Malestremo, sedici viaggi nell’altrove

Malestremo, sedici viaggi nell’altrove

Pnina maroccolo cop l'estroverso di grazia calannaer poter provare sensazioni di dolore e di piacere, così come la nostra cultura le intende, è necessario avere un sistema nervoso molto elaborato che possa individuare con esattezza le emozioni che servono alla sopravvivenza (paura, ansia, vergogna), quelle che sono campanelli d’allarme (irritazione, stanchezza, invidia) e le emozioni che ci segnalano che tutto procede per il meglio (gioia, piacere, comprensione, accoglimento). I nostri recettori a distanza (olfatto, udito, vista) ci anticipano sia gli obiettivi da raggiungere che le minacce da evitare aumentando la nostra consapevolezza e il controllo sull’ambiente. Solo gli individui particolarmente complessi possono provare emozioni che hanno la possibilità di anticipare/prevedere l’esperienza del dolore. Naturalmente esistono delle differenze tra le persone e, soprattutto, tra gli scrittori/poeti che percorrono le strade impervie della sofferenza umana. Nina Maroccolo, chiudendo la trilogia ‘I posteri del moderno’, con i racconti di Malestremo, sedici viaggi nell’altrove, Tracce, 2013, compone un potente e importante lavoro iniziato in poesia con Illacrimata, 2011 e sfociato nel romanzo Animamadre, 2012. Il lettore, di fronte alle storie presentate in questo testo conclusivo, Malestremo, sedici viaggi nell’altrove, si trova a dover fare i conti con i processi psicosociologici legati all’ansia misteriosa di afferrare-stringere, attacco-fuga, difficoltà-pericolo, forza-vulnerabilità: tutte procedure consce/inconsce che hanno il compito di attraversare e fronteggiare il dolore della Storia. La teatralità dei canti in cui l’altrove cerca il rimedio, la cura, ci immerge in un ambiente pressoché fantastico, ignoto dove si ricorre al consenso e al conforto sociale: gli spostamenti adottati nei sedici percorsi assumono la funzione di soffocare l’imprevedibilità dell’esistenza e somatizzano strategie per meglio fronteggiare le frustrazioni, l’impotenza, le tematiche negative del nostro passato. La fiction si intreccia e si sostituisce alla realtà, mentre la realtà affronta le minacce esplicite in modo razionale. Ettore e Andromaca, infatti, di cui Ettore è il grande fisico nucleare Majorana, e Andromaca la Scienza, sua sposa fibrillante, ci proiettano in approcci scientifici e, allo stesso tempo, magico/razionali: la socializzazione della paura/minaccia è sempre stata un’esigenza esistenziale. Tutti gli spazi di vita sono contaminati da guerre e rimedi, da credenza e ingegnosità, da emozioni che ci spingono ad agire/reagire per non adattarci alle difficoltà, alle offese. I duecento e più bambini trucidati a Beslan ne ‘Il giorno della conoscenza’, spinge Maroccolo a intrecciare i suoi monologhi ai dialoghi in cui non sappiamo rilassarci: il tono è alto, struggente, un urlo sanguinante. Il sé è continuamente insidiato dalle verità alterate dal male. La memoria dei fatti incalza nei vissuti storici e l’autrice ci stimola a reazioni di pensiero e di comportamento: l’amore può essere la cura meritevole e capace di cose meravigliose, ma bisogna impararla, impadrosirsene. L’anima non è rassegnata alla sorte estrema: la tensione sale così come aumenta il tormento, quasi allucinatorio, schizofrenico, spossato, ma mai definitivo o espiato in Parceval o nei cani di Pavlov, cani che ci rappresentano, che siamo tutti noi, così come afferma Nina Maroccolo.



PROLOGO

Beslan, Ossetia del Nord,
(Cecenia 2004)


