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Dopo due adattamenti anteriori, Michel Gondry assume le redini della trasposizione del romanzo surrealista di Boris Vian “La schiuma dei giorni”, trasmesso da settembre nei cinema italiani. Ma è subito accusato di manierismo dalla maggior parte della critica e di aver ricostruito pedissequamente l’opera dello scrittore francese, tralasciando i caratteri dei protagonisti, prediligendo l’estetica e la mera bizzarria delle singole scene.

Al fine di comprendere le buone intenzioni di Gondry, prima della visione della pellicola, consiglio la lettura del racconto di Vian, la cui trasposizione sul grande schermo non ne svilisce a mio avviso la stregata poetica. Conoscendo i lavori precedenti di Gondry, è scontato e lampante come l’incontro delle fervide immaginazioni dei due autori avrebbe prodotto piuttosto una miscela esplosiva. Il frutto di questo connubio è uno zibaldone colmo di situazioni fantastiche e di ridde folgoranti che di primo acchito potrebbero apparire come elementi caotici che prendono il sopravvento sulla storia e sui personaggi. In realtà il cineasta francese riporta la maggior parte degli eventi del libro minuziosamente, riducendoli in una densa melassa allo scopo di non sacrificare la vera impronta del racconto: quella surreale.

Nel film è pertanto l’onirico ad avere la meglio sull’immediata logica della narrazione, sul senso e sui sensi. Come del resto è necessario che accada nelle descrizioni dei sogni, di cui Gondry è specialista, e che fluiscono inevitabilmente seguendo dei criteri “random”. La Parigi incantata del romanzo è reinventata dal regista secondo il suo particolare linguaggio che fa ricorso a metafore che definirei più atemporali che contemporanee. Un’atmosfera avveniristica insieme démodé, caratterizzata da immagini fiabesche e scenari dadaisti che a tratti ricordano alcune riprese in stop-motion di Jan Švankmajer e “Brazil” di Terry Gilliam nelle ambientazioni.

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