Di Maria Grazia Insinga e della sua “Tirrenide”, vincitrice del XXXIII Premio Lorenzo Montano.

Di Maria Grazia Insinga e della sua “Tirrenide”, vincitrice del XXXIII Premio Lorenzo Montano.

La tua Tirrenide (Anterem, 2020) è vincitrice della XXXIII edizione dello storico Premio Lorenzo Montano, mi lasci un tuo “commento” (e se puoi la motivazione della giuria)?

[…] la poesia è sempre discontinuità. Non è mettere ordine nel caos, ma da questo attingere modulazioni e sommovimenti per incendiare la voce.
Giorgio Bonacini, nota su Tirrenide

Nel 2019 Tirrenide, la mia raccolta inedita in versi, vince la sezione storica della XXXIII edizione del Premio Lorenzo Montano, uno dei premi italiani più longevi e prestigiosi. Anterem, la rivista di ricerca letteraria che rappresenta la forza propulsiva del premio, è una rivista che nasce quasi cinquant’anni fa grazie a Flavio Ermini; vera e propria officina di cultura italiana e internazionale, essa è luogo di incontro tra pensiero e linguaggio, tra poesia e filosofia. Negli anni, intorno alla rivista sono cresciute varie iniziative, tra le quali nel 1986, appunto, il Premio Montano, curato da Ranieri Teti. Il maestro Francesco Bellomi, che scrive musica per i vincitori del Premio, ha composto anche per la mia raccolta un brano di straordinaria bellezza. Grazie al lavoro della giuria – costituita da Flavio Ermini, Giorgio Bonacini, Laura Caccia, Mara Cini, Rosa Pierno e Ranieri Teti – Tirrenide esce a febbraio 2020 con la nota critica di Antonio Devicienti nella collana di poesia “La ricerca letteraria”, curata da Teti. 
Storicamente Tirrenide è un’entità economico-politica che si colloca nel Medioevo ellenico tra le due fasi di egemonia greca: micenea ed ellenica. Quella greco-micenea, imperniata sul regno di Eolo, si lega alla fondazione stessa di Capo d’Orlando e ad Agatirso. Il libro trae epico spunto proprio dalle origini oscure di Tirrenide, dalle origini oscure dello stesso approdo orlandino per arrivare alle origini oscure dell’uomo e del suo poetare. In un’opera di Jean Giraudoux, Ondine chiede al poeta: “Qual è stato il vostro primo più bel verso?” e il poeta risponde: “Non lo so più. L’ho scritto in sogno”. Tirrenide è un poema sul sonno, sull’importanza di cedere la facoltà del pensiero al sogno.
Bonacini ha scritto a nome della giuria del XXXIII edizione una motivazione che scandaglia la mia scrittura riuscendo a coglierne il nocciolo più duro. Ecco un passo della motivazione:

«La raccolta di Maria Grazia Insinga nasce e si sviluppa dentro un’architettura che non disgiunge suono e senso: anzi, li incrocia e li annoda in un movimento che porta la parola a “precipitare” dal “dirupo fonetico”, dove il corpo-fonema (così l’autrice sembra indicare la poesia che si fa verso anche dal nulla) senza mai distruggersi, si disgrega e si riforma, aggiungendo continuamente, all’intimità dei suoni, un accadimento impensato: l’apparizione pura e vitale di qualcosa che sembra inidoneo o sbagliato, mentre è, nella sua essenzialità, un refuso mistico. Un ritmo incongruo che nel suo errare (a volte in linea, a volte claudicante) all’interno del poema, arricchisce un dire che tende alla non-perfezione. A un’esistenza, cioè, in continuo cambiamento inaspettato, dove “il vero pensiero è…cedere al sogno” la sua forma e la sua facoltà. Perché la poesia è sempre discontinuità. Non è mettere ordine nel caos, ma da questo attingere modulazioni e sommovimenti per incendiare la voce».

“mettere ordine al caos è sempre / caos e dimezzarlo è ancora caos”, con i tuoi versi per chiederti cosa può (e per te cosa ha potuto) la poesia a beneficio del caos dell’anima?

In tutti i campi è proprio del teorico e dello scienziato dimostrare che le opere della natura sono congegnate secondo una ragione e un principio ordinato, e che nulla è a caso, né è stato compiuto dalla natura in modo improvvisato…
Claudio Tolemeo, L’armonica, I, 2, p.5.19-22 D

