cop Florit  poesia LC

PoeSia

L’esperienza amorosa come percorso iniziatico, processo alchemico, circolarità compiuta. Così entriamo nel dilaniato Passo nel fuoco di Rita Regina Florit, un sofferto corso mentale e poetico attraverso i meandri della passione d’amore. V’è lo strazio del dionisiaco, la macerazione nel ricordo, il lutto pieno della distanza, dell’assenza. Anche la forma chiusa qui somiglia a una Vergine di Norimberga o cilicio penitenziale dove vivere claustralmente l’abbandono al dolore, alle grida generate dal sentimento tradito. Come un sacrificio da scontare la poesia è qui macchia scoperta, rivelata oralità piena, originario respiro vocale che è andamento, direzione, ritmo. La notte è la scena madre di questi versi, coperta che tormenta e soffoca, come quella oscura di San Giovanni della Croce, prova da affrontare fino all’arrivo del mattino rapitore: «M’avvito alla voce / lascio tracce / al tuo suono m’abbandono / spando dal cuore / notturne sillabe sonore / se il tuo riso inchiodo / alla mia carne viva / falla cantare / che la fionda / del vento ricompare / e mi rapisce il mattino.» (p. 13). Sussultorio, senza pace, instabile e dagli improvvisi cambi di marcia, il libro asseconda i ritmi di un inseguimento, una caccia d’amore, così i testi sono di 8-9-11-4-3-5-10 versi (l’ordine indicato non è consequenziale), orditi con calibro e composti da parole-piombo, delle quali semanticamente molte appartenenti alla sfera del corpo: «L’abisso mi si versa nelle vene / stride vertigine amore preme» (p. 17); «Mi slargo in litanie d’andirivieni / e sul tuo petto interrogo fortune / lo spirito guerriero a nulla vale / in agonia di lento sfiancamento / copiosa mi dissanguo.» (p. 22); «Mani mi ridisegnano i confini / da nuove agrimensure ritemprata / disseminati sillabici baci / gigliano in rivoli colano audaci / stilla la nudità rosa sfogliata / lambita ridestata assaporata / balza la voglia ordita al mio languire / ansima alle tue spalle diluviata / bacio d’amore schiena e lombi e cosce / che il tuo innalzato raggio è calamita» (p. 23). Il verso conclusivo dell’ultimo testo e quindi del libro è un chiaro prestito dal Cantico dei Cantici: «di me sigillo imprimi sul tuo cuore». Erotismo e preghiera si fondono, spiritualità e corporeità combattono ma si dimostrano complementari, speculari fino a un ipotetico raggiungimento dell’Uno: «Ardi la voglia che non muore / con le labbra arroventala di baci / fai culla al mio respiro concitato / avvinti in vita morte condivisa / saremo unica cosa unita fusa».

 

 

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