dell’Olmo, le poesie sociali per “scardinare l’indefinito e raccontarlo”.

dell’Olmo, le poesie sociali per “scardinare l’indefinito e raccontarlo”.

Olmo Losca nasce in una calda notte del 1969. È stato operaio, contadino, collaboratore nei rifugi alpini d’alta quota e viandante attraverso l’Europa. Attivista libertario, è autore di articoli e saggi sulla questione animale, ecologismo e critica sociale. Poeta e scrittore di fiabe e novelle, attualmente vive sulle montagne della Liguria. L’uscita per suo nuovo libro bilingue, “Le poesie dell’Olmo”, Editions du Monde Libertaire, è stata l’occasione per un’intervista che desideriamo introdurre riportando (volutamente rimarcando) un passo nevralgico: «Se esiste sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, del genere, del colore, è perché esiste lo sfruttamento dei corpi animali. Sono loro la base del grattacielo di Horkheimer, anzi le cantine più anguste. Sono gli animali non umani a reggere e consolidare l’enorme dramma del dolore di tutti».

Com’è nato “Le poesie dell’Olmo”?

Il libro ha avuto un “Parto” letterario particolarmente lungo. Per due ragioni principali: la prima è che quando si parla di poesia sociale vi è una sorta di “ghettizzazione” editoriale e la seconda è che riguarda la poesia in sé. Come approccio alla lettura. Sono pochissimi i poeti e altrettanto le poetesse che riescono a entrare nel “circuito” dell’interesse. Le ragioni sono molteplici, naturalmente, ma inserirei tra quelle fondamentali l’aspetto “noioso” che la poesia trasmette. Veniamo indottrinati fin dall’infanzia (famiglia e scuola in primis) ad avere un rapporto con la poesia sempre omologato, se non addirittura conflittuale. La poesia è, ritenuta noiosa, incomprensibile, ostica oppure inutile. Le ragioni non vanno legate alla poesia in sé ma a ciò che l’educazione scolastica “pensa”. È evidente che non generalizzo totalmente (vi sono insegnanti che trasmettono amore per la poesia) ma nel complesso è arte decisamente invisa. Si studiano sempre gli stessi poeti e, proprio perchè la scuola ha un carattere patriarcale, quasi mai poetesse. E quelle poche son sempre le stesse. Non si aprono nuovi orizzonti, altri sguardi. Rimane arte di nicchia, di minoranza intellettuale. Ed è un errore. Le persone crescono avendo come riferimento gli stessi sguardi e, appena possono, abbandonano la poesia. Anche solo come lettura. In questo contesto si muovono le case editrici (quasi tutte) e soltanto alcune continuano, coraggiosamente, a parlare e pubblicare testi di prosa o poesia. Chi scrive poesie ha una difficoltà maggiore, a volte invalicabile, a vedersi pubblicare rispetto a chi scrive romanzi o altro. “Le poesie dell’Olmo” nasce in queste dinamiche. Senza dimenticare poi che è un testo di poesie sociali, quindi ancora più “nemico” della distribuzione classica.

Il tuo è un libro bilingue (Francese e Italiano), edito dalla casa editrice francese “Editions du Monde Libertaire”. Perché hai scelto di pubblicare in Francia. Hai curato tu la traduzione? E, ancora, è realmente possibile tradurre la poesia o è più corretto parlare di riscrittura?

Per le ragioni di cui sopra, inizialmente, ho cercato una casa editrice italiana. Senza successo. La poesia di cui tratto è particolarmente “fastidiosa”, antipatica, induce a riflettere sulle miserie umane, la devastazione ambientale, lo sfruttamento, l’oppressione animale, la macchina tritatutto, come dico io. Finalmente, dopo mesi di ricerche, ho incontrato e conosciuto una donna che lavora nell’editoria, alternativa ai classici canali, che ha creduto in me e in quello che scrivo. Ma al di là delle Alpi. La casa editrice è “Editions du monde libertaire”. Una casa editrice libertaria francese. Il titolo del libro è stato scelto da Monica Jornet, la curatrice e traduttrice dei testi. Per quanto riguarda la traduzione sono rimasto molto soddisfatto, Monica è riuscita a cogliere quell’urlo che traspira dai versi senza stravolgere il testo. Tradurre poesie in altre lingue è una ginnastica molto complicata. Esistono traduzioni di poesie di Neruda, Cortazar, Mendes (per fare solo alcuni esempi) che sono terribili, completamente in antitesi con quello che intendevano gli autori. Lo stesso vale per le traduzioni dal russo o polacco di poeti e poetesse del 900. Oggi le cose sono decisamente cambiate ma ancora incontro traduzioni superficiali e non “legate” alla comprensione dell’autore. Abbiamo dovuto sostenere mesi di collaborazione per riuscire a rimanere fedeli a quello che intendevo, è stato un lavoro difficile e ringrazio Monica Jornet per il lavoro e la mole di concentrazione. Le poesie tradotte in francese seguono, senza interruzioni o espressioni altre, il sentiero dei versi. Sono decisamente in contrasto con quelle che vengono chiamate “riscritture”, che si staccano indissolubilmente dal “circostante” della parola, non ne colgono la forza e la riducono, spesso, a “macchietta” traduttiva se non, nel peggiore dei casi, a “devastazione” della metrica. Libera o meno. A differenza del romanzo, dove tradurre può anche coincidere con -riscrivere-, nella poesia questo è impossibile. È come copiare un quadro di Degas o Munch cambiando i colori, un pasticcio artificiale.

