La giustizia dipende dal nostro senso di responsabilità e dal desiderio di verità

La giustizia dipende dal nostro senso di responsabilità e dal desiderio di verità

Angela Morgan
Angela Morgan

Intervista

Winai è un ragazzo thailandese che ho avuto modo di conoscere a Dublino. Il suo nome completo è Winai Siabthaisong. Il cognome deriva dalla regione in cui è nato. Mi spiega, Winai, che il sistema con cui gli è stato assegnato il cognome è basato sulla zona di nascita e non vale solo per lui, ma è lo stesso per tutti i thailandesi. Tra i molti ragazzi e ragazze che ho incontrato, ho scelto di intervistare proprio lui per due ragioni essenziali. La prima è che mi ha fatto subito simpatia. Winai è un ragazzo molto educato e rispettoso, silenzioso e gentile, la cui coscienza e perseveranza mi hanno impressionato positivamente. Dopo i primi approcci verbali, ha iniziato a mostrare anche una certa giocosità e ironia. La seconda ragione è che Winai è uno studente/lavoratore che è riuscito, lo scorso anno, ad assicurarsi uno dei dieci visti, molto ambiti in Malesia, che consentono a lui e ad altri nove ragazzi/e, di fare un’importante esperienza di studio all’estero.

Essendoci trovati talvolta a un tavolo, a discutere dei nostri rispettivi paesi, e potendone constatare la grande disponibilità e cortesia, ho chiesto a Winai se fosse disposto a rispondere ad alcune domande che avrei poi raccolto per l’EstroVerso. Mi ha risposto immediatamente di sì. Ringrazio Maria Donata Iannino, la quale mi ha assistito durante tutta l’intervista nel ruolo di traduttrice.

Quanti anni hai e da quanto tempo sei a Dublino? È la tua prima volta in Europa?

«Ho 36 anni e mi trovo a Dublino da un anno. Sì, è la prima volta che visito l’Europa».

Che attività svolgi al momento? In cosa si concentrano i tuoi studi?

«Al momento sto cercando d’imparare la lingua inglese, di familiarizzare con la cultura occidentale e le persone occidentali. Contemporaneamente studio in un college e lavoro part time. Insegno lingua thailandese come privato. In precedenza ho lavorato come cameriere in un ristorante. Riguardo ai miei studi, in Tailandia ho studiato ingegneria e qui vorrei poter studiare business. Ho l’occasione di frequentare i college europei, grazie a un visto che mi è stato concesso dallo Stato della Malesia. Prima di venire a Dublino ho studiato a Limerick e quando anche qui avrò terminato il corso che sto seguendo al college, potrò ripartire. Forse sarà in settembre, ma non ne sono sicuro. Il mio sogno dorato è quello di viaggiare, vedere il mondo. Quando avrò finito, vorrei poter tornare da mia madre che mi manca molto. Ora, però, voglio studiare per un Master’s Degree in Management. Ho bisogno di completare i miei studi, aggiungendo a quelli passati, in ingegneria, quelli nuovi».

Come ti trovi lontano da casa?

«Io ho bisogno di vivere la mia vita e imparare tante cose, vedere le persone di altre parti del mondo. Mi piace. Un giorno tornerò».

Hai conosciuto tante persone in questo viaggio, immagino. Qualcuna ti ha colpito più di altre?

«È una domanda che trovo difficile. A essere onesti, io sono in Europa per la prima volta e, ad esempio, i cinesi si sono mostrati molto amichevoli perché somaticamente mi riconoscono come simile, ma con tutti, in generale, c’è una barriera da superare, come è normale che sia, e io ho potuto vedere sia lati positivi che negativi. Siamo molto diversi».

Hai avuto problemi a confrontarti con le abitudini e gli atteggiamenti degli europei?

(Winai sorride e fa segno di sì col capo)

«Sì, ovviamente. È interessante imparare differenti tipi di culture. Alcune cose possono provocarti un piccolo shock. Questo perché vengo dalla Tailandia e ho in me delle regole di vita thailandesi, così alcuni comportamenti possono costituire per me un trauma. Ciò è dovuto solo al fatto che proveniamo da culture diverse. Per esempio, a Limerick, c’era un ragazzo francese che aveva con gli amici approcci molto fisici. Questo per noi [thailandesi] può essere considerato un comportamento non molto educato! Mi ha confuso molto questo atteggiamento, ma ora ho imparato che questo appartiene a una cultura diversa».

