La scrittura metacronica e la mostra delle atrocità

La scrittura metacronica e la mostra delle atrocità

sonia caporossi

parola d’autore

 

Il lavoro letterario e intellettuale, per me, è sempre stato una sorta di epifania, di emergenza in forma prima estetica e poi logica della mia materia oscura interiore. Un’urgenza incalzante di purificarmi dalle brutture di questo nostro tempo tragico e ferino nelle cui polipesche appendici sociali nient’altro si manifesta che la più lucida e stralunata mostra delle atrocità, e allora la letteratura altro compito non ha che farsene tramite, per attuarne una catarsi interiore come accadeva, appunto, nella tragedia greca; una catarsi, a ben vedere, che non riguarda solo il lettore, ma anche l’autore.

La scrittura di Opus Metachronicum, il mio esordio narrativo (Corrimano Edizioni 2014) ne è l’esempio compiuto. I personaggi che ho fatto rivivere in forma di conte philosophique all’interno del libro, eruttano le proprie blasfeme idiosincrasie come fossero vulcani. Ogni racconto, in realtà, è facilmente riconducibile sul palco teatrale, assume cioè la forma monologica, dostoevskjiana per eccellenza (penso ad uno dei miei libri cardine: i Ricordi del sottosuolo). Mi è piaciuto, al suo interno, delineare una mia poetica personale che ho definito, con una neoformazione categoriale, metacronismo, di impianto massimalista e neobarocco, giacché ritengo che l’auspicata possibilità di dar luogo a un vero e proprio filone di massimalismo italiano si sia arenata troppo presto, dopo aver gettato nelle secche castranti della categoria di “outsider” gli unici tre grandi rappresentanti di un modo di scrivere altro che non rifiutassero lo sperimentalismo e al contempo risultassero comunicativi: sto parlando di Gadda, Morselli e Manganelli, la mia sacra Trimurti (ma potrei infilarci dentro anche D’Arrigo e Volponi, per una serie di consistenti motivi).

Ecco perché, all’interno di un panorama letterario italiano che oggigiorno vive di minimalismo ed epigonismo, mi sembrava tremendamente necessario tentare di individuare una poetica differenziale che sapesse, nelle intenzioni, render conto delle esigenze di una porzione di pubblico non troppo ristretta (mi si perdoni l’ottimismo!) attraverso una scrittura insieme sperimentale e latrice di messaggi decodificabili (più o meno) universalmente, una scrittura che mentre dice ammicca ad altro, come se il lettore si ritrovasse inscatolato nella struttura affascinante e continuamente sorprendente di una matrioska semiotica.

Ecco perché, inoltre, ogni mio personaggio (non soltanto Morfeo, Erostrato o Prometeo, Van Gogh, Curione o Dorian Gray, Pasolini, Proust, Stachanov o il marito di Emma Bovary, ma anche tutti gli altri che sono andata pubblicando in questi anni all’interno delle riviste letterarie) esprime un categorema ben preciso: per loro occorre parlare di metacronicità giacché si tratta di personaggi della storia dell’arte, della letteratura, del costume eccetera che sono stati metacronicamente trasferiti di peso nei tempi moderni, con lo scopo precipuo di rappresentare, di volta in volta, una specifica macchia morale o materiale dell’umanità, un punto di stallo della Storia, proprio in quanto sospesi in una non-storia, o meglio, in una dimensione irriducibilmente a-storica che li condensa e li raggruma nella valenza allegorica dell’archetipo e del tòpos.

copertina_sonia caporossi opus metachronicum su l'estroversoMi piace in questo senso citare un breve estratto dalla prefazione ad opera di Antonella Pierangeli: “Opus Metachronicum è un libro che ci può sgravare da un’innocenza imbarazzante: quella che ci lascia poveramente al di qua della linea d’ombra oltre la quale il linguaggio inizia davvero a far intuire qualcosa del proprio sacrario di volti e, attraverso il buio delle cesure, mostra ciò che si sottrae alla propria contemporaneità. I personaggi di Opus sono infatti sfrangiati in miriadi di attimi pensanti, colti nel loro essere testimoni di una staffetta infinita: quella della metacronicità, sortilegio infinitamente pesante e potente, grazie al quale ci si ritrova improvvisamente nel Maelström della parola.” Questo passaggio critico condensa davvero l’intera mia poetica di scrittrice in prosa; poi, oltre lo steccato della denuncia sociale dei nostri mali ultracontemporanei, vengono per me la musica, la poesia, la critica letteraria e quella globale; e sono altrettante maschere che indosso, ma sempre nel senso in cui ne parlava Alberto Savinio, incarnando, cioè, il tipo dello scrittore hypokritès etimologico, “colui che esamina la realtà da sotto la maschera” e da dietro questo paravento di cristallina e lucida sincerità scrive del mondo, di un mondo che è il suo, di un mondo che è il mondo di tutti, anche di chi quel kosmos lo rifiuta per antagonismo, non ci si vuole riconoscere per senso del decoro oppure, semplicemente, gli fa ribrezzo.

Per questo io sento di potermi fortemente definire una scrittrice impura, una che per gridare le sue scabre interpretazioni del reale, un reale che si verifica e si falsifica metacronicamente ad ogni istante, non esita a prendere a schiaffi il lettore e, in qualche caso, a fargli male. Un po’ come un infermiere che infila due dita in gola al moribondo per farlo respirare: altro compito, quello salvifico e vivificante, che spetta proprio alla letteratura.

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