Crediamo che l’anarchia è (debba essere anche in termini di assoluta riconoscibilità) una delle caratteristiche fondamentali della vera poesia, qual è il tuo pensiero in proposito?

Direi di no, o meglio, non necessariamente. È pur vero che l’aspetto libertario è ineluttabilmente legato all’arte. In questo vi sono testi splendidi di Julian Beck e Judith Malina (il leggendario Living Theatre), ma non mi spingerei a dire che la poesia è anarchia, viceversa posso tranquillamente affermare che anarchia è poesia. In questi termini: se possiamo dire che tutti gli anarchici che hanno affrontato i versi sono, in un certo qual modo, poeti, la proposizione reciproca è ben lungi dall’essere vera: tutti i poeti non sono, e ce ne corre, degli anarchici. La grande differenza tra la poesia sociale, quindi prettamente anarchica e la poesia civile o tutte quelle “diramazioni” poetiche “altre” (negli aspetti del sentimento, nell’approccio esistenziale, collettivo) sta proprio nella -Politica- (per politica intendo quell’aspetto, quell’urlo dissacrante in totale legame e fusione con la libertà dell’individuo, la sua emancipazione, la sua autodeterminazione e non la politica dei partiti convenzionali e istituzionali che nulla c’entrano con la libertà) della poesia. Nella poesia civile, ad esempio (un esempio per tutti: Neruda), i versi corrono in parallelo alle lotte collettiviste prettamente comuniste o socialiste libertarie (non anarchiche); in quella esistenziale, più intima, le note possono suonare a prescindere dall’aspetto politico del “sociale”. Anzi, spesso, rientrano nella sfera del disagio personale. E il disagio non è sempre in funzione “dell’altro” (per citare liberamente la Merini). In quella sentimentale entrano in gioco moltitudini di variabili. Anche in quelle di spirito anarchico ma non “obbligatoriamente”. In sintesi, la poesia con cui espongo la mia riflessione interiore spazia dall’aspetto prettamente politico-sociale all’aspetto esistenziale. In “Arte e Anarchia” il libro di Edgar Wind del 1963 viene spiegato bene il concetto di “minaccia all’ordine” dove l’arte è indissolubilmente legata all’anarchia ma nella poesia tutto questo si amplifica, essendo “fenomeno” non incatenabile, spirito disturbante, alienante, destrutturante e, in altre parole, può prendere forme incontrollabili. Questa è la poesia, tra le forme d’arte, la più allo stato “brado”. Solo la pittura può conoscerne gli aspetti più oscuri. Non è un caso che nella storia la poesia è stata anche “inginocchiata” al fascismo della prima ora, sdoganata e incanalata. È stata indottrinata, legalizzata, resa superficiale, populista, in parole povere disintegrata. Come è successo esattamente con la pittura. Non esiste la “vera poesia” ma l’abbraccio infinito alle poesie. E sono proprio le poesie, che per natura “perfetta” sono libertarie, a dettarne i contorni. Ma non da oggi, naturalmente, ma dai poeti T’ang del sesto secolo dopo cristo. Lì nasce la poesia sociale che tiene per mano lo sfruttato, il disperato, l’oppresso. Ed è nella disperazione, nella “pazzia” che nasce l’amore tramutato in versi, siano essi esistenziali, politici, sociali, collettivi. Paul Signac, il grande pittore anarchico francese che visse a cavallo tra l’800 e il ‘900 e nemico giurato del fascismo e del nazismo, una volta scrisse: «Il pittore anarchico non è colui che esegue opere anarchiche, bensì colui che, senza curarsi del denaro e senza chiedere ricompense, lotta con tutta la sua individualità contro le convenzioni». In questa frase, che io condivido totalmente, leggo anche la poesia sociale.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

