Per rispondere all’invito di Gabriel Del Sarto e Gianluca D’Andrea, che ringrazio,  di partecipare a questa loro serie “Dall’inizio”, vorrei raccontare qualcosa a partire dal mio primo libro di poesie, Versi Ciclabili, che è del 2007, per tentare poi un percorso che rintracci nelle tappe editoriali successive la possibile continuità di una “apertura al mondo” nelle cose che sono andato scrivendo. In principio sono stati gli oggetti abbandonati, in particolare dei telai di biciclette[i], a farmi riavvicinare alla poesia, o meglio alla necessità di usare la poesia per entrare in relazione con gli altri e con il mondo. Quindi la mia scrittura in poesia nasce dagli scarti, da un catalogare residui, scorie, ruggini come forma di rinnovata attenzione al reale. In Autopsia, ad esempio:

Per me sono veri cadaveri,
poggiati tra due cassonetti,
ammanettati alle ringhiere,
occultati sotto ai cespugli.
scarnificati o zoppi –
     solo l’anteriore, solo la posteriore,
     sfilacciate le catene –
illebbrositi dalla ruggine.

Autopsia di telai abbandonati,
faccio il medico legale
di poveri rottami,
stilo referti, fotodocumento
lo sfascio, il degrado, il delitto-relitto.

Ma già nella seconda sezione di quel libro, che era divisa in due tavole (In pista, dedicata alle biciclette, e Fuori pista riservata al resto della realtà circostante) iniziava per me la pratica di scrivere sui ritagli di cronaca, “fatti” che mi sembrava di dover salvare dal flusso dei media:

Il suonatore di tamburo,
col “dohl” cilindrico
appeso al collo,
muore perché suona.
Un talebano uccide il suono,
irreligioso a suo dire,
e pure l’anima del suo Dio
ne soffrirà.

Questo testo era dedicato infatti a Nazar Gul (1972-2007) un suonatore afghano ucciso a Kabul il 13 aprile 2007 dai talebani, colpevole di suonare musica non religiosa. E certamente la notizia mi colpì – mi fece empatizzare – anche solo per il dato accidentale dell’essere suo coetaneo. Mi accorgo che cercavo, allora come ora, di raccogliere prove, in buona sostanza, dell’insensatezza della realtà. Il mondo è la totalità dei fatti insensati che accadono, per parafrasare la famosa proposizione 1.1 del Tractatus di Wittgenstein. I titoli dei quotidiani diventarono subito, allora, materiale versificabile, pietre d’inciampo lessicali:

Il destino nel clandestino,
nascosto e acquattato, profugo,
l’insonne relitto dei derelitti.
Spiaggiato, interrato come merce
raccolta, scambiato,
iscritto all’anagrafe di sabbia:
119 polacchi scomparsi in Puglia,
leggo in mezzo al filo
di parole arcaiche e insanguinate:
caporalato.

Questa Sbarchi era una notizia di cronaca interna, italiana, una di quelle che ti dimentichi il giorno dopo averla letta, e che magari vivono qualche ora in più nella contesa del dibattito politico (nel 2007, però, non ancora così pesantemente dopato dai social). Nel mio secondo libro, Boicottando mongolfiere e ghigliottine, che è del 2013, le tracce di questa propensione ad accogliere il negativo del mondo aumentarono. Il libro era programmaticamente tutto dedicato alle parole deonimiche, cioè quei termini derivati da cognomi e nomi propri che diventavano spunto, innesco, per testi costruiti intorno all’etimo della parola o ad accadimenti che si riflettessero in quei termini. Ad esempio in Linciaggio:

Si è sfiorato il linciaggio,
recitano i telegiornali della sera,
un tassista ha investito un cagnolino,
alcuni passanti, impressionati e sensibili,
pestano a morte il guidatore colpevole,
lo mandano in coma.
Dietro l’angolo della sensibilità distratta
dei branchi di strada sta sempre
la possibilità del linciaggio,
sfiorato, l’ingiustizia privata,
come un fatto consueto è
la furia che accieca l’etica
perché richiama al mondo
una bestia ben più antica
della legge di Mr. Lynch.

