“Sangue corrotto”. Felicia Buonomo, “la poesia mi ha condotta nella terra dell’Altro”.

Felicia Buonomo è giornalista e autrice. Nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste e blog letterari italiani, statunitensi e francesi. Pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore, 2011), il libro-reportage “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni, 2020), la raccolta poetica “Cara catastrofe” (Miraggi Edizioni, 2020) e “Sangue corrotto” (Interno Libri, 2021). Dirige la collana di poesia sociale/civile, “Récit”, per Aut Aut Edizioni. Con alcuni versi dal suo recentissimo “Sangue corrotto”, prefato da Franca Alaimo, pubblicato da Interno Libri Edizioni, introduciamo la nostra intervista, “Evitare la felicità come/ fosse barriera da centometrista./ Lacrime attaccate alla voce./ Non sparare se hai cattiva mira.”.

Qual è stata la scintilla che ha portato “Sangue Corrotto”?

“Sangue corrotto” è – per quanto ogni lavoro editoriale abbia una sua propria storia, autonoma – una sorta di prosecuzione di un percorso iniziato con la precedente raccolta poetica, nella quale narravo in versi del rapporto vittima-carnefice. Ho affrontato, in quel caso, il tema della violenza maschile sulle donne e del contraltare della dipendenza affettiva da parte della vittima. Leggendo il best-seller della psicoterapeuta Robin Norwood “Donne che amano troppo”, ho appreso che esiste una dinamica, non infrequente, che anima l’eccesso di amore da parte della donna, anche di fronte al maltrattamento. Ovvero: il dipendente da sostanze stupefacenti, spesso violento, tende a cercare donne con alle spalle una storia familiare drammatica. Donne che a loro volta diventano dipendenti affettive, con sintomi e conseguenze del tutto assimilabili. E allora “Sangue corrotto” affonda le radici in un passato familiare animato dalla violenza, dalla dipendenza dall’alcol e non manca l’esperienza del lutto. Materia-dolore che ritorna rinnovata, mutando scenari e volti, nella generazione successiva, dove la relazione disfunzionale e violenta diventa ordinaria. Si ricorre così (e questa rappresenta la sezione di chiusura dell’intero testo) all’assenza da se stessi come idea di liberazione, che tuttavia non rappresenta la salvezza, ma appunto l’assenza.

Dove sei stata condotta dalla poesia e cosa credi possa la poesia contro la “mercificazione del cuore umano”?

La poesia mi ha condotta nella terra dell’Altro. L’Altro per me è un concetto fondante. Le persone sono tutto ciò che abbiamo e comprenderle rappresenta un dono. La poesia ti fa comprendere, perché il poeta tenta sempre di includere l’Altro. O almeno questo è quello che mi hanno insegnato le parole (poetiche) che ho letto. Credo, pertanto, che non esista “strumento” migliore della poesia contro la mercificazione del cuore umano.

In che modo la vita diventa linguaggio?

Non credo possa essere altrimenti. La vita diventa – è – linguaggio per sua stessa definizione. E allora il poeta non fa altro che interpretarla, rendere nitidi gli spazi emotivi in ombra. Ogni autore ha un’ossessione tematica che trae le sue origini dal proprio vissuto e la buona scrittura poetica trasforma quel vissuto in un linguaggio universale, in cui è possibile riconoscersi e riconoscere l’Altro.

La poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?

La poesia credo sia il valico per antonomasia. È un passaggio – come da definizione – posto a notevole altitudine e non di facile percorrenza, ma mentre lo si percorre ci si rende conto che è il modo migliore per aprirsi alla vita e – come si diceva poco fa – per comprendere.

La forma quanto incide sulla “verità” della parola poetica?