Certo che la poesia ha un incarico, se parliamo di quella sociale. Un incarico importantissimo, fondamentale, deve essere struttura portante, colonna. Come lo è stata nella storia del 900. Deve tornare “incarico”. Agli inizi del 1960, gli studenti e le studentesse che iniziarono quel percorso che tanto cambiò la storia (femminismo, lotta di liberazione dalla segregazione dei neri, sindacalismo rivoluzionario nelle fabbriche, lotta contro le discriminazioni di genere) avevano in tasca “L’Urlo” di Allen Ginsberg. Quelle 26 pagine, scritte nel 1954, che incenerirono la poesia convenzionale. La tramutarono in lotta di largo respiro. I poeti e le poetesse erano tenute in enorme considerazione dai movimenti di liberazione degli anni ’60 e ’70. Lo stesso successe negli anni del fascismo dove la poesia sociale combatté strenuamente contro i vari totalitarismi. Centinaia furono i poeti uccisi nel 900. E ancora oggi vengono uccisi in Argentina, in Cile, Bolivia, Cina, Africa, Indonesia, Bangladesh, etc, etc. La poesia sociale dà fastidio ed è disarmante, pericolosa, innesca la rivolta. E non può che essere nemica dell’autorità. Ecco perchè vengono uccisi con la stessa frequenza degli attivisti, ad esempio, che combattono le devastazioni ambientali nel mondo. Dovrebbe tornare e ritornare (la poesia sociale) in quel sentiero di lotta su cui ha viaggiato per decenni. Questo è il compito dei poeti e delle poetesse sociali di oggi. Con questo non dico che coloro che si occupano di poesia sociale debbano, per forza, essere nelle piazze col corpo ma i loro versi sicuramente si. I versi devono correre nelle piazze, non possono esimersi dal farlo. La “penna” deve essere uno strumento di libertà, non può esserlo di schiavitù. E la poesia è libertà, non vi sono dubbi. La poesia ha scelto da che parte della “barricata” stare da secoli. Senza mai dimenticare, evidentemente, l’aspetto dell’amore e del rispetto dell’individualità (soggettiva) in cui nuotiamo, della libertà che tanto cerchiamo. E anche del disagio in cui crolliamo e a volte ci scaldiamo.

Cosa credi possa concretamente la poesia sociale in un tempo segnato dall’assenza di ascolto e, peggio, di consapevolezza? Può giovare alla questione animale? Può dargli voce?

Questo è un punto dolente. È una domanda complicata. Come ho detto, la poesia sociale ha un aspetto politico importante. Negli ultimi 100 anni si è sviluppata e ha interagito con tutte quelle lotte che hanno attraversato il secolo. Si è avvicinata e presa per mano con le sfruttate, gli invisibili, i reietti, le ghettizzate e ormai da alcuni anni anche con gli ultimi dell’alfabeto dei corpi: gli altri animali; con i “Corpi che non contano” per citare il filosofo Filippi. In questa dimensione della tragedia immane che colpisce gli altri da noi, la poesia sociale ha un compito ben preciso che non è quello di dare voce ai segregati per eccellenza, poiché essi la voce ce l’hanno eccome, e neanche quello di fare da “voce-megafono” ma, e questo è il punto focale della liberazione animale, il dare appoggio, «l’adoperarsi per». Non lottiamo per loro, per difenderli o liberarli ma lottiamo con loro. Per difenderci e liberarci. La loro voce è un’onda d’urto spaventosa che investe il nostro interiore, le loro grida si sentono al di là dei muri di gomma issati dalla macchina del capitale. Il nostro lavoro, anche come poeti sociali, è quello di adoperarci per realizzare “l’istante”. Cioè quella condizione di resistenza animale che appartiene a tutti noi: animali e umani (tendo a semplificare per non rendere la risposta troppo lunga). Purtroppo devo ammettere con tristezza che la poesia sociale legata anche alla questione animale è ancora appannaggio di pochi poeti. Vengono affrontate tutte le discriminazioni attraverso i versi meno che una: la più terribile e antica. E se possiamo affermare che la discriminazione sessuale si perde nella notte dei tempi, allo stesso modo possiamo affermare che la discriminazione per specie quei tempi li ha portati a livelli siderali. Se esiste sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, del genere, del colore, è perchè esiste lo sfruttamento dei corpi animali. Sono loro la base del grattacielo di Horkheimer, anzi le cantine più anguste. Sono gli animali non umani a reggere e consolidare l’enorme dramma del dolore di tutti. Sono loro le colonne portanti del grattacielo del capitale, dove in cima esiste il privilegio e alla base l’inenarrabile: l’indefinito, quello che non si può raccontare. La poesia sociale in questo senso può dare un apporto importante e cioè scardinare l’indefinito e raccontarlo. La poesia sociale antispecista è un tassello di cui non si può più fare a meno. Lo esigono i nostri stessi corpi oltraggiati. A prescindere dalla specie di appartenenza.

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione e “compatibili” al tuo “credo”, al tuo “messaggio” che (correggimi se sbaglio) potremmo considerare un inno alla libertà, quindi in inno al rispetto della vita in ogni sua forma?