(Un mese dopo aver scritto questo appunto il tassista
è morto, e i giornali chiudono il conto della notizia.
I linciaggi continuano sempre ad essere sfiorati,
mentre la violenza privata non ha nome)

Sta alla poesia, credo, misurare le sproporzioni del mondo, registrarle, censirle, metterle in mostra. Come la rinuncia ai naturali ritmi circadiani per produrre più automobili. In un presente immaginario, dove si presume che solo robot sofisticatissimi fatichino per noi, si può scoprire che esistono ancora gli operai, e che questi operai lavorano di notte:

Tra acronimi e uomini
si divide la storia dell’auto,
il grande mito meccanico del Novecento
dona i primi nomi farsi motore:
Ford, Peugeot, Porsche, Citroën, Renault,
su su fino a Ferrari, a Lamborghini…
dell’auto, Diesel o meno, è il primato storico
del nome-logo iscritto in simbolo,
il cognome mutato in marchio, marca.
Ma oggi, sotto a quei nomi, angoscia
una nuova ruota, un volante volano
di sviluppo che quei marchi umani
hanno scelto per disumanità produttiva:
la rinuncia ai ritmi circadiani
in una ruota che divide
il tempo in tre, senza notte e senza giorno,
per questi nuovi schiavi panificatori
di lamiere e gomme profumate.
Sfornare l’auto, fragrante, in un anello
senza tempo, senza notte e senza giorno,
già desincronizzati con la vita, desindacalizzabili.

Così, in Uomini a motore, con grande ingenuità, descrivevo questa “desincronizzazione” con la vita, imposta dal ritmo della produzione. Mi rendo conto di portare in poesia istanze sindacali primo Novecentesche, ma tant’è. Nel libro successivo, Dal corpo abitato (2015), l’apertura al mondo accoglieva l’intercapedine dei mezzi digitali come nuovo filtro di accesso alla realtà. Il mondo si dava come “rappresentazione” falsata, corrotta:

Hackerata è questa lingua che più non dice nulla
ma si avvita solo sul velo dello stagno,
sull’eterno presente di due, tre siti
aperti prima di entrare in questa vasca.
Una cispa sugli occhi per tutti uguale
shakerata al mattino,
sono le curiosità del mondo.

Così scrivevo in Home (page), e il testo era affiancato, nella relativa pagina dispari, da questa emblematica illustrazione di Guido Scarabottolo che interpreta, a mio modo di vedere, proprio il rapporto di selezione/scarto/miopia tra nuovi media e visione del mondo.

Nel libro seguente, Dire il colore esatto, del 2019, il tema della capacità di rendere conto di “descrizioni del mondo” efficaci si fa centrale, a partire dalla dimensione più privata possibile: il tentativo di descrivere l’esatto punto di marrone del colore degli occhi di mia moglie, Giulia. Quel testo, Grammatica del colore esatto, era già stato parzialmente pubblicato in un progetto on line di Andrea Inglese, dal titolo programmatico di “Descrizione del mondo” e aperto a una molteplicità di visioni sotto forma di installazione collettiva.[ii]

        <Dire il colore esatto
         dei tuoi occhi
         in modo tale da valere – insuperato –
         per chiunque altro mai voglia descriverli in futuro>
tramite campionatura di frammenti:
la sfoglia di un sigaro cubano,
la pietra caduta dalla grande muraglia cinese,
la scheggia di un teck birmano, la stoffa delle tende irochesi,
il te infuso a Istanbul prima di un tramonto estivo,
la cioccolata peruviana colta all’alba subito prima o
                                                                  [subito dopo
una pioggia inattesa e notturna,
un reperto ancora inesplorato
degli scavi nel Largo di Torre Argentina,
la luce del tramonto pieno nell’angolo di mondo generato
guardando l’orizzonte dalle scale di via Magnanapoli
                                              [verso il Foro di Traiano.

I lunghi elenchi di “campioni” cromatici erano un omaggio implicito, al limite della parodia, a certe poesie di Borges degli anni Sessanta. In particolare una, La Luna, che a lungo è stata per me fonte d’ispirazione.[iii]
In quella poesia Borges narra la vicenda di un uomo che “concepì lo smisurato/progetto di cifrare l’universo/in un libro” e che, giunto alla fine del suo manoscritto, si accorge di essersi “dimenticato” di nominare la Luna. (“Que se habìa olvidado de la luna”). Prima di lanciarsi in una corsa enciclopedica e meta-letteraria per recuperare la memoria del suo personale rapporto con la Luna, in quella poesia Borges ci lasciava  un monito preciso:

La storia che ho narrato benché finta
può ben raffigurare il maleficio
di noi che esercitiamo il mestiere
di trasformare in parole la nostra vita.