Credo che la poesia debba presupporre un lavoro puntuale sulla parola, dunque sulla forma che il testo assume. Ma sono convinta che si debba rimanere concentrati, per dare onore al concetto di verità, «sull’essenza delle cose», come ci ricorda Marina Cvetaeva, poetessa a cui sono molto legata. La Cvetaeva, infatti, a riguardo, diceva: «Come, io poeta, ovvero persona dell’essenza delle cose, potrei farmi sedurre dalla forma? Io sono sedotta dall’essenza, la forma arriverà da sola. E arriva. Sono sedotta dall’essenza, poi incarno. Ecco il poeta». La forma, dunque, costituisce lo strumento di lavoro del poeta. Penso che l’arte, arte della parola compresa, sia disciplina. È sempre frutto di uno studio, di un percorso. Non è istinto, ispirazione, se non per una piccola e iniziale parte del lungo percorso che conduce all’elaborazione anche di un singolo verso. Spesso si lascia sedimentare un testo per settimane, mesi, per rendersi conto che bastava anche una singola parola differente a rendere efficace un testo. Ma quel percorso era necessario. Questo è il senso, a mio avviso, di fare arte per l’Altro; diversamente rischia di diventare solo uno sfoggio di erudizione, un approvvigionamento ego-riferito.

Immagina di dover dare delle “istruzioni” essenziali per scrivere una poesia, quali daresti?

Mi risulta davvero complicato immaginarmi in questo “ruolo”. Non credo di essere la persona più adatta a dare istruzioni a riguardo. Posso dare però – perché è quello che io pratico – un consiglio, uno solo, determinante se si vuole tentare la strada dell’espressione, oltre che dell’ascolto della poesia: leggere. Jeorge Luis Borges scriveva: «Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto».

La poesia è tale se diventa portatrice di una visione oltreché individuale sovraindividuale, qual è la sua opinione in merito?

Io mi posiziono senza dubbio nel terreno della visione, una visione che deve necessariamente diventare universale. Credo che la buona poesia sia tale solo quando la testimonianza contenuta nei testi, da intima riesce a diventare assoluta. Diversamente non si spiegherebbe perché si cerca, come lettori, di identificarsi nelle parole degli altri, perché si riconosce la frattura da cui sono nate, anche quando quel personale bagaglio esperienziale non ci è comune.

Qual è stato, ad oggi, il dono più prezioso ricevuto in dono dalla poesia?

Da lettrice, è stato imparare e affinare la capacità di comprendere l’Altro, come si diceva poco fa. Nella mia piccola esperienza da autrice, invece, il dono più prezioso sono state le persone, i poeti che ho incontrato, alcuni dei quali, nel tempo sono diventati amici, persone care. Come Franca Alaimo, che mi ha donato anche la gioia di firmare la prefazione di questo mio nuovo libro, con la sensibilità e attenzione che solo un’anima come la sua poteva portare, arricchendo e facendo luce sull’abisso di alcune mie parole. Ma potrei citarne tanti altri. Ognuno di loro, leggendoci, saprà che sto parlando anche di loro.

Per concludere salutando i nostri lettori, ti invito a scegliere una tua poesia dal libro “Sangue Corrotto” – (riportala gentilmente) – e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

La poesia si intitola “Merletto”. Credo sia stata la prima poesia che ho scritto, quando ho iniziato a lavorare a questo nuovo testo editoriale. Inizialmente aveva la forma della prosa poetica, che parzialmente ho mantenuto, inserendo la forma rivisitata del dialogo (che, peraltro, ricorre a più riprese nel libro). Questo mi ha aiutato a dare un ritmo più lento, più conforme alla profondità della tematica, quale è il lutto e il senso di colpa immotivato della figura del padre e a dare alla “narrazione” poetica una veste maggiormente tendente al realistico. Nel ringraziarvi per la preziosa ospitalità, vi lascio con il testo:

 

Merletto

 

Babbo c’è un assassino,
non lo fare bussare
Babbo c’è un indovino,
non lo fare parlare […]
E c’è un forte rumore di niente.
Francesco De Gregori

 

 

«Aspetto papà», ha detto. Aveva
quattro anni, due di chemioterapia.
Papà, due di immotivati sensi di colpa.
Era mia sorella. Se n’è andata tra le lenzuola
con il merletto in pizzo di mamma, che ha scelto
la morte per aprire il corredo avuto in dote.
«Non è stata la malattia a portarsela via»,
dice papà. «Non ho saputo proteggerla».
Papà si crede Dio, che di vita e morte decide.

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