Frederick Childe Hassam
Frederick Childe Hassam

“Il mare è tutto azzurro. / Il mare è tutto calmo. / Nel cuore è quasi un urlo / di gioia. E tutto è calmo”. La straordinaria poesia di Sandro Penna mi torna sempre alla mente ogni volta che vado al mare. Fin da piccolo ho amato la quiete orizzontale che il Mar Ligure mi ha suscitato ogni volta che dal finestrino dell’auto di mio padre lo vedevo sbucare oltre il Passo del monte Turchino, di là dalla cresta appenninica, con le sue scaglie lucenti che scintillavano come miliardi di specchi aguzzi. Ci arrivavamo dopo strette gallerie che contavo diligentemente, come un bimbo impaziente e ansioso di sentire una fresca gioia del cuore che ritrovavo a ogni estate. Arenzano, piccolo comune sulla riviera ligure. Prima della spiaggia, mia madre e mio nonno, devoti e coscienziosamente credenti, portavano le loro preghiere al Gesù Bambino di Praga nell’omonimo Santuario, e io mi riconoscevo in quella tenera immaginetta stampata sul santino che mia mamma portava sempre con sé: un bimbetto con i paramenti e la corona, attorniato da altre testoline con le ali, bionde e angeliche, di altrettanti pargoletti che volavano tra le nuvole, sullo sfondo di un cielo “tutto azzurro”. E poi finalmente la spiaggia e il mare. Passavo ore sulla riva come un pesciolino in ammollo nell’acqua bassa, a cercare pezzi di vetro lisci e levigati dall’azione dell’acqua; oppure a scavare con le mani tra i sassi della riva per scovare le conchiglie che il mare mi regalava come un dono prezioso. Erano i colori, i miei colori, quelli che alzando gli occhi al sole vedevo rilucere nella grande pianura celeste, liquida e semovente, quei colori della memoria che mi commuovono ancora fino alla gioia: io piccolo bambino spaventato e insieme sbalordito dalla materna e accogliente bellezza del mare. Andavamo alla spiaggia libera, ammassati e felici in una lingua di sabbia che ci sembrava il paradiso. Quando oggi ci ritorno il mare mi incuriosisce in un altro modo. Cerco, scrutando da dietro il giornale o dalle lenti scure degli occhiali da sole, tutte le particolarità della gente che popola la spiaggia. C’è la vecchietta benestante che frequenta lo stesso bagno da cinquant’anni e prenota lo stesso sdraio nella stessa posizione, come a segnare un posto nel mondo, un luogo, un tempo immutabile, fieramente presente alla sua vita, davanti a un rituale ritrovato a ogni stagione. C’è la coppia curiosa, che non parla con nessuno, quella che non capisci mai se sono amanti in fuga dalle rispettive relazioni, oppure semplicemente diffidenti di un mondo in cui troppo spesso ci manca un sorriso, un saluto, un accenno cordiale verso gli altri, sempre chiusi in un’arroccata difesa delle apparenze, dei propri piccoli mondi così troppo spesso limitanti. C’è la donna di mezza età (come si dividono oggi le età? le generazioni?) che legge un libro mediamente scelto dai primi posti di quelle terribili classifiche di vendita, che a pranzo mangia frutta per ostentare tenacemente un ventre semipiatto, tirato al limite, chiaramente sofferente nell’espressione della pelle. C’è l’abbronzatissimo-palestratissimo-tatuatissimo macho della situazione che fa continuamente la spola dallo sdraio al mare, con gesti studiati e meccanici come se fosse in un reality-show, irrigidito nella sue movenze innaturali, con occhiali da sole che sembrano elettrosaldati alla pelle, che non si spostano nemmeno quando il bel tomo dà le sue doverose quattro o cinque bracciate nell’acqua, per poi riemergere temprato come uno 007 de noartri e raggiungere nuovamente il suo giaciglio. Ecco, non è forse altrettanto curioso cercare nel mondo altrettante particolarità che la società costantemente ci restituisce, come fa il mare con i vetruzzi e le conchiglie? E poi, fortunatamente, c’è sempre un bambino che guarda il mare e ci si butta dentro urlando, correndo e battendo i piedi, incurante di come le sue labbra siano livide e viola, umana espressione di ciò che dovremmo mantenere comunque, come fa lui che si inginocchia, affonda le sue manine tra i sassi e l’acqua e poi di nuovo affonda e riemerge, sorride come il sole là in fondo, ed è un riso di gioia che mi calma, che rimette i colori al loro posto, là dove devono stare. Allora piego il giornale e mi corico, chiudo gli occhi e lo sento che dentro di me, nel cuore, il mare è tutto azzurro e tutto calmo.

 

 

 

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