Direi tanti. Come ho accennato prima i versi “T’ang” scritti 1500 anni fa, mi hanno sicuramente formato nell’aspetto costruttivo della “parola scostante” ma anche la poetessa Virgilia D’Andrea, che stimo profondamente, mi ha accompagnato nel sentiero intricato della consapevolezza che ha il nome di -libertà-. Pietro Gori è stato un altro a reggermi in quel sentiero. Amo profondamente i poeti civili e sociali sud americani, quelli più intimi ed esistenziali come il polacco Rafał Wojaczek o il tedesco Erich Mühsam. Non saprei indicare il mio poeta o poetessa preferita, è impossibile. Ogni poeta ha un infinito dentro ed è quell’infinito che lo rende unico, non etichettabile né classificabile. Leggo sempre con grande piacere i versi della poetessa Antonia Pozzi, una delle più importanti poetesse italiane suicidatasi a soli 26 anni. E naturalmente non dimentico mai i poeti francesi che tanto mi hanno aiutato a riconoscere il mio intimo. Senza Verlaine e Rimbaud, probabilmente, non sarei diventato uno scrittore di versi. Quando lessi: “Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo delle vertigini”, di Rimbaud, avevo solo 15 anni e ancora oggi quella frase mi “perseguita”. Per poter raccontare le emozioni che i poeti e gli scrittori mi hanno dato nella vita, non basterebbe una vita.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Anche in questo caso mi troverei in forte difficoltà. Diciamo che quando la depressione cerca di bussare alla porta, con i tocchi del maglio, allora torno a memoria a una brevissima poesia di Quasimodo:

Ognuno sta solo
sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Alle volte basta “poco”, non servono tanti concetti o chilometriche riflessioni. E solo la poesia riesce in questo inestricabile e complicatissimo viaggio esistenziale di ognuno di noi.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori a scegliere una tua poesia dal recente libro e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Sceglierei “Nessun mandato”. La poesia in metrica libera è stata scritta circa 10 anni fa. Non è nata per una ragione particolare o per un avvenimento di quel periodo storico ma è un impulso che ho da sempre. Semplicemente ho deciso di metterlo su carta. Ho sempre notato che il concetto di -Libertà- tende ad essere incasellato. Nella storia il termine ha subito innumerevoli significati e spesso ben lontani dall’approccio alla libertà come la intendo io. Si è “gridato” alla libertà nelle rivoluzioni comuniste, socialiste, anarchiche ma anche democratiche. Le guerre di oggi sono erette su termini come: Missioni di pace, emissari della libertà, soldati salvatori, etc, etc. Quando in realtà stiamo parlando di guerra, solo guerra, dove milioni di civili muoiono sotto il peso della bandiera “Dei liberatori”. La libertà è una cosa molto semplice, è lo sguardo verso l’altro da te, il tendere la mano al perseguitato, al ferito, al bambino che affoga nel Meditteraneo. Senza bandiere, né articolazioni false della parola. La libertà è l’autodeterminazione dei corpi in funzione di un profondo mutuo appoggio nei confronti di quei corpi vilipesi ancora in catene. Non vi è libertà democratica poiché la democrazia si erge sul privilegio e la competizione, sul denaro, sul capitale (anche se tinto di verde ecologico), si erge sulle moltitudini che non hanno pane, sdraiate di fianco a chi fa shopping, sul lavoro alienante. Così come non vi è libertà in un mondo dove la gerarchia funge da stabilizzatore economico e sociale. Quindi le libertà rosse, verdi, gialle o arancioni, nel mondo, non sono libertà, ma democratici autoritarismi, anche se “deboli” o “solidali”. Ecco perché quando scrivo di libertà intendo la completa e totale destabilizzazione dalla catalogazione etimologica.

 

NESSUN MANDATO

La libertà non ha bisogno di mandati

Non è nè democratica nè autoritaria
nè comunista nè fascista
nè credente nè agnostica
nè donna nè uomo

Nè ignorata nè studiata
nè violenta nè pacifista
nè inventata nè pianificata
nè glorificata nè abbandonata

Essa è il respiro stesso dei corpi
il motore principale del cuore
dei muscoli, dei tendini

E proprio perchè inscindibile dai corpi
non può essere etichettata o incasellata
nè racchiusa in codici o tavole

La libertà è libertà
è calda e fredda
è vicinanza e lontananza
è sale e dolce nettare

È sguardo e cecità
è lacrime e gioia
è ferma e in movimento
è calma e rabbia

La libertà è libertà
è fratellanza e sorellanza
è sole e tempesta

Fate attenzione a chi delimita
il concetto di libertà
toccategli il petto

Se non si solleva
neanche di un battito
è uno dei tanti morti viventi

Morti che dimenticano i vivi
morti che ricordano morti
nemici della libertà.

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