Allo Specchio di un quesito, Riccardo Gazzaniga

Allo Specchio di un quesito, Riccardo Gazzaniga

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“Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante, ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile”, parole di Karl Popper per chiederti qual è la tua più intima definizione di scrittura?

All’inizio della mia carriera letteraria, quando scrivevo i primissimi racconti, avevo idea che per conquistare i lettori servisse proprio una scrittura difficile. E così il mio stile era “eccessivamente barocco”, secondo alcuni critici. Beh, avevano ragione. C’erano troppe subordinate, abusavo di similitudini (con una tremenda propensione a quelle “animalesche”!), esageravo con gli aggettivi inutili. Era come se covassi l’inconsapevole bisogno di dimostrare qualcosa, di far vedere che ero bravo a scrivere. Che sapevo usare le parole, anche se non avevo una laurea e facevo il poliziotto, l’operaio dello Stato. Insieme alle critiche, per fortuna, arrivarono anche tanti complimenti per come gestivo la suspense, per le trovate narrative, per la costruzione dei miei personaggi e l’empatia che raggiungevo rispetto a ciascuno di loro. Quelle prime opinioni, che venivano da lettori comuni, mi liberarono di un peso: nessuno mi chiedeva di essere difficile, ma solo di raccontare le mie storie e questo era ciò che io desideravo da sempre. Prendere il lettore, stringerlo forte e portarlo dalla prima pagina all’ultima, senza respiro. Un tuffo nel vuoto, legati a un unico paracadute. Su quelle prime critiche ho lavorato, negli anni. Ho asciugato lo stile, ho imparato a essere più essenziale, a marcare stretti i miei romanzi, senza concedere loro tregua né cedimenti. Ho scoperto che per scrivere una storia devo pensare a lei ogni giorno, come un innamorato. Fantasticare sul suo conto. Ecco la scrittura per me è questa gioia di fantasticare una storia e poi metterla sul foglio per condividerla coi miei lettori. Per anni ho scritto da solo, su questo stesso tavolo da cui scrivo per voi, temendo che quanto avevo da raccontare si sarebbe perso fra concorsi letterari sconosciuti, fogli pinzati per amici e parenti, raccolte di racconti uscite in dieci copie. Invece, grazie alla vittoria del Premio Calvino, alla pubblicazione con Einaudi Stile Libero, sono riuscito a raggiungere i lettori: le loro mail di complimenti, i messaggi entusiastici, le recensioni positive, hanno dato senso alla mia fatica e gioia alla mia vita. Ho scritto “A viso coperto” per raccontare le vite di poliziotti e ultrà, due gruppi rivali eppure non così dissimili, distanti e insieme vicini. Singole umanità schiacciate nella massa. Individui che cercano un’identità nel gruppo, ma dal gruppo stesso rischiano di essere schiacciati e perdersi. Con questo libro ho cercato di portare i lettori con me, dietro un casco da celerino e una sciarpa da ultrà. Li ho spinti a chiedersi cosa farebbero se si trovassero nella mischia con una cinghia o un manganello in mano. Fino a che punto sarebbero disposti a portare la loro fedeltà al gruppo, sino a dove spingerebbero la violenza per difendere quanto credono. La frase più bella a proposito di “A viso coperto” l’ho letta su un blog calcistico, scritta da un recensore che non ama troppo la Polizia. È una citazione di Norman Mailer e dice: “Proprio non mi va giù che un esordio di tale livello sia stato scritto da uno sbirro”. Ecco, credo che questo sia il miglior complimento che potessi ricevere. Perché l’ho ottenuto senza sforzarmi di scrivere difficile, ma solo raccontando la storia che avevo dentro.

 

 

 

 

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