Fotoracconto

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FRED-151
Foto di Leonard Freed, Firenze 1958. Dalla mostra Io amo l’Italia.



Era arrivato lo stallo, non la fine, lo stallo. Bisognava scegliere, fermarsi, capire, ma soprattutto bisognava farlo da soli. La prima cosa da fare era capire di cosa ci fosse bisogno, e la risposta non era difficile: tutto. In mezzo a tutto ciò che mancava finalmente prendeva forma il necessario, l’essenziale. I bisogni primari dopotutto sono solo due: mangiare e bere. Poi viene un tetto e per tutto il resto c’è tempo; ma la vera scelta, quella immediata, quella necessaria, era trovare delle risposte alle migliaia di domande che ci facevamo. Eravamo vivi, almeno fisicamente lo eravamo, dopo tutto quel tempo passato a vendere cara la pelle, non ci rendevamo conto che era finita, continuavamo a fare incubi, a chiudere e nascondere quel poco che ci tiravamo dietro, abituati alla parsimonia di ogni bene, pronti e sicuri che ogni cosa ci sarebbe potuta servire per barattarla in cambio della nostra vita. Cercavamo il domani, e forse, finalmente, il domani aveva cominciato a cercare noi.

Speravo che fosse così, non ne ero certo, ma volevo crederci. A volte chi cerca disperatamente una cosa è combattuto, afflitto, annebbiato. Talmente annebbiato da non accorgersi del vero valore che ha ciò che si cerca. Per sé, per il resto che lo circonda. Bisognava fermarsi, scegliere. Decisi di affidarmi all’istinto, dopotutto era stato proprio l’istinto a mantenermi vivo e vegeto fino a quel momento, solo grazie ad esso avevo evitato il peggio. Non era stato così per il dottore Amalfi.

Lui, eterno pacifista, ripudiatore di ogni guerra e violenza, calmo e tenue come un lago di montagna, parlava con grandi ideali, sosteneva che l’insensatezza dei conflitti fosse segno di ignoranza e pochezza sociale.

Quando vide il cadavere di suo figlio, appena undicenne, a terra, squarciato in due da una raffica di mitra in viale Savona, qualcosa si ruppe. I suoi compagni del monte Sacco non conoscevano il suo passato, né lui ne fece mai parola, si presentò silenzioso e chiese di far parte della brigata; una volta entrato nel gruppo, molte volte i suoi compagni di sventura dovettero bloccarlo a causa della sua efferatezza; lo chiamarono “il macellaio”. Se passando trovavi spettacoli macabri, con i corpi dei nemici come protagonisti e con enormi scritte tracciate con il carbone su un pezzo di cartello, sapevi che “il macellaio” era passato da lì. Un giorno lo ritrovarono, morto di stenti. Il suo corpo rimase a marcire sotto il sole per mesi, legato sul balcone del palazzo comunale bombardato. Bisognava fermarsi, scegliere un orizzonte nel buio, nella nebbia. Cercare di guardare e di scegliere in che direzione guardare. Lasciarsi tutto alle spalle, capire che la follia non è una malattia, ma uno stato d’animo in cui sei estraneo rispetto a ciò che ti circonda. Come fu per Arturo, lo scemo del paese; nessuno avrebbe mai pensato che anche lui sarebbe sopravvissuto, invece fu il più lucido di tutti. Era in grado di dormire anche solo due ore al giorno e quando c’era da scappare o combattere, sapeva sempre cosa scegliere. Eppure era finita, o forse no, forse era solo una pausa. Dovevamo scegliere, cercare, trovare… e per trovare devi scegliere dove guardare. La mia prima scelta fu diversa dalla loro e fu l’unica scelta che feci: guardare avanti, imparando dai libri tutto quello che non avevo ancora potuto imparare. Loro no, loro ancora guardano indietro e sbattono contro il futuro.

Il futuro non ti aspetta, il passato ti blocca, il presente è adesso…viviamolo.

 

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