zizza estro 11 Philip Larkin idea grafica di Nino Federico per l’EstroVerso
Philip Larkin idea grafica di Nino Federico per l’EstroVerso

 

l’étranger

  

«Scrivo poesie per custodire le cose che ho visto/pensato/sentito (se così posso definire un’esperienza complessa e composita) sia per me stesso che per gli altri, sebbene io senta che la principale responsabilità sia verso l’esperienza stessa, che tento di tenere lontana dall’oblio». Per il nostro poeta inglese si tratta di un atto di difesa e di preservazione dell’esperienza. Larkin, «the Master of the Ordinary» nella nota definizione del Nobel Derek Walcott, sfamò la musa della Mediocrità, un’ordinarietà in lettera maiuscola, assurta a espressione di un vivere quotidiano privato di ogni paramento retorico, immune da qualsiasi enfasi illusoria. Chiarezza e onestà, uniti ad uno stile colloquiale, abitano i versi sobri e riservati del bibliotecario rievocato da Seamus Heaney in Seeing things. Troviamo presso Larkin uno sguardo, verso la vita, lucido e diretto, una nettezza quasi prossima al silenzio nell’ultima raccolta, High Windows, pubblicata nel 1974 da Faber and Faber e nel 2002 nella versione italiana integrale a cura di Enrico Testa (Finestre alte, Einaudi).

In Finestre alte si alternano la consapevolezza del tempo che passa, la ripetizione di gesti e azioni, la vecchiaia, la malattia, la morte, tutti argomenti infusi in un linguaggio narrativo e anti-eloquente che recupera in Thomas Hardy il suo archetipo (a parte l’iniziale influenza di W. B. Yeats nella prima raccolta, North Ship). Il ritmo ciclico, rivelatore di quotidianità (Gli alberi), gli attimi catturati nel dettaglio più banale (Al mare, Modi di vivere) o meno evidente, ma non per questo meno importante (Venerdì notte al Royal Hotel Station), l’ironia accompagnata a volte da un occasionale dato biografico nel segno dell’understatement (Annus mirabilis) rendono un esempio di poesia descrittiva la cui rappresentazione non è invero sintomo di distanza. A questo si aggiunga un disincanto dal retrogusto nostalgico per un’Inghilterra radicalmente modificata nella fisionomia umana e sociale, una modernità originatasi dagli anni ’50 del secondo dopoguerra, dove l’Inghilterra uscì sì vittoriosa dal conflitto, ma con spirito permissivo e rassegnato, lasciando un’eredità di «pneumatici e cemento» (Andare, andare).

Tuttavia Finestre alte non è caratterizzata solo dalla poetica della sottrazione, al contrario una resistenza segna il passo verso una percezione diversa nello stare al mondo. Come scrive Testa nella prefazione: «il sarcasmo non esclude la pietà, il buio non cancella del tutto la luce, l’ironia non si raggela mai in ghigno o in maschera» e quindi alla cupezza dei toni feriali fa attrito «la tensione […] alla rivelazione di un senso che pare abitare al di fuori del soffocante perimetro della storia o del qui». Da una parte «[l]’uomo passa all’uomo la pena.| Che si fa sempre più profonda come una piega costiera» (Sia questo il verso), dall’altra «il vetro che assorbe il sole» e l’aria azzurra «che non ha fine» lasciano intravedere una continuazione di vita (Finestre alte), ribadita nella poesia finale della raccolta (L’esplosione). La discorsività lascia allora scorgere un fondo di lirismo, la disillusione non annulla il senso dell’esperienza, per cui Larkin cerca di custodire il valore «perché non si perda, perché non muoia», per racchiudere «la traccia che resterà oltre la morte» (Paola Splendore). Lontana dall’oblio.

 

 

 

Philip Larkin, da Finestre alte

(traduzione e cura di Enrico Testa)

 

 

Gli alberi

Accenno di un discorso che ancora si ripete,

spuntano sugli alberi le foglie;

i germogli freschi s’allentano e distendono

in una verdezza simile al dolore.

 

Forse quelli nascono di nuovo

mentre noi invecchiamo? No, muoiono anche loro.

Il trucco annuale di apparire nuovi

è scritto in fondo a venati anelli.

 

Eppure si dibattono, inquieti castelli

ancora grandi e folti ad ogni maggio.

Morto è l’anno passato, sembrano dire,

e s’incomincia di nuovo e daccapo ancora.

 

Finestre alte

Quando vedo una coppia di ragazzi

e penso che lui se la scopa e che lei

prende la pillola o si mette il diaframma,

so che questo è il paradiso

 

che ogni vecchio ha sognato per tutta la vita –

legami e gesti messi da parte

come una mietitrebbia arrugginita,

e ogni giovane che va giù per lo scivolo

 

di una felicità senza fine. Chissà

se qualcuno osservandomi, quarant’anni fa,

ha pensato: Quella sarà la vita;

non più Dio, non più sudore e paura la notte

 

per l’inferno e per tutto il resto, non più

il dovere di nascondere quello che pensi del prete.

Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo

come maledetti uccelli liberi. E all’improvviso

 

non una parola viene, ma il pensiero di finestre alte:

il vetro che assorbe il sole,

e, al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra

nulla, che non è da nessuna parte, che non ha fine.

 

 

 

 L’esplosione

Il giorno dell’esplosione

le ombre puntavano verso la bocca del pozzo:

il cumulo delle scorie dormiva nel sole.

 

Giù per il viottolo scendevano uomini con gli stivali

tossendo fumo di pipa e discorsi affilati di bestemmie,

scrollandosi di dosso la frescura del silenzio.

 

Uno si mise a rincorrere dei conigli; gli sfuggirono;

ritornò con un nido di uova d’allodola;

le mostrò agli altri e le depose con cura nell’erba.

 

Così padri e fratelli, soprannomi e risate

attraversarono, con barbe e fustagno,

gli alti cancelli sempre aperti.

 

A mezzogiorno arrivò una scossa; le mucche

smisero per un attimo di masticare; il sole,

come avvolto nella foschia, s’affievolì.

 

I morti ci precedono,

siedono consolati nella casa del Signore,

e faccia a faccia li rivedremo tutti –

 

chiare come le iscrizioni nelle cappelle

furono dette queste parole, e per un secondo

le mogli videro gli uomini dell’esplosione

 

più grandi di quanto non riuscissero in vita –

d’oro come sopra una moneta, o come

in cammino dal sole verso di loro,

 

uno mostrava le uova intatte.

 

 

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