Hai imparato qualcosa di nuovo, dunque? Riesci a salutare con un bacio all’occidentale?

«Talvolta sì! Ci riesco. Ho imparato anche qualcos’altro. Ad esempio in cucina, dove ho iniziato a fare tante cose nuove. Personalmente, ho dovuto imparare qui a cucinare, perché in Tailandia io non cucinavo mai! Adesso so anche fare qualche piatto tipico di altre culture».

Come credi che gli europei percepiscano la Tailandia e suoi abitanti?

(Winai si fa serio e pare dirci molto meno di quanto desidererebbe)

«Io credo che gli europei vedano la Tailandia sotto una luce un po’ negativa. Molti conoscono la Tailandia per la storia del turismo sessuale. I thailandesi sono grandi lavoratori e molti di loro si spostano arrivando fino in Europa non tanto per studiare (perché non se lo possono permettere), quanto per lavorare. Io sono fortunato perché ho vinto una borsa di studio, rilasciata dal governo della Malesia, che mi ha permesso di venire qui in Europa. È una delle sole dieci che il governo malese rilascia una volta l’anno e per ottenerla bisogna studiare molto ed essere anche fortunati. Tornando ai thailandesi, alcuni decidono di non tornare a casa e di rimanere in occidente e, se s’innamorano di una ragazza o di un ragazzo del posto, si sposano».

Dato che molti thailandesi vengono in Europa per lavoro, ti faccio questa domanda. Un’ora di lavoro viene pagata di più in Europa che in Tailandia, ed entrambi sappiamo il perché; ma, questo significa che allo stesso periodo di lavoro vengono date, per forza di cose, due misure e due valori diversi. Senti questo sistema come ingiusto o come una possibilità da cui trarre un vantaggio?

«Ovviamente sono paesi con sistemi economici diversi e costi di vita diversi, ma io credo che talvolta, e penso che sia quello a cui tu ti riferisci, tali differenze possano essere strutturate da fuori. Inoltre da noi le persone hanno un modo di pensare diverso. La concorrenza è spietata perché tutti cercano un lavoro. Il lavoro è duro e lungo. Il costo della vita è molto basso così come il costo dei prodotti realizzati in Tailandia dalle grandi fabbriche; così, però, anche il lavoro è pagato poco e non permette di vivere “bene” come gli occidentali. Ovviamente con ciò che in Tailandia pensiamo come bene».

Winai, sei qui ormai da parecchi mesi. L’Irlanda è un paese che in quanto a risorse prime non ha molto. Nonostante questo, l’Irlanda gode di un’efficienza e di un benessere che paesi con risorse di base infinitamente più grandi non hanno. Come giudichi questo?

«Oh, è una bella domanda. Innanzi tutto devo dire che credo che la disponibilità mineraria o ambientale che si ritrova a disposizione un popolo, non ne possa identificare realmente la ricchezza, ma sia nel “vivere insieme” di un popolo che risiede la ricchezza. Ci sono paesi che hanno grandi risorse, come petrolio, oro, foreste ecc. e che vorrebbero gestire da sé queste risorse e trarne benefici. Ti faccio un esempio. Prendiamo Singapore. È un paese molto piccolo, senza foreste, non hanno petrolio o altri minerali (n.d.a., ricordo che in Asia il petrolio viene considerato, dopo i recenti studi di ricerca russi, un minerale e non un idrocarburo) da esportare ma è diventato un paese ricco, perché le risorse umane, usate bene – investendo sul talento delle persone, sui vari tipi di persone – possono determinare il successo di un popolo, qualunque esso sia. Per esempio; migliaia e migliaia di anni fa le risorse erano per tutti e non c’erano Stati a dividere la terra. Facendo un balzo in avanti nel tempo, vediamo che i vari paesi si sono divisi in ricchi e poveri. Attualmente Singapore è ricca. La Tailandia è povera. Le due cose non sono correlate, semplicemente abbiamo due sistemi diversi e il loro è, evidentemente, migliore. Dunque, per rispondere alla tua domanda, qualunque sia il paese (ricco, povero, in via di sviluppo) e qualunque siano le disponibilità di risorse, la ricchezza di un popolo dipende esclusivamente dalla qualità e dall’abilità della sua classe dirigente, dal suo management».

