vedevo un modello di socialità che potessi apprendere, non sentendolo istintivamente. Mai fatto parte di squadre di calcio o di pallacanestro, e delle partite dell’oratorio estivo (debole instradamento al cattolicesimo, dalle cui formule svuotate di vero rituale sempre mi sono sentito estraniato) ricordo più la polvere e il pallone che i rapporti di amicizia, inimicizia o indifferenza tra noi giocatori improvvisati. Costruire internamente e scrivere, allora. C’era altro da fare delle domeniche? mi chiedo adesso citando Sereni, che avrei scoperto solo tre o quattro anni dopo. La provincia, una sterminata domenica, continuerei sostituendo a «domenica» il suo più calzante correlativo spaziale, cioè «provincia». La provincia alessandrina dei miei primi diciott’anni di vita come un fantasma d’immobilità che torna a visitarmi ogni volta che avverto un luogo, una relazione o una forma poetica a rischio di esaurimento:

Nel posto da cui vengo rimane a metà
ciò che serve. Tra l’immobile rimane
e i giri a cerchi ristretti,
non densi. Non si pensi al caffè analogia facile ora che
che svendono.

Anche questa poesia viene da Non di fortuna, libro dove ho cercato di fare i conti con il mio passato (e dunque il luogo natio) in maniera meno episodica che in Per ogni frazione, il mio esordio soprattutto vòlto alla scoperta presente, negli anni più solari dell’università pavese, segnati da incontri importanti, alcuni dei quali sopravvissuti fino a oggi. Eppure a ben pensarci anche in Per ogni frazione si trova una poesia in tre parti “dedicata” a Valenza e dove tuttora, come un moncone di me stesso, vive e invecchia la mia famiglia. La seconda parte di Valenze recita così:

Piuttosto non c’è da permettersi
rancore, né dolcezza all’incontrare le panche,
gli asili e un grigio già oltre la provincia
ma con il conforto di non essere città.

«Ti ha visto nascere»
muoverebbe a rimprovero un poeta, ma se manco
dall’ignorarsi come scelta
si è cominciato mai.

Estraneità reciproca, incomprensione fra io e luogo, smarrimento esistenziale in forma sedata, crepuscolare come la provincia stessa. Possono sembrare solo topoi letterari, ma ogni topos autentico non è che la forma cristallizzata di sentimenti extra- e pre- letterari, di costanti antropologiche e sociali avvertite anzitutto nell’intimo dei corpi. Ancora da Per ogni frazione, dal poemetto Sensi della piazza:

Piace autocitarsi negli abbracci
alle coppie di sabato in sabato a un concerto locale,
se non per rispetto alla piazza in ottemperanza di essa.
«A presto, amo’», e all’appuntamento l’indomani si aspettano
(Biblioteca Comune Duomo> un mezzo giro dall’altro, un tanto per confermarsi e smentirsi.

Non occorre vergognarsi nel dire che il sostrato sociologico e parte di questo immaginario hanno più a che vedere con le canzoni degli 883 che con la cosiddetta cultura alta, di cui mi nutrivo discontinuamente e più per la capacità di formalizzare seriamente l’esistente che per gli esistenti – da me abissalmente lontani – che proponeva. Non ci sono state guerre nella mia formazione, non c’è stata la Resistenza, non c’è stato il ’68 né il ’77, e durante la Guerra del Golfo avevo solo sei anni. Ci sono state le feste dell’Unità, ma come depoliticizzate, se è vero che ne ricordo appena le luci e i palloni, e al limite un senso pre-teorico di comunanza a cui non hanno fatto seguito letture politiche, e meno che mai una militanza:

«Basta! basta con…» intona il corteo un giorno (il concordato).
Marcia come a inizio Novecento, si rifà nelle danze ai Sessanta.
Mi sfila accanto, senza resistervi mi sarei immesso…
ma né padroni né borghesi, l’altra parte oggi è invisibile;
e mimarla, «selezionare oggetto di contestazione prego»,
è stato (sottovoce) il mio modo di completare il coro.

Se De Angelis in anni veramente politici poteva scrivere, per distanziarsene, «fuori c’è la storia, le classi che lottano», per me la storia era solo una materia scolastica da studiare. Sentivo una plastificazione della politica nei cortei scolastici, ero dispossessato. Dirlo fa male, ma perfino l’11 settembre 2001 non ha lasciato alcuna traccia nel diario che allora tenevo (come ho scoperto con shock l’anno scorso, sfogliandolo) e che pullulava invece di velleità teorico-poetiche, resoconti di gite scolastiche, infatuazioni adolescenziali. Non solo quell’evento terribile e decisivo arrivava tutto schermato, ero io stesso uno schermo anestetizzato, compensavo una certa profondità interiore (qualunque cosa questa espressione significhi) con un torpore e un’incapacità di reazione molto forti, che negli anni la scrittura poetica come pratica di ascolto e apertura mi avrebbe insegnato a stemperare, e finalmente a bucare e trascendere perfino. Il senso di colpa per quella omissione sarebbe comunque riemerso, portandomi nel 2011 o 2012 a scrivere una poesia che allude all’11 settembre (di nuovo dalle Bolle azzure in Non di fortuna), ma da una prospettiva il più privata possibile, l’unica che mi fosse nota:

cercavo l’acqua le dodici del dodici
settembre il momento di confine l’acqua in bottiglia
planavo piano col palmo per non rovesciarla
farla mia non rovesciarla
lei offerta lei indifesa mi ricorda no non
si parte: per la cronaca è l’undici
per me è il dodici ma è l’undici per me
che cado in sonno solo in sonno e atterro
liscio sul letto secondo fisica
salvo sul letto secondo biologia

