Forse su “Due vite” di Emanuele Trevi (NERI POZZA)

salti quantici

 

Sono laureata in giurisprudenza, “con profitto” si direbbe, con un termine che mi suona mercantilista: ventitré esami sostenuti, undici superati con “trenta” e dodici con “trenta e lode”. Ero la più brava della facoltà e, per questo, vinsi una borsa di studio. I soldi mancano sempre quando hai vent’anni e quelle quattrocentomila lire mi sembrarono un tesoro.

Insomma, ero “studiosazza”. Ma che c’entra con Trevi? Era “studiosazzo” pure lui? Se fossi collodiana, invocherei la pazienza dei miei lettori, ma una sbirra imprestata alla letteratura cosa può sperare? Che chi è riuscito a leggere i seicentotrentaquattro caratteri spesi finora si lasci prendere dalla suspense, da quel “thrilleraggio” che vi è in ogni scrittura della vita, che non se ne capisce mai il senso neanche quando si arriva alla fine. Quindi, continuo.

Il diritto del lavoro fu amore a prima vista. E non perché il professore (un ex pallavolista con un lieve accento napoletano che gli conferiva un tocco di “esotico” agli occhi dei miei vent’anni cresciuti con un’educazione a mezzo tra il gesuitico e il calvinista) era, come si diceva ai miei tempi, “un pezzo di bono”, ma perché il diritto del lavoro mi piaceva proprio. A tal punto che mi laureai con una tesi sul contratto collettivo nelle sentenze dei giudici con Massimo D’Antona, che da lì a poco sarebbe stato assassinato dalle Brigate Rosse. E fui borsista presso quella cattedra per un anno, prima di vincere il concorso in polizia. Ma forse sto esagerando col memoir, anche se corrisponde al tema topos dei libri di Trevi: il ricordo elevato a romanzo, perché, si sa, i ricordi sono i romanzi della mente. Stendhal aveva bisogno di nascondersi dietro pseudonimi e false identità (i biografi ne hanno contato più di duecento) perché, nei suoi romanzi, “a lui importava unicamente essere sincero per se stesso e contro se stesso”.

Che il romanzo ci protegga dai ricordi? Collodianamente, continuo.

Tutti, qui in Sicilia, o quasi, abbiamo origini contadine, almeno tutti quelli che non contiamo nobile lignaggio nella discendenza desossiribonucleica. Per fortuna. Perché i nobili latifondisti preferivano che le terre si ammalorassero piuttosto che darle ai contadini per coltivarle e avevano bisogno dei gabellotti, bravi come quelli di Don Rodrigo ( che Manzoni si sia copiata la nostra tragedia della terra?), marmaglia armata che girava per le campagne, minacciando e intimidendo i contadini, trattati come servi della gleba, e si arrogava il potere di ammannire “giustizia”, seminando terrore e morte. E se i Borboni dapprima tentarono di sciogliere queste compagnie mercenarie, finirono poi con lo scendere a patti con loro, abdicando al controllo del territorio, e accettando i loro servigi e la loro mediazione per recuperare i beni oggetto delle loro stesse robberie. E i gabellotti, insieme alle terre, che si pigliarono per un bertoldesco piatto di fagioli, si comprarono pure la nobiltà.

I miei nonni erano entrambi contadini. E ne sono sempre stata fiera. Non hanno mai voluto avere più di quello che il lavoro concedeva: come la terra che hanno coltivato, aspra e onesta, hanno sempre vissuto con la dignità della fatica.

Non so perché a quell’età (al secondo anno del corso di laurea) ero convinta che il diritto del lavoro fosse qualcosa di molto vicino alla tutela degli oppressi, io che, al liceo, avevo fatto una tesi di filosofia sulla dialettica marxiana, e avevo studiato, con entusiasmo, il terzo libro de “Il Capitale”, e guardato estasiata, al cineclub, “Crepa padrone, tutto va bene” di Jean-Luc Godard e “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri. A quell’età sei convinta che, a conoscere bene il diritto, puoi cambiare davvero le cose e rendere il mondo più giusto. Ecco perché mi perdevo tutto il giorno dentro i manuali. 

In sorte, mi toccò di studiare sul manuale di Giuseppe Pera che era di certo un noto e apprezzato giuslavorista ma mostrava di avere delle relazioni industriali (e dello strumento dello sciopero) una concezione profondamente diversa dal mio giovanile e acerbo idealismo.

Pia Pera era sua figlia. E io l’ho scoperto col libro di Trevi. E doveva amarlo tanto quel padre ed ammirarlo tanto perché costituì, insieme alla madre, la filosofa Elvira Genzone, la Fondazione Giuseppe Pera.

Pia Pera era una donna straordinaria e, ho pensato, una figlia straordinaria deve avere un padre straordinario, nel senso di “extra-ordinem”, come suggerisce il vocabolario Treccani, che esce dall’ordinario, dal solito, dal comune. E dalle regole.