Si perde sempre l’essenziale. È una
legge di ogni parola intorno al nume.
Non saprà eluderla questo riassunto
della mia lunga relazione con la luna

L’idea che la scrittura viva di questo “maleficio”, di questa mancanza, è un motore e un movente della scrittura poetica che cerco di coltivare, cioè di un meccanismo che salva, che recupera, che ritaglia, che insegue gli scarti (siano accadimenti privatissimi o pubblici). Forse è per questo motivo che proprio in quel libro, Dire il colore esatto, collezionavo il maggior numero di poesie votate al ricordo di morti (morti sul lavoro, in molti casi, come nel caso degli operai della Thyssen di Torino) ma anche a misurare quanto la de-sacralizzazione della morte si fosse ormai completamente realizzata:

Il passo brevissimo
da torrefattore a torrefatto,
le ceneri di Bialetti deposte in chiesa
dentro l’omonima moka,
formano la miscela pregiata del presente
che vuole sacro e profano indistinguibili,
solubili in un unico aroma.

Così in Le ceneri di Bialetti cercavo di registrare o di indicare come sorprendente un’immagine, vista sul web e sui giornali: quella del funerale dell’inventore della moka, Renato Bialetti, morto a 93 anni nel 2016.[iv]

Nel mio ultimo e più recente libro, Somiglianze di famiglia, l’apertura al mondo si traduce nel misurare la distanza tra visioni del mondo all’interno della mia genealogia, la distanza, cioè, che ci separa dagli avi, accogliendo a volte anche testimonianza fotografica di quella distanza:

Rivedo la mia stempiatura esatta
in quella di mio nonno, il programma genetico
che prosegue, si attiva, prende corso, si replica,
e la posterità che io sono come un replicare
(siamo replicanti quindi?
«Vecchiaia – inizia il grande Mimetismo», direbbe Valerio)

ma nella somiglianza di postura,
di espressione si demarca in me
uno scarto, una distanza: sono consapevole
di non avere affatto la forza di mio nonno;
stavo per scrivere l’integrità di mio nonno,
ma temevo che la parola potesse contenere troppo
il riverbero di un giudizio morale
(perché è sempre difficile parlare male di se stessi, in fondo)
ma integrità è la parola giusta
per indicare la corrispondenza esatta
tra vita interiore e vita esteriore,
tra valori e azioni.

In questa poesia, Nella camicia bianca di Mario Agostino, accompagnata dalla foto che descrive, cito un testo di Valerio Magrelli dedicato al padre, A Giacinto, mio padre, contenuta nel suo Disturbi del sistema binario, testo dal quale riprendo anche l’idea del replicarsi in noi del programma genetico degli avi. Un testo, il mio, che era nato in forma di prosa celebrativa di un 25 aprile intorno a un piccolo frammento, pensato come una specie di preghiera o litania laica[v]:

La Liberazione è una camicia bianca,
è amore del luogo dove sei nato,
è forza umile e silenziosa e santa.

Proiettavo così, nella camicia bianca ritratta nella foto di mio nonno paterno,  Mario Agostino, i valori di una generazione che ha letteralmente ricostruito il nostro paese, i tessuti muscolari della democrazia, della convivenza civile, del diritto. In tutte queste “aperture al mondo” come registrazione di accadimenti del presente, ho sempre cercato di attenermi a una specie di regola prudenziale volta a mettere distanza tra stesura e pubblicazione. Mi spiego meglio: non credo alle poesie che commentano, sui quotidiani, il fatto di cronaca avvenuto il giorno prima. Il peso specifico delle parole ha bisogno di tempo, secondo me, per depositarsi e restituire realmente qualcosa del senso che si vuole esprimere in relazione a un fatto accaduto. C’è un rischio di “recentismo”, per dirla con un lessico wikipedico, nel piegare la poesia al puro commento della cronaca, se tempo di elaborazione e tempo di emissione quasi coincidono. E sappiamo quanto la facilità di pubblicazione, e la molteplicità dei canali, data dalle piattaforme di socialnetwork spinga esattamente a far coincidere elaborazione ed emissione dei contenuti, anche in poesia. A parziale sconfessione di questa mia posizione, forse un poco intransigente, posso citare un testo contenuto in Somiglianze di famiglia, che tratta della pandemia nella quale ci troviamo tutti immersi (pandemia che ha avuto anche un certo effetto pandemico sulle pubblicazioni ad argomento pandemico). Qui, in Una notte ho sognato il Covid, elaborazione ed emissione hanno uno scarto di pochi mesi (novembre 2020/marzo 2021) ma già sufficienti a mettermi in un certo imbarazzo con me stesso e con il lettore, imbarazzo che ho tradotto nei due ultimi e ultimativi versi:

Qualche giorno fa,
siamo a novembre dell’annus
horribilis 2020, ho sognato il Covid,
ed era un bastoncino di canna di bambù
con su un piccolo uncino arrugginito
a forma di falce in miniatura.