Nonostante la mia scrittura proceda costantemente attratta dall’apertura, dal nuovo, dall’Altro, e anche se forse questa apertura si dispiega più compiutamente nelle raccolte inedite Doveri di una costruzione (2016-2021) e La parzialità dei molti (2018-in progress), questo fantasma d’immobilità non viene mai del tutto meno, e anzi forse si fa paradossale carburante della scoperta e della sempre maggior inclusività dei miei testi. Questo mi sembra particolarmente vero per questo passaggio inedito da La parzialità dei molti, scritto, mi pare, nel 2018 o 2019:

Una mattina in sommessa ebollizione, un oggi che sento di volermi
scoccare e incistarmi in mezzo agli slogan, alle fake news,
un cristallino fatto stalattite che affondi voi, una buona volta,
che squarci quel bar di paese dove per sempre mi sarei bloccato.
Facilita il processo la luce bianca e moderata del sole baltico,
sovente in odor di grigio ma ora no, laser che senza affocare svela.
Sentirsi vivi ma frustrati per non esserlo di più, tenaci a giorni,
a ore alterne, con piani di conquista da andar detti a mezza voce,
al cinema sotto le stelle, tanto timidi e intimi e radical essi sono:
un impero in divenire costruito su una nobiltà di sperperi,
sul dono del confronto strappato al conto che langue, figura del
poliedro senza vertice, io lo oppongo chiaramente all’altrui,
chiaramente. Sono, in tanti siamo, proprio questo poliedro,
questa rete per quanto taciturna e malmessa, e voi non la vedete.
È la nostra politica, restare vicini anche se solo a strappi, morsi
come siamo dal tempo e le distanze, ma voi non lo vedete.
Ma voi chi, incalzate di rimando. Non so assegnarvi un viso,
o almeno non sempre, è frustrante. Alcuni sareste amici miei,
alcuni parenti, altri mi avrete fatto attraversare a un semaforo,
altri avrò ordinato un bicchiere, altri non capisco che vi muove;
altri mi apparite al plasma, e basta. Ma state in una piramide,
questo sì. E la base abbruttita dal peso la terra di sotto abbruttisce,
la terra degli ultimi per come mi è dato di intuirla dal plasma.
Ho detto poliedro, ma potevo dire rosa, cerchi concentrici
di un sasso lanciato senza odio, ragnatela al suo primo nascere.

Torna «quel bar di paese dove per sempre mi sarei bloccato» al quale opporre i contatti umani sempre coltivati, un «restare vicini anche se solo a strappi», un vitalismo da «nobiltà di sperperi» attizzato dalla nuova posizione geografica (i paesi Baltici), lavorativa (membro organico di un’università) ed esistenziale. Questo passo, con cui mi sembra giusto chiudere questo svelarsi un po’ sbandato, tanto lontano dal rigore a cui punto in veste di critico, è una fuga dalle radici che non sento di avere e che tuttavia non smetto di cercare, diviso fra il terrore delle sabbie mobili, dello stagno, e la mancanza di coraggio o incoscienza per abbracciare un nomadismo integrale. «Non so scegliere, né rinunciare», ho scritto nella prosa conclusiva di Non di fortuna, e non so quanto questa affermazione tradisca più indecisione o apertura. A ogni modo la mia scrittura credo stia qui, in una misurazione delle distanze e nella controspinta di una ricerca di contatto, nello sguardo analitico sull’esistenza e nella tentazione calda del flusso, del trascendere sé negli altri, nei loro «cerchi concentrici / di un sasso lanciato senza odio».

Davide Castiglione, 29/06/2021-01/07/2021, Vilnius

ph tratta dal film Sacrificio (Offret) – 1986 – scritto e diretto da Andrej Tarkovskij, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 39º Festival di Cannes.

nota bio-bibliografica

Davide Castiglione (Alessandria, 1985) è docente di materie letterarie e linguistiche all’Università di Vilnius in Lituania. Si è laureato a Pavia con una tesi su Vittorio Sereni traduttore da William Carlos Williams, e dottorato a Nottingham (Inghilterra) con una tesi sulla difficoltà nella poesia angloamericana, poi divenuta libro (Difficulty in Poetry: a Stylistic Model, Palgrave 2019). Come poeta, è autore di due libri: Per ogni frazione (Campanotto, 2010) e Non di fortuna (Italic Pequod, 2017). Sue poesie sono state pubblicate su varie antologie e riviste, sia online che cartacee, tra cui «Poesia» (con una nota di Maria Grazia Calandrone), «L’Ulisse», «Il Segnale», «Inchiostro», «Nuovi Argomenti», «Formavera», «Atelier», «Poesia del nostro tempo». 

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