Mariangela Gualtieri e Stefano Battaglia sotto i riflettori del Piccolo Teatro con “Porpora”

Mariangela Gualtieri e Stefano Battaglia sotto i riflettori del Piccolo Teatro con “Porpora”

«Rosso è ciò che sentiamo in ogni puntino/ quando spalanchiamo d’amore/ il corpo. Fanfare felici ha il rosso. / Ordina di mollare tutti i lacci. / Darsi in un amore che non misura/ le ore, i giorni, le parole, le facce, / i nomi, le specie, i regni». Versi tratti da “Porpora”, concerto, “rito sonoro”, che il 16 novembre, e, in replica venerdì 17 novembre, ore 21.15, nell’ambito della 43° Stagione Concertistica a cura dell’Associazione Musicale Etnea (Ame), sarà accolto dal “Piccolo Teatro” di Catania. Protagonisti Mariangela Gualtieri (poetessa e scrittrice italiana, nel 1983 ha fondato, insieme al regista Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga) e Stefano Battaglia (pianista e compositore, dal 1984 ad oggi ha tenuto più di 3000 concerti in tutto il mondo; a Siena coordina il ‘Laboratorio Permanente di Ricerca Musicale’, con un percorso di studio da lui creato basato sull’improvvisazione tabula-rasa, destinato alla riscoperta della prassi improvvisativa nei diversi linguaggi musicali). Dall’incontro tra un musicista e una poeta, “Porpora” nasce “naturalmente” poiché, direbbe Borges, “l’arte accade” donando, aggiungiamo, la sorpresa sonora di un mondo da (ri)scoprire. Un incontro tra la Gualtieri che da anni conduce una ricerca sulla resa orale/aurale del verso, autrice dei testi che reciterà, e Battaglia, autore delle musiche che eseguirà dal vivo, che, distinguendosi tra i compositori della sua generazione, indaga la poesia, da Rilke a Pasolini a San Giovanni della Croce, cogliendone il punto di silenzio proprio anche della musica. Cura dell’allestimento e luci sono di Cesare Ronconi, la produzione di Teatro Valdoca, in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, con il contributo di Regione Emilia Romagna e Comune di Cesena.

Porpora nasce dall’urgenza di cantare i colori, quest’urgenza da cosa è scaturita?

Tutto è nato dal percepire i colori come potenze sonore, come forze acustiche e dal notare come poco si fosse scritto, in poesia, su di essi. Ci sono trattati famosi, ma i poeti si sono addentrati raramente nell’ebbrezza e nella alchimia dei colori. Eppure questi sono presenti potentemente, continuamente nelle nostre vite, accentuandone a volte gli aspetti gioiosi, altre volte al contrario tingendo foscamente alcuni momenti.

Porpora è il colore che meglio identifica la poesia?

Porpora è il punto in cui i colori si fanno iridescenti e dunque assumono in sé quasi l’intero arcobaleno. Per questo forse gli antichi parlavano di neve purpurea o di cigno, di mare purpureo.

Pensando all’incontro versi-spartito, come al connubio Gualtieri-Battaglia, può svelarci le peculiarità di questo spettacolo?

Si tratta di un concerto spettacolo, nel quale musica e parola procedono insieme, in un sodalizio vivissimo e teso. La regia di Cesare Ronconi ha previsto per me tre postazioni, tre punti della scena dai quali viene lanciata la parola. Accanto ad ognuno c’è un piccolo teatrino, a suggerire uno scenario per ognuno dei tre colori di base, rosso, bianco e nero. Sul lato sinistro della scena, Stefano Battaglia è seduto al piano e alterna momenti di melodia con suoni percussivi. Credo che la vera peculiarità riguardi la sottigliezza del nostro procede insieme al momento. Pur dentro un paesaggio sonoro concordato, Stefano improvvisa, e anche io muovo le pause e la ritmica dei versi sempre seguendo il suo tocco. Credo sia piuttosto raro un tale accordo fra suono e parola, il nostro procedere come su un baratro, in un cielo spalancato, avanzando vicini e afferrandoci l’un l’altro quando siamo sul punto di precipitare. Il nostro ascolto reciproco è quasi una auscultazione.

Qual è il compito della musica accanto alla poesia, ovvero accanto ad un linguaggio capace di connettere – come direbbe Raboni – ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo?

Si potrebbe dire che si tratta di due musiche, l’una strumentale e l’altra verbale. Poesia e musica sono molto affini. Entrambe hanno un rapporto strettissimo col silenzio, entrambe sono efficaci subito, portano emozione, e oserei dire anche guarigione. Entrambe parlano a qualcosa in noi che è più vecchio di noi. Toccano le nostre vertiginose profondità e le scongelano.

ph. Ana Shametaj

In che modo la poesia può condurci verso quella concordanza d’esserci con tutto il resto?

C’è un “misterioso concerto” – così lo definisce Rebora – che tiene insieme ogni cosa. Dante ci parla de “la gran potenza d’antico amor”, campi di senso e del sentire che smarginano, territori in cui la ragione annaspa e nessuno può osare regole o ricette. Quello che io credo è che la poesia di certo ci nutre, ci sostiene, ci dà parole lì dove sapremmo solo balbettare.

In un tempo sempre più segnato dall’incapacità d’ascolto che ruolo ha (o dovrebbe avere) la consegna orale della poesia?

Io credo che il fatto più grave sia che siamo senza parole. La lingua corrente le ha logorate, stremate. Ci troviamo a dire frasette striminzite anche davanti ad un grande sentire, nell’intimità o nei momenti più intensi della nostra vita. Balbettiamo frasi convenzionali che sempre ci deludono. Allora quando arriva la poesia a dare parole al dolore o all’amore o a semplici momenti umani, ecco che l’ascolto si spalanca e qualcosa che era in noi affamato, denutrito, comincia a tornare vivo. E questo nell’oralità, nel rito sonoro del teatro, trova una più piena efficacia.

Il 17 novembre, inoltre, all’Auditorium del Monastero dei Benedettini (ore 10.00), Mariangela Gualtieri sarà ospite del secondo appuntamento dell’iniziativa “Poesia d’emergenza/2”, nata come occasione di dialogo con poeti contemporanei sull’emergenza della scrittura nel nostro tempo. L’iniziativa, proposta dal Centro di Poesia Contemporanea di Catania e dal dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, vedrà la partecipazione di Biagio Guerrera e gli interventi dei docenti Sergio Cristaldi e Rosario Castelli.

 

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