Si chiamava Sergej. Aveva otto anni.
Quel mattino Sergej camminava sul marciapiede costeggiando il muretto che separava il parco-giochi dalla via principale di Beslan. Passava sempre da lì per andare a scuola, e fu in quel tratto che gli fiorì un pensiero. Decise di chiuderlo a chiave in cantina, come si rinchiude l’ombra nera di qualche mostro.
Ed ecco che il cielo si fece basso per proteggere la terra in una stretta intima e silenziosa: Sergej guardava la sua mano bianchissima intrecciarsi a quella materna. Pallide mani da cui sorgeva qualcosa di simile alla gioia.
Sergej dondolò Gioia, dondolò mani di cielo e mani di terra fino a quando il pensiero non mise parola.
Mani di terra, a quel pensiero non fece caso.
Madre e figlio camminarono fianco a fianco. Arrivati all’edificio, il bambino si voltò ripetendo la stessa frase:
“Vieni a prendermi tardi, mamma. Molto tardi…”
*
Lei, Anja, ventiquattro anni, era una delle maestre di Sergej.
Lo chiamai Principio di Vita quel mattino a Beslan, che non ebbe a conoscere, sino allora, il tratto brevilineo dell’uomo, i
suoi cavernosi avvallamenti.
Il diritto alla contemporaneità si identificò nel pianoro rettangolare uso palestra, divenuto almanacco a breve scadenza; simbolo dei ribelli indipendentisti ceceni.
Mi sentii piagata dal vento.
Era il giorno della Conoscenza, il primo giorno di scuola.
Per molti bambini il primo nutrimento.
Trovarono l’avvenire: il pianto, la sete, il sangue. L’occhio ferreo che chi muore non nasconde ma langue soltanto.
Presagivo mausolei privati. Così sarebbe stato, affinché mezza verità negasse l’altra mezza.
Ci avrebbero fatti saltare in aria, probabilmente dopo un tentativo di liberazione da parte delle forze militari speciali.
Con fare ineluttabile del Cremlino.
Nascosi l’intelletto. Sapevo che la perdita di ostaggi avrebbe rappresentato il male minore; salvare il salvabile era un atto necessario non sempre lecito.
I nostri amorini alati: troppa luce avrebbe addolorato se mancante di resurrezione.
Il solo ed unico auspicio doveva confermare l’archiviazione della loro incolumità, la riconsegna alle famiglie, anche se queste ultime rigettavano qualsiasi soluzione armata.
Ma l’irruzione dei soldati russi era pressoché certa.
Divenni muta. La mia lingua, un tempo imbevuta d’etere, vagante tra profluvi di stelle, aveva il sapore del cloroformio.
«Sempre con la bocca chiusa!» urlava mia madre.
«Dalla tua escono solo fiamme… Lingua incendiaria!»
E gemevo con la voglia di essere dimenticata.
Lei era stata uno zoccolo scalpitante della rivoluzione del ’17. Disgiunta dallo stalinismo si lasciò invecchiare lustrando gli anni stupefacenti del comunismo più vero, ancora superba negli ideali, mai presa dal risucchio della Storia. Il suo intero sguardo volle armarsi di luce, come un’icona riparatrice. Urna memoriale della Russia traviata, quella dei versi spinati, dal divenire imperfetto:
«Perché, saremmo noi gli indegni? Noi del popolo, con le nostre fiaccole proletarie?! Feudatari dei GULag, vergognatevi!»
Prendevo le sue mani bianche, le serravo a ogiva:
«La rivolta in una preghiera, madre».
«Nessuno è ospite della mia casa che non sia incarnato!».
Fiordi gelidi erano i postumi della fede. Si sarebbe aggiudicata un aldilà turgido.
“Maestra… Non lo faccia…” disse Sergej.
“Fare cosa?”Anja rimase sorpresa. Cercava di non capire la precisione sensorea di quella domanda.
“Lo sa, maestra… Torneremo molto tardi stasera…”
Con ginocchia devote all’inchiostro mi strusciai verso i bagni. Con un cenno della mano chiesi il permesso a uno dei carcerieri. Avevo sete.
Lo guardai per ricevere l’assenso.
Avrei bevuto la mia stessa urina.
Diventai fortezza in rovina, eguagliata solo ai drappi neri del lutto. Avida di vita, avida a vita: proprio come Madre Russia. Dichiarai di non esserne figlia: Perché tu mi guardasti solo con gli occhi, che non mi videro.
«Il denaro è la stazione del pianto. Osservo il gradimento nelle tasche altrui… Cerco l’avere per il dare, cerco il pane dell’uguaglianza. O sono beati solo coloro che mangiano con il ventre già pieno, perché lo fanno nel nome del Signore?!».
Mia madre, ladra nel nome di Lenin.
«Noi del popolo, noi illuminati siamo la conoscenza della privazione, il rigore del nostro sangue!».
Cavalcavo ossessioni, schienali adunchi. Vennero a generarmi, i demoni.
«Eppure taci, figlia, col tuo ceppo di grida! Nessuno prega per te, solo tua madre… ».
Mi sentii una valvola inceppata.
Ci scucimmo.
La nostra libertà non aveva sede di salvezza, un perimetro consolatorio. Ebbe solitudine da bisbigliare.
Il colonialismo, suolo capelluto affamato d’annessi cutanei, menzogna votata alle più sincere intenzioni, descrisse la Cecenia nucleo stellare morente. Poi, ininterrotto cinismo senza tempo né direzione.
Fu quello scatto, il non-ritorno.
“Maestra… Non lo faccia…” disse nuovamente Sergej.
“Torneremo a casa, stai tranquillo piccolo mio…”
Cielo plumbeo.
I miei roditori stavano giocando d’astuzia. Rosicchiavano, e rosicchiavano, e rosicchiavano in moto perpetuo, circolare, febbrile; ormai volontà povera, questa mia. Uncinata e santa.
“Perdonami, Sergej, le sofferenze che non riesco a trattenere” poi, il boato.
L’universo sintetico equipaggiò scandali umani: c’era sempre un’occasione di peccato tra fenomeni compatibili.
Impietrirono i giorni nostri, e i taccuini di stelle, le vertebre planetarie gemettero come tragici sassi privi di parole e di spina. La morte levigata d’universo: simultaneità del divino o dell’umano?
“… maestra… non mi lasci…” disse Sergej, ferito.
“Sono molto, molto cattiva!”
“… non l’ha fatto, maestra… non l’ha fatto!”
Dovevo suggellare effluvi per tacerli ai sensi, come residui della tua innocenza.
“Molto cattiva…”
“… io muoio per te…”
Per salvare le madri.
“Come ti chiami?” mi chiese un soldato russo.
“Il bambino, dov’è il bambino?”
Disertai contro la mia santità. Vi rinunciai.
Rinunciai a esplodermi.
“Respira! Respira!…” continuò il soldato.
“… dov’è il bambino? Sergej…”
Disertai contro la causa.
“Parla!… Non chiudere gli occhi! Dimmi il tuo nome, dimmi il tuo nome!…”
“…mi chiamo Grozny…”
(Nina Maroccolo, Il giorno della conoscenza, in: Malestremo. Sedici viaggi nell’Altrove, edizioni Tracce, 2013, pp. 77-82)

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