Andy Warhol: perché “repetita iuvant”

Andy Warhol: perché “repetita iuvant”

Andy Warhol, Blue Shot Marilyn, 1964 CAVALLARO
Andy Warhol, Blue Shot Marilyn, 1964



“Repetita iuvant” è il comune, seccante monito che suona quasi minatorio dai tempi del buon liceo; una di quelle espressioni che, inevitabilmente e naturalmente, ci si porta dietro per tutta la vita e che, si deve ammetterlo, corrisponde a verità. Certi gesti, certi pensieri, certe immagini, a forza di ripeterli, giovano, diventano i nostri, finiscono per appartenerci ed essere sentiti come estremamente familiari, “popolari”, “POP”, così nella vita come nell’arte, “ART”. Eh si, perché quando l’arte non vuole essere né estetica, né polemica, né anarchica, né critica, quando il gesto, prepotentemente iterato, ha valore di documento e l’immaginario a cui attingere è freddo, meccanico, industriale, spesso da banco alimentare o da rivista gossip, ecco che possiamo parlare di Pop Art e un artista su tutti, Andy Warhol, può trasportarci in un affascinante viaggio a ritroso nell’America dagli anni cinquanta in poi. Fino al 28 Settembre, infatti, dopo il successo riscontrato a Milano, nelle sale di Palazzo Cipolla a Roma, è ospitata la mostra Warhol a cura di Peter Brant, Presidente della The Brant Foundation dalla quale arrivano le opere in collezione e collaborata da Francesco Bonami.
Nato a Pittsburgh nel 1928, da sempre attento osservatore con l’ossessione per le immagini e per il loro potere simbolico, Andy Warhol studia arte pubblicitaria per poi trasferirsi, dopo la laurea, a New York dove lavora come disegnatore ed illustratore per riviste prestigiose e dove nasce l’amichevole sodalizio con Peter Brant che, a soli vent’anni, intuendo già il calibro delle “visioni warholiane”, acquista un disegno della celebre Campbell’s Soup (che l’artista dichiarò di aver mangiato ogni giorno per venti anni), dando così inizio alla sua vastissima collezione. Tra le 150 opere in mostra, disegni, tele, fotografie e sculture, si snoda tutto il percorso artistico di Andy Warhol, dal suo debutto ai Red Elvis o gli Skulls, ed ancora una delle quattro shot di Marilyn, una serie di polaroid di volti noti come Liza Minnelli, Joan Collins, Arnold Schwarzenegger, le celeberrime icone di Mao Tse-tung e Che Guevara, per arrivare a The Last Supper, omaggio all’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci e, profeticamente, suo ultimo lavoro prima di morire a seguito di un intervento di cistifellea nel 1987. Warhol rappresenta ciò che ama e ciò che meglio conosce e questo equivale ad attingere da un repertorio esterno, fisico, materiale e riproducibile, un repertorio artisticamente mai esplorato e che la combinazione cromatica estrema, esasperata, giocata su contrasti e complementari, rende ancora più riconoscibile agli occhi del mondo. A Warhol va il merito di aver saputo dare, con svariate tecniche e linguaggi artistici, dalla pittura alle serigrafie, alle ossidazioni, una nuova visibilità al già stra-visto e stra-conosciuto altrove e ben al di fuori di un museo. A Warhol va il merito di essere riuscito a livellare i piani di importanza oggettuale per conferire a qualsiasi cosa o persona lo attraesse la medesima valenza e dignità di icona immortale. A Warhol va il merito, lungi da qualsiasi considerazione consequenziale ed interpretativa, di aver intercambiato l’arte con la pubblicità, equiparandole al fine di restituire l’irriverente manifesto di una società (americana) dell’immagine e del consumismo, satolla, già allora, ma consapevole e rassegnata ai moduli standardizzati ed uniformanti che la costituivano. Ed infine, in buona sostanza, a Warhol, maestro indiscusso della Pop Art, va il merito della “trovata”, perché, come lui stesso disse: “Making money is art and working is art, and good business is the best art”.

Andy Warhol, Skull, 1976 CAVALLARO
Andy Warhol, Skull, 1976
Andy Warhol,  Red Elvis, 1962 CAVALLARO
Andy Warhol, Red Elvis, 1962
Andy Warhol, Mao, 1964

 

 

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