Infatti, scrive Trevi: “Si capiva subito che Pia era un essere bizzarro, assolutamente non conformista: un vero tesoro, nel deserto sociale e nella prigione delle buone maniere intellettuali. Tanto per dirne una, pur essendo impegnata in severi lavori di traduzione di vecchi testi di religione…, le piaceva scrivere di sesso, in modo molto disinvolto… Pia, semmai, incarnava alla perfezione, in questi suoi primi tentativi, un atteggiamento filosofico, ovvero un modo di intendere la vita, che si potrebbe esattamente definire libertino.”

“ ‘Per gli esseri umani solo la realizzazione dell’amore vale la vita.’ ”

È una parte dell’epigrafe del romanzo “L’apparizione”, il capolavoro dell’altra delle “Due vite” di cui narra il libro, Rocco Carbone, ma che corrisponde perfettamente al ritratto che Trevi fa dell’amica Pia. “Nel fondo dell’anima di Pia, anche nei momenti più difficili e disperati, resisteva sempre una vocazione inestirpabile ad accudire, proteggere – esseri umani, animali, vegetali. E quel gesto protettivo… le è così connaturato che assomiglia più al respiro e al battito del cuore che alle decisioni consapevoli… quando fare il bene è una cosa che letteralmente ti scappa, mentre nemmeno ci pensi…” “Pia, questa incantevole “signorina inglese”… era, nella sfera d’azione sentimentale, un’inveterata masochista, una volontaria vittima da infilzare.”

Ma non ci ho visto masochismo: in questa donna, che viveva per amare e amava per vivere, ci ho visto l’altra faccia della sua “vocazione a proteggere”, che spesso conduce a fraintendere il bisogno dell’altro, perché, come spiega Trevi, più avanti, “(come se lo spirito umano, lasciato libero di scegliere, non si pascesse proprio di tenebre e di errori, non si crogiolasse nelle approssimazioni!)”

In una recente intervista, rilasciata nell’ambito delle manifestazioni del Premio Strega, Trevi confessa di essere appassionato del “ritratto”, in tutte le forme d’arte, dalla pittura alla musica, forse perché, come l’aria di caducità, di finitudine, che si respira nelle pagine del suo libro, “non c’è nulla che più della fotografia (del ritratto?)… ci ricordi la nostra transitorietà e futilità”.

Attraverso il ritratto dei suoi amici, fotografia della mancanza mai sentimentale, Trevi riflette sulla vita (e sulla morte, che ne è la sostanza).

E dice ciò che ne pensa.

Che il dolore non serve a niente. Anche se il libro ne è pieno, anzi straripante, al punto che, mentre lo leggi, ti senti in colpa perché provi piacere nel leggerlo.

Non ammetterò mai che un dolore o una malattia servano a qualcosa, è solo una consolazione moralistica…

Che non somigliamo a niente, neanche a noi stessi, che siamo ombre.

“… nell’universo non c’è nulla che davvero ci assomigli, noi stessi non ci assomigliamo, e ogni forma di identificazione non è, in fin dei conti, che il casuale sovrapporsi di ombre fuggitive.”

Mentre penso che l’ombra ha sempre bisogno della luce per esistere, e questo pensiero mi piace perché non c’è niente che riesca a vivere senza la luce, da qualunque parte giunga. E penso che non sia importante somigliare a qualcosa, penso che sia importante poter esistere a condizione che qualcos’altro esista con noi.

Che la vita è la storia di un tentativo di salvezza.

Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.”

E penso, mentre lo leggo, che non bisogna mai smettere di tentare, no, non per salvarsi, ma per vivere, anche se non ti salva, anche se finisci col perderti, perché chi l’ha detto che la bellezza non possa consistere nell’abbandonarsi, nello smarrirsi? No, alla vita non si scampa, la vita si vive perdendosi. In diritto le “res derelictae sunt res nullius”, e questa cosa mi piace, mi piace che le cose abbandonate non siano di nessuno.

Infine, che il caso (dis)ordina e domina il perenne fallimento della vita umana.

“Il fatto è che nelle nostre vite il caso e il più inflessibile concatenarsi degli eventi si assomigliano in modo da diventare esattamente identici – e forse è proprio questa opacità a permetterci di tollerare l’urto delle cose, senza mai farcene una ragione ma finendo per accettarle.”

Io non credo nel caso, e nemmeno Trevi, altrimenti non scriverebbe. Credo che quel caso, che chiamo Natura, possiamo in qualche modo, con la nostra forza, farlo diventare vita, quella che ci fa diversi uguali e unici e pieni di “Sogni e favole”.

Come ogni grande scrittore, Trevi si contraddice, almeno in apparenza, se ci si ferma alla segnaletica stradale che infila nella sua narrazione per indicare al lettore il percorso, e non farlo deragliare.

Trevi è più forte del caso, del dolore, dell’incidente, della malattia, dell’amicizia perduta, della morte stessa.

E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.

Perché chi scrive sconfigge la morte. 

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