Indubbiamente l’origine dei problemi di ogni stato è, quasi sempre, interna. Quasi sempre, perché ci sono paesi le cui scelte economiche e sociali sono state forzate da altri paesi più forti. Ti pongo l’esempio di un caso che in Europa fa molto discutere: quello dell’Italia. L’Italia è, secondo molti studiosi ed esperti d’economia, condizionata dalle scelte della Germania e senza dubbio, sin dagli albori dell’unificazione nazionale, dalla Francia e, successivamente alle due guerre mondiali, da Gran Bretagna e Usa. Le interferenze di questi stati non si limitano al fare pressioni particolari ai nostri uomini di Stato, ma anche a piazzare personaggi che sono a loro più congeniali all’interno dei nostri governi. Ad esempio: il caso del governo Monti.  Questi paesi, che sembrano farla da padroni, sono a loro volta bacchettati dal sistema bancario che riesce a influire molto sull’andamento degli Stati, agendo sul denaro, riuscendo addirittura a prendere talvolta decisioni al posto dei governi. Questa serie di fatti vengono percepiti anche dalle masse, ovviamente rapportato al livello culturale e coscienziale d’ognuno. Nel tuo paese questo meccanismo è percepito dalla popolazione? E tu, lo reputi reale?

«Non conosco ufficialmente la situazione italiana. Credo, però, che cose così possano accadere, ma io non posso dire se questa sia una cosa buona o cattiva, perché è accaduta e forse era necessaria per proteggere il sistema in cui sono entrati tutti i paesi. Credo che lo sviluppo in cui il mondo è incorso negli ultimi decenni sia stato incredibile. Non penso che nel passato più vicino a noi le persone potessero immaginare un cambiamento così grande. Tale sviluppo ha però generato tanti problemi che oggi sono solo la punta dell’iceberg.

Questo non esclude che alcuni abbiano potuto fare qualcosa di sbagliato, ma quando parliamo dei grandi manager delle banche, ci dobbiamo rendere conto che sono persone le quali occupano un posto prestigioso poiché hanno studiato tanto e provengono da una selezione lunghissima. Attualmente non saprei dire cosa accadrà, ma suppongo che gli studenti del futuro lo studieranno sui libri di scuola. Penso che le persone debbano confrontarsi e cercare di aiutarsi l’un con l’altro, perché, al di là che ci sia un bene o un male, ciò che è accaduto è accaduto. Anche chi governa, seppure nel bene, è un essere umano e può aver commesso degli errori che hanno complicato le situazioni di tutti gli Stati. Ora penso che stiano cercando una soluzione. Chi è incaricato di fare da portavoce di chi è in cima al sistema, è sempre un rappresentante altamente qualificato. Tutto si potrebbe risolvere se le persone, invece di giudicare, spendessero le stesse energie per cooperare». 

Come thailandese, credi nella democrazia?

«Io credo all’80-90% nella democrazia. Le persone devono colmare un 20% che il sistema non può garantire».

Riguardo quello che hai appena detto, se il popolo non riceve un’educazione culturale d’alto profilo, pensi che ciò rappresenti un problema per la democrazia?

«È un fattore che potrebbe impedire alla popolazione di comprendere i meccanismi con cui la politica fa le sue scelte. La politica deve impegnarsi per fornire una buona istruzione al popolo. Bisogna che si massimizzi ciò che si possiede anche per garantire un’istruzione adeguata. Un governo che sostiene l’inattuabilità della democrazia a causa del basso livello culturale è un governo che mente, che cerca una scusa per non permettere che si realizzi».

In Tailandia le scuole sono pubbliche?