Nessun beneficio. O meglio, la poesia può tutto a beneficio e a vantaggio del caos, non a un nostro beneficio azzimato e preordinato; essa opera affinché il caos rimanga caos, vita in tumulto. La poesia è quel tumulto; quel tumulto siamo noi. Nella definizione del criterio dell’armonia Claudio Tolemeo riconosce alla sensazione e alla ragione prerogative distinte e complementari all’una e all’altra. Ma se è vero, l’armonia stessa deve essere un tumulto; se è vero, sensazione e ragione concorreranno a tenere in vita quel tumulto: un caos perfettamente musicale, una non perfezione nel cuore della perfezione.
Se beneficio c’è, è un beneficio fatto di commozione, compassione, tenerezza di fronte alla fatica di chi studia il caos, di chi studia scritture non ancora decifrate ma non ancora perdute; di fronte all’ostinazione di fare in ogni istante quella imprescindibile conta dei segni, ricontarli, ricontrollarli. La poesia è l’isola di Pasqua, è Cipro, è Creta: una scrittura indecifrata. È da questi luoghi, dalle isole, che provengono la maggior parte delle lingue antiche non decifrate. Non è un caso che l’isola sia l’origine del caos: la diversità, l’interruzione-mare, la scrittura come esperimento interrotto dall’acqua, la re-creazione, la ri-esistenza. Il confine, qui sull’isola, la Sicilia, non è mai il mare ma l’immaginazione. Specie quando l’immaginazione aiuta a evadere o a sopravvivere al Paradiso.
Se beneficio c’è, è un beneficio fatto di commozione, compassione, tenerezza come quando siamo di fronte agli Unown asessuati – avete presente i Pokemon? c’è stato un tempo in cui mia figlia li ha amati – che foggiano il loro corpo in base a ventisei lettere e due segni di punteggiatura ? e !. Da sole queste creature rimangono uguali a sé stesse, un mistero; insieme, invece, plasmano la realtà, la decodificano nell’atto in cui contribuiscono alla sua decodifica. Vivono nell’isola della loro dimensione come geroglifici appiccicati alle pareti di grotte e antiche rovine, segni indecifrati. Il loro occhio tondo e spalancato sul caos è il nostro occhio sul caos che siamo. Il poeta è un iridologo.

Ancora con i tuoi versi, “prendere a distanza distanza dalla distanza / equivale a nessuna distanza a un niente”, per chiederti in un tempo in cui ci troviamo costretti alla distanza in che modo ci avvicina (o potrebbe avvicinarci) la poesia?

Non ho paura quando guardo il vetro smerigliato. Una persona potrebbe avanzare verso di me con un revolver, avrei i miei occhi incollati al visore, e sarebbe come se non potessi essere vulnerabile.
Diane Arbus

La scrittura è la proiezione del pensiero sotto forma di immagine; è un’immagine, un segno che fa ombra sul foglio per lasciare accedere il lettore al taglio di una luce invisibile. La poesia è una lente convessa che ingrandisce l’immagine. Ma tra lente e oggetto deve esserci una distanza. Dovremmo usare la lente tenendo la distanza necessaria e poi dovremmo evitare l’inutile ingrandimento di un vuoto scambiato per un pieno, evitare, cioè, l’effetto blow up… è un’operazione che potrebbe farci perdere la vista e anche qualche rotella. La comprensione è possibile se rifuggiamo dalle gigantografie: è grande il desiderio di entrare nella stanza segreta del poeta, ma per decodificare la serratura è più efficace farsi piccoli, soggetti che si fanno oggetti in una solitudine corale, in una distanza empatica. La lente è un revolver, magari il Lefacheux calibro sette a sei colpi di Verlaine, di fronte al quale possiamo, finalmente, non essere vulnerabili.
Un mondo senza poesia, senza scrittura, è un mondo che comporta solo una realtà sincrona, priva di ogni spazio al mistero. È nella realtà asincrona, la stessa che stiamo vivendo oggi, che il mistero si rifugia; e la poesia è mistero. La realtà asincrona è una realtà che richiede distanza fisica ma non psicologica. “Se ingrandisco – scrive Barthes – non faccio altro che ingrandire la grana della carta, disfo l’immagine a vantaggio della sua materia”. L’inchiostro con cui abbiamo segnato la carta si dissolve, si disperde nell’atto di ingrandire la grana. È questo, forse, il senso del caos: l’inchiostro è un tentativo di dare ordine al disordine. Esso dovrebbe rilasciare una traccia nitida priva di sbavature, priva di indizi; dovrebbe essiccare in fretta senza corrodere la materia; dovrebbe scomparire nel momento in cui entriamo col nostro occhio tondo e spalancato sul caos per darci la possibilità di tornare caos, tornare al tempo primo, un’unica cosa con il libro, un intero.
La poesia è un’immagine della quale noi, distanti, siamo la didascalia. Per Holderlin “presto saremo canto” e presto è una distanza, una distanza il canto, una asincronicità corale. E la distanza è silenzio: “se torna il silenzio, vi sia anche un linguaggio”. E cosa c’è dietro il segno? Forse, solo un altro segno, un palinsesto, la myse en abyme del pensiero, la matrioska che canta dal seme alla madre. Nel seme lievitante è il Regno di cui l’annuncio-parola è distanza, la poesia lo è. Tra vuoto e pieno vi è un punto poetico e soprannaturale, il chicco di melagrana di Demetra, il chicco di senape del Vangelo: il punto che per Simone Weil è lievito più potente dell’uomo. La distanza infinita tra umano e divino, tra il lettore e la poesia può essere colmata solo da un punto, un atomo di comprensione. Riuscire a decodificare, distinguere la melagrana dalla capsula del papavero da oppio nell’iconografia pittorica e plastica è molto complicato ma ogni punto, ogni atomo di comprensione, ogni atomo di bene è un tassello imprescindibile nel complesso sistema polisemico della scrittura. Iconosfera e logosfera vanno collegati sempre con una didascalia: quella didascalia siamo noi.
La lingua è codice esattissimo nell’interazione sincronica; è codice del mistero in quella asincronica, nella distanza che è scrittura, nella scrittura che è distanza. La scrittura, la poesia, arrivano dopo; dopo che l’uomo ha già iniziato a conversare, versare, con gli altri, con la natura, con sé, con la divinità. I precursori della scrittura, della poesia, dunque, l’arte, l’iconografia, i simboli rappresentano ciò di cui il segno è appendice, estensione. Da un lato, la lingua veloce e sincronica; dall’altro, la scrittura lenta e asincronica, fuori tempo. Ma il mistero è dalla sua parte, dalla parte della scrittura perché ha il potere di entrare nella tua testa sia attraverso la lettura endogena sia durante quella esofasica; e ha il potere di essere processata, decodificata a una velocità incredibile nonostante il suo ingombrante bozzolo plumbeo. Il miracolo sta nella non perfezione della comprensione, nel silenzio che anticipa la comprensione, nel potere della veggenza della scrittura, nell’errore di comprensione che non è mai un errore perfetto ma una poesia del lettore secondaria solo cronologicamente rispetto a quella dell’autore, poesia prima. Non c’è propulsione più potente a far muovere il mondo che questo: la distanza da colui che scrive, il silenzio di chi legge. Scrivere poesia va oltre la scrittura perché equivale a scrivere con la laringe. E ciò di cui si scrive non è la scrittura precisa come un codice a prova di secoli, ma è un suono vago, anzi, il ricordo di un suono, di un nome. Il suono di questo nome è il nostro, unisce alla poesia, ci unisce.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a scegliere tre poesie dal tuo libro (riportale, grazie) e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che le ha viste nascere.

