“All’altro capo” di Roberto Deidier, con la poesia “l’umano ancora può ritrovarsi nei suoi significati più autentici”.

«A chi occorre quest’altra alba grigia/ Nel cuore dell’estate?/ Ora scrivo di notte, scrivo ai morti». Versi di Roberto Deidier (nella foto di Dino Ignani), scelti per introdurre “All’altro capo”, libro pubblicato da Mondadori, collezione “Lo Specchio”. Versi colti, delicatissimi, distinti dalle screziate sfumature della lingua poetica, costellati di «accidentata felicità, di sorprese/ Non segnalate, incaute sospensioni». Versi, «quasi un doppio specchiato», tra poesia e pensiero. Versi di attese, di disarmo, di «disordine felice», di tenerezza, di sordità, di elegie, d’accoglienza, di riferimenti, di ricordi invincibili, di un «passato muto negli intrecci quotidiani», d’ipnosi, d’illusioni furtive come lacrime, di promesse alle quali affidarsi, di abbandono, di giorni da vivere uno alla volta, di cupezza e splendore allungati «sul silenzio della sera». Versi come un torrente di voci (da un’unica foce) nel quale contemplarsi, e approdare.

Perché “All’altro capo”?

Nella nostra idea della vita come viaggio, percorso, spostamento in uno spazio-tempo, c’è sempre un punto di partenza che prelude a un punto di arrivo. Vale per ogni aspetto della nostra esistenza. All’altro capo rimanda semplicemente a questo: l’“altro capo” è l’approdo, il termine, ma può anche essere il riferimento costante, qualcuno o qualcosa che ci accompagna, magari per un breve tratto, quindi anche le figure che amiamo o abbiamo amato, con cui abbiamo intrattenuto un affetto, anche nella forma dell’amicizia. Però questi due capi possono anche essere due poli di tensione, due forze contrarie che ci spingono in direzioni opposte: non c’è viaggio senza sorprese. Possono essere inoltre i nostri demoni o le nostre ossessioni che la poesia provvede a tradurre in metafore, come ben sappiamo. Infine l’“altro capo” è l’idea stessa di conquista, per chi scrive è la lotta con la propria lingua, per scardinarne i limiti quotidiani.

Cosa può la poesia contro la “cecità del dolore”, contro “un orizzonte senza tempo”, contro “La scheggia impazzita di un pensiero fisso”?

La poesia, come tutte le arti, non può nulla, se non metterci di fronte a noi stessi. Non dobbiamo commettere l’errore di chiedere qualcosa alla poesia: quello che traiamo dalle pagine dei poeti è al massimo un’anamorfosi, un rispecchiamento distorto, forse per questo più profondo, più veritiero, delle nostre identità, su cui i versi ci interrogano, spingendoci a proseguire nel nostro incessante lavoro su noi stessi, per il raggiungimento di nuove consapevolezze. Non credo ai proclami di una poesia oracolare, profetica, consolatoria: la poesia non ha mai preteso aggettivi. Poi, naturalmente, esiste la fruizione personale dei linguaggi estetici, e ognuno è libero di farne ciò che vuole, di illudersi come crede, di interpretare come sa; ma il testo, che sia grafico o figurativo, ha una sua natura intima che non vorrebbe essere tradita più di tanto. Possiamo però affermare, considerata la tecnocrazia del tempo che viviamo, che la poesia continui a rappresentare una specie di resistenza o di resilienza; lo è per la sua perseveranza nei millenni, nonostante l’imperversare di nuove e più impellenti forme espressive; lo è nel suo esercizio, poiché indulge alla lentezza e alla riflessione, pretende la ripetizione, il riuso. Allora, di fronte allo scenario desolato del nostro presente, privato o pubblico che sia, la poesia offre comunque uno spazio alternativo dove l’umano ancora può ritrovarsi nei suoi significati più autentici.

In che modo la vita diventa linguaggio? La poesia è (anche) la “lingua degli addii?

Lo diventa attraverso la letteratura. E lo diviene facendosi anche addestramento a tutto ciò che la vita stessa ci offre, in positivo o in negativo. Linguaggio vuol dire identità, ovvero coscienza di sé. Noi traduciamo continuamente, da noi stessi e da coloro che ascoltiamo. Non c’è atto linguistico che non sia, insieme, ascolto e traduzione. La poesia giunge alla fine di questo percorso, traducendo ancora una volta in forme più complesse, metaforizzando le esperienze per incorniciarle in nuove, più consapevoli prospettive. E allora sì, la poesia può anche diventare l’esorcismo, l’accettazione di un evento definitivo come un addio.