Ad alcune persone il bastoncino
lasciava un graffio. Ad altre
un taglio, ad altre ancora
si conficcava nel petto.

E questo è tutto quel che ho
da scrivere sul Covid.

Per ultimo, l’apertura al mondo in quello che sto scrivendo attualmente, si traduce in una ricerca sui margini della scrittura, sia intesa proprio spazialmente, tipograficamente (il rapporto tra testo e note intorno al testo, dall’antichità ad oggi) sia in tutti i riflessi metaforici possibili dell’espressione “scrivere sul margine”[vi]. Conto di terminare il lavoro entro il 2022.

ph Nicola Ughi https://www.nicolaughiphoto.it/

 

Matteo Pelliti vive e lavora a Pisa dove si è laureato in Filosofia. Ha pubblicato le raccolte di poesie Versi ciclabili (Orientexpress, Napoli, 2007), Boicottando mongolfiere e ghigliottine (Tapirulan Edizioni, Cremona, 2013), Dal corpo abitato (Luca Sossella editore, 2015) con le illustrazioni di Guido Scarabottolo e un cd audio con la voce di Simone Cristicchi (cantautore col quale ha collaborato, a partire dal 2005, nella scrittura di diversi progetti teatrali), Dire il colore esatto (Luca Sossella editore, 2019), con prefazione di Fabio Pusterla e disegni di Guido Scarabottolo (Premio Nazionale Letterario Pisa 2020 per la sezione Poesia). Ha pubblicato il saggio “La musica di Wittgenstein” (nel volume de «L’ospite ingrato» Nuova serie, n. 4, “L’esperienza della musica”, a cura di Luca Lenzini e Marco Gatto, Quodlibet). Collabora  con «Tèchne», rivista di bizzarrie letterarie e non, diretta da Paolo Albani (Quodlibet). Ha pubblicato la fiaba in ottava rima La bicicletta gialla (Topipittori, Milano 2018) con le illustrazioni di Riccardo Guasco (uscito nel 2019 anche in edizione spagnola, La bicicleta amarilla, per Liana Editorial, Madrid).  Il suo ultimo libro di poesie è Somiglianze di famiglia, prefazione di Alessandro Fo (Industria&Letteratura, 2021). Il suo diario pubblico è www.coltisbagli.it.

ph tratta dal film Sacrificio (Offret) – 1986 – scritto e diretto da Andrej Tarkovskij, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 39º Festival di Cannes.

[i]  Ho raccontato diffusamente la genesi di quel libro, che derivava da un mio blog fotografico, qui “Dai cicli infelici ai Versi ciclabili”: https://www.doppiozero.com/materiali/due-ruote/dai-cicli-infelici-ai-versi-ciclabili

[ii] Vedi https://www.descrizionedelmondo.it/il-progetto/. Parte del mio testo, con una mia foto e una versione audio, era stato pubblicato qui: https://www.descrizionedelmondo.it/dire-il-colore-esatto/

[iii]   A partire da quella poesia, nei primi anni Duemila, dal 2004 al 2010, organizzavo un torneo di scrittura on line, nel mese di agosto, dal titolo di “Scrivere l’essenziale”, vedi https://scriverelessenziale.wordpress.com/

[iv]   Vedi https://www.corriere.it/cronache/16_febbraio_16/funerali-bialetti-una-moka-ceneri-imprenditore-d52f57b2-d4da-11e5-99b3-7190357675f4.shtml

[v]    Qui la stessa poesia, ma in una sua prima formulazione in prosa: http://www.coltisbagli.it/2019/04/30/somiglianze-di-famiglia/

[vi]   Vedi la serie di aforismi sotto l’hashtag #scriveresulmargine, https://www.instagram.com/explore/tags/scriveresulmargine/

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on pinterest
Share on tumblr
Share on telegram
Share on whatsapp
Share on email

Potrebbero interessarti