“Disattese – coro di donne mediterranee” di Gianluca Asmundo

Credo sia necessario iniziare dal titolo Disattese – coro di donne mediterranee perché ci dà subito la collocazione sentimentale dell’opera. Ad essere disattese sono spesso le promesse, le speranze, le illusioni nella piena accezione di Giacomo Leopardi. E comunque si evince che c’è qualcosa che è andato diversamente da come doveva. Poi quel sottotitolo dove “coro” riporta subito al teatro greco, a quella voce collettiva che partecipa alla scena. E “donne mediterranee” colloca invece la silloge in un determinato luogo geografico e di genere. Manca il tempo, ma se tracciassimo un ellissi con un fuoco a Salonicco e l’altro ad Alicante ci renderemmo subito conto, che sul mare nostrum si affacciano ancora tutte le epoche. Perché per alcuni le guerre, la fame, le migrazioni non sono mai finite, anzi sono appena iniziate. Ed il libro è suddiviso in queste due sezioni: Permanenza e Migranza. C’è chi il mare lo guarda ancora dalla stessa riva in cui è nato, c’è chi con molta speranza l’ha attraversato, e c’è chi nella traversata ha perso la vita come suggeriscono i due versi di chiusura della poesia che apre: Il mare semina corpi / e germoglia stelle. Il poeta Asmundo ha origini siciliane, come me, e mi preme a questo punto parlare di un’altra grande lezione che abbiamo ereditato, ovvero quella dei vinti di Giovanni Verga. Per esempio nei Malavoglia anche lì in quel carico di lupini ci fu qualcosa che andò disatteso, la famiglia pensava ad un guadagno, invece Bastianazzo morì in mare, assieme alla merce. E l’impresa divenne tragedia. Chi vuole cambiare la propria sorte, il proprio destino deve mettere in conto questa fatalità. Allora è meglio fare come Penelope che aspetta e che forse una colpa ce l’ha, quella di non essersi mai messa in viaggio per cercare Ulisse. Queste donne del poeta le assomigliano molto, tessono, guardano l’orizzonte, spesso sono insonni, cucinano in abbondanza sperando che qualcuno bussi alla porta ma: Poi il sole calava, restavano fredde / le pietre del forno, nessuno prendeva / le cipolle dalla cenere. Per quello che riguarda il livello poetico dell’opera, questo libro nasce per aver vinto uno dei concorsi più “combattuti”, è quindi stato scelto tra tanti. Spendo le mie ultime osservazioni, sulla poesia che chiude quest’opera, perché è una bellissima esortazione rivolta a chi è approdato. Gli si chiede di coltivare giardini d’approdo perché: se volgeremo la nuca in profilo / esso disegnerà un’unica costa / per il medesimo viso / un mare fiorito. 

 

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