Qual è o quale dovrebbe essere la lingua ideale della poesia, la forma quanto incide sull’essenzialità e sull’espressività della parola poetica?

È una domanda relativa che presuppone risposte relative: ogni autore potrebbe dire la sua. Direi, dal mio punto di vista, che la lingua ideale sia non solo quella che non mente, che non si arrocca in retoriche vuote o in sterili esercizi di metrica (se volete, la lingua “onesta” di Saba), ma quella che riesce a raggiungere il lettore sbalzandolo dalla sedia, scardinando le sue certezze per rivelargli quanto siano effimere. La forma in poesia è tutto, anche quando prende, volutamente, la strada dell’anti-forma, ovvero del rifiuto della forma. La forma non è l’abito di una poesia, ma coincide con la sua stessa sostanza; ne comprende il ritmo, quindi la sua impedenza, la sua capacità di trasmissione. Un verso non può mai essere qualcosa di estemporaneo, richiede tecnica, artigianato nel senso più nobile.

La poesia è tale se diventa portatrice di una visione oltreché individuale sovraindividuale? Qual è, per i giovani che si stanno avvicinando alla tua poesia, la tua opinione in merito?

Ripeto sempre le parole di un poeta a me caro come Odisseo Elitis: la poesia è il raggiungimento di un’essenzialità oltre l’individuo. Se ci fermiamo al semplice regesto delle nostre cronache private, al reportage delle nostre sensazioni senza toccare quel nucleo di condivisione che porti il lettore ad ascoltarci e a tradurci, che mai avremo ottenuto se non la sua indifferenza? Tutt’al più avremo provocato il suo cinismo o il suo sarcasmo.

Qual è stato, ad oggi, il dono più prezioso ricevuto in dono dalla poesia?

Il fatto, nonostante tutto, nonostante le avversità, le difficoltà, le distrazioni, di non poterne fare a meno.

Per concludere salutando i nostri lettori, ti invito a scegliere una tua poesia dal libro “All’altro capo” e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Comincio a scrivere partendo da un ronzio nell’orecchio. So che in quel momento si sta formando un ritmo che trascina con sé un significato, che vuole farsi significato. La memoria sta lavorando su un’immagine che la lingua provvede a trasformare in una metafora, in un’immagine che ambisce a essere essenziale, per riprendere il discorso sulla condivisione. Questo può anche accadere attraverso il richiamo dei sogni, quindi in una forma onirica; al risveglio le immagini su cui lavorare sono lì, distese davanti ai miei occhi. Sappiamo quanto la memoria notturna recuperi eventi del passato nella specie del sogno. La poesia che voglio proporvi è nata proprio così, da un sogno che ha richiamato un evento remoto, una sosta forzata durante una vacanza lontanissima nel tempo, con dei miei cugini che non ho più rivisto a causa di continui terremoti nelle rispettive famiglie. Prendemmo due stanze in una casa sul mare, e ci trovammo a condividere un grande letto.

Tutti insieme

Ci sono state guerre o qualcosa che ricordi come tali.
Un letto grande, ma a sera diventava così stretto
Come il mare dell’infanzia quando si ritira su un’isola triste.
I respiri si accavallavano nel sonno e pure l’isola
Si accavallò sul suo atollo disperso e poi svanì
Come un ricordo fortuito. Sotto la crosta del lenzuolo
Un mondo di bugie, di sospetti, il nascondino
Delle colpe e dei segreti coltivati come un raccolto
Fuori stagione. Non c’erano più numeri
Per potervi ancora contare. La storia che vi ha inghiottiti
Non l’ho inventata, non l’ho scritta io.

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 30.05.2021, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

 

Sabato 23 ottobre, ore 19, alla Fondazione Bufalino di Comiso per una nuova fermata di “Stazione Poesia”, quest’anno a cura di Giuseppe Digiacomo e Salvatore Schembari, si terrà la presentazione del nuovo libro di Roberto Deidier, “All’altro capo”, Mondadori 2021. Conduce Grazia Calanna, intervengono: Pietro Russo, Antonio Lanza, Fabrizio Ferreri e Angelo Santangelo.

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