«Dai 6 ai 15 anni (spero di ricordare bene!) la scuola è gratuita. Credo sia dai 6 anni in poi, non ricordo! Dopo i 15 anni le scuole sono a pagamento e si dividono in base al costo che poi va’ a influenzarne la qualità. Ci sono anche quelle pubbliche, ma godono di minor elasticità economica e sono impossibilitate a prendere parte alle “competizioni” tra scuole private, che puntano a far vedere d’essere le migliori. Il sistema universitario si fonda sulle università private e su quelle autonome con fondi di Stato, ovvero finanziate dallo Stato ma messe nella posizione di poter essere slegate dalle linee governative. Nonostante questo, le università estere, forse, godono di maggior libertà. Personalmente ho proseguito il percorso di studi in un istituto privato che godeva di sostegni pubblici».

Vista la differente qualità tra università pubbliche e private, e il discorso che abbiamo fatto in precedenza -riguardo il problema della distanza tra élite che si ritrovano a comandare Stati, banche, e le popolazioni di questi Stati democratici – ti pongo questa osservazione e una seguente domanda: rivedendo proprio qui a Dublino il Trinity College, con le sue strutture avanzate e, immagino, il personale altamente preparato, sappiamo, e ci ricordiamo, che per le rette altissime potranno accedervi solo ragazzi o ragazze che sono figli o figlie di persone ricche, le quali, a loro volta, fanno già parte d’élite (politiche, aziendali ecc.). Non pensi che questo fatto porti in Europa al rafforzamento ciclico di una nuova “aristocrazia”?
(Winai è molto pensieroso)

«Capisco. È una domanda a cui è assai difficile dare una risposta. Non dovrebbe essere così, ma capisco che in sostanza lo sia. Perché alla fine dei conti servono molti soldi per entrare in questo sistema. La cosa è anche più complicata, perché seppure ci siano delle borse di studio per entravi, è indispensabile che lo studente abbia già una preparazione di prim’ordine e per far questo è necessario aver frequentato scuole, sin dall’infanzia, di primo livello, che preparino il tuo cervello, la tua mente, al meglio. Così, apparentemente, queste scuole sono aperte a tutti, ma nella realtà non può essere così, perché queste scuole per essere come sono necessitano di soldi e quindi il denaro decide chi può entrare e chi no. Ovviamente non basta avere soldi, devi essere qualificato, ma il denaro è comunque un fattore fondamentale nel meccanismo. Già quando sei piccolo hai bisogno di soldi».

Cambiamo discorso, ora che ci avviamo alla fine. La tua permanenza in Irlanda costituisce una vittoria per te?

«Sono arrivato da Bangkok, che è una grande città, a Dublino e, prima ancora, a Limerick. Ho imparato a fare tante cose, ma ce ne sono delle altre che devo ancora imparare. Vorrei vedere e stare più tempo fuori città. Allo stato attuale è troppo presto per fare un bilancio».

Hai avuto una fidanzata a Dublino? O l’hai tutt’ora?

(Winai è un po’ imbarazzato dalla domanda)

«Non è facile per me, perché ho tante cose da fare, ma a Limerick ho avuto una ragazza che veniva dalla Cina.»

Sei triste di non rivedere più la maggior parte delle persone che hai incontrato in questo viaggio?

«No, realmente. Perché so che è normale. È la natura. Le persone vanno e vengono. Per ora il mondo è casa mia».

Secondo te, questi ragazzi che viaggiano per il mondo alla ricerca di un lavoro, sono felici, o percepiscono il tutto come normale, o ancora si sentono come la conseguenza di qualcosa che non funziona in un sistema?

«Viaggiando ci si confronta con uomini e donne che vivono in modo totalmente differente e che ci possono insegnare sempre qualcosa di nuovo. Il problema è che viaggiare costa parecchio e non tutti possono permetterselo benché ci si possa adattare a sistemazioni meno esose del solito. È anche vero che molti di loro viaggiano perché nei paesi d’origine non vi è lavoro, ma, talvolta, le due cose non sono collegate. Credo che i teenager possano imparare molto dai viaggi, anche alla ricerca di lavoro. Poche cose sono belle quanto vedere il mondo».

Come nota personale, riflettendo su quanto abbiamo avuto da discorrere con Winai, non posso non pensare che, proprio sui temi “economia”, “università” ed “etica”, benché la democrazia garantisca (in una corretta applicazione) potere e diritti al popolo quando – e se – tra questi vi è coincidenza, non potrà mai garantirgli giustizia. Quella è affidata al senso di responsabilità di ciascuno e al nostro desiderio di verità.

 

 

 

 

 

 

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