È un percorso fatto di empatia. L’empatia è una forma di dannazione, e come tutte le dannazioni è un dono. O viceversa, non importa. La mia empatia è incapacità di leggere il mondo e decodificarlo in parole in una modalità sincrona; è la capacità di sentire il mondo, vederlo grazie ai segni della scrittura in una modalità asincrona e apparentemente distante. Dall’empatia viene la rabbia: malattia infettiva dell’immaginazione, musica e refuso mistico. Malattia degenerativa è l’immaginazione. L’atto antroposegnico, la tendenza a trasformare gli oggetti del mondo in segni, i segni della scrittura, è una tendenza dell’immaginazione e, appunto, non esiste – non cercate, dunque, il vocabolo perché non lo troverete – tranne per me, forse. L’antroposegnizzazione – che, ripeto, non esiste e se esiste è solo per un eccesso della mia immaginazione – serve a creare una distanza tra me e un mondo troppo vicino, che ferisce e crea legami troppo stretti tra ciò che è visibile e ciò che non lo è, che mi fa troppo contigua allo spazio e discontinua solo grazie alla poesia. L’antroposegnizzazione è una sorta di prescienza, serve a mettere ordine al caos nella consapevolezza che dimezzare il caos è ancora caos, la veggenza è ancora caos, è incendiare la voce, è l’errore di natura che è sempre e ancora natura.

 

*

                                           all’una

 

se io sono al tuo posto mentre parlo
sono morta perché tu lo sei e non provo
dunque nulla né paura né niente altro
e il niente è una felicità e non la tocchi
equidistante dall’ultimo il primo male
il secondo le bestie il terzo una bestemmia
il quarto l’uomo il quinto l’elenco

 

*

 

la forma nello spazio è pur sempre distanza e pure
luogo e lì si toccano e c’è nell’intero di chi è solo
una misura di prosa che qui non c’è non c’è racconto
non dirsi ma essere che va verso un altro intero
per contraddirsi dirsi contro e dunque forma dimmi

 

*

                                           irriconoscibilità

dietro noi riversa la dea brucia flutto del ventre suo
non curante ci allontana lo sfasamento temporale
che nella distanza di comprensione si fa spazio
e se non ci fosse il tempo tutto sarebbe profonda
perfetta coincidenza tra voce primaria e secondaria

 

 

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 03.05.2020, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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