“Nella sintesi della parola poetica si pone più chiara l’immagine del mondo”

Liliana Zinetti nella foto di Daniele Facchinetti
Liliana Zinetti nella foto di Daniele Facchinetti





Parola d’Autore

Fin da bambina i libri sono stati miei fedeli compagni. Una lettrice onnivora e disordinata, dai fumetti a Dostoevskij che da ragazzina leggevo affascinata (ancora oggi è il mio scrittore preferito) senza peraltro coglierne la complessità. Qualcosa in questo scrittore mi chiamava, mi corrispondeva a livello del tutto inconscio; capì molto più tardi che la sua complessa scrittura mi attraeva per la capacità di cogliere i moti dell’animo umano, per l’incessante antitesi tra bene e male, tra  terreno e soprannaturale. La scrittura in versi venne molto più tardi quando scoprì che era un linguaggio a me congeniale, che nella sintesi della parola poetica si poneva più chiara l’immagine del mondo, dei sentimenti. Così l’inquietudine che sempre mi ha accompagnato trovava finalmente un linguaggio possibile.

Se fu una fortuna o una maledizione ancora oggi non so dirlo. Se è  vero che il momento della scrittura ha in sé un fascino irrinunciabile e se è vero che l’acquisizione anche solo di una parola, di un verso esatto è cielo che s’inazzurra, è vita che afferri, è altresì vero che è un gesto che scortica, che ti pone di fronte a luoghi oscuri, lontani. Come se quel verso ti decifrasse, svelasse qualcosa di te riposto sul fondo e tu lo accettassi come un destino, come una premonizione. Non ho la presunzione di dirmi poeta, è una parola da usare con cautela, è noto; sono una che scrive e non può farne a meno. Pur se la mia musa non è particolarmente attiva, è incostante e capricciosa, tanto da attribuirle la qualifica ben meritata di musona, quando finalmente arriva è perentoria. Così inutile, così necessaria in una società il cui nerbo è l’utilitarismo, la poesia è uno spazio dove si recupera l’autenticità e la bellezza, lontani seppure coscienti della follia del mondo.

Mi piace leggere poesia, non sono contraria all’oscurità in poesia, al travestimento, agli spostamenti; ho le mie idiosincrasie e le mie preferenze come ognuno, credo, ma quel che più cerco (nella poesia come nella vita) sono la verità, la sincerità. Che ovviamente non debbono prescindere dalla forma, dal ritmo, indispensabili. Così si può dire della plaquette che uscirà a breve per le edizioni CFR di G. Lucini, Minime da una fine, con la collaborazione di Viviana Nicodemo, artista visiva. Parole e fotografie che si incontrano e raccontano una storia. La storia di una fine, che può anche essere la storia di altri, storia di oggi dove il fallimento della famiglia tradizionale, piccola ma importante cellula del sistema-mondo, erode le basi dell’evoluzione, disgrega e fa implodere quel che resta di umano. Così poesia diventa r/esistenza, non un surrogato della vita reale, non cieca fede nella parola risolutiva, ma testimonianza e speranza. E bellezza.

 

 

 

 

 

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