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‘Venti minuti possono bastare’: promessa, paura, conforto, supplizio e – vita, vita, vita che si srotola a precipizio, senza pause, senza confini, smossa da chiaroscuri che non salvano tempo, che non indossano orari: mattino pomeriggio sera, un oltre che si staglia, un magma che si addensa, è dialogo e perdizione, furore, pietà.

Leggere questo è leggersi addosso e più sotto, più dentro; è riconoscere un’impronta velata dal quotidiano – quel passaggio che inquieta ordinarie sicurezze, un abbraccio di denti che smeriglia ipocrisie: lei scrive, Poeta che scrutandosi ci scruta (come i gatti alla finestra); cauta, solenne, ironica oltre misura, cruda e lieve; scrive tra le corde dell’istinto e d’una agognata, frustrante ragionevolezza, lì a preservare l’amore e le fughe, gli slanci del giorno indossato come un mantra, una quotidianità da tollerare tra un delirio e una certezza, da schiudere in versi che sconfinano in addii, e che poi si riavvolgono – mattino giorno sera.

Alba Gnazi

 

Il mattino è come i gatti alla finestra

Stanotte mi è cresciuto il cuore
o almeno credo
che sia per questo
che sto per soffocare
io non sento movimenti
le dita sono fredde
e le finestre ancora chiuse
pensavo ne tolgo un pezzo
faccio spazio e lascio un vuoto
taglio via, casomai
– ritento –
perché lo sento nella pancia
e a volte anche in testa
mi chiedo quale sia
il senso del riempire
se poi ti toglie il fiato
e torni un po’ a crepare
non credo in soluzioni
se non nell’annullare
la parte circostante
lasciando solo Il male.
Lo vedi sono piena
e ti guardo come i gatti
la luna alla finestra.
 
 
Il pomeriggio sta in quei venti metri
 
Ci sto tutta in quei venti metri
venti metri tra la H e la D
How To Do
in cui mi tieni la mano
Stop
senti che ronzano le dita sull’asfalto
le mie che inciampano sempre
le tue troppo veloci che hanno fretta
dislivelli sopra e sotto il mio nero
sotto il tuo bianco
Neve/Kiss
tutto niente grigio
venti metri separati da un addio.
 
Venti metri di corda
appesa e il cappio stringe
si cala e mi prende
mi tende la mano
“vieni con me “ dice lui
ti abbraccio e stringo
stai ferma lì.
 
Pensieri a metri, venti
srotolo la matassa, sbroglio i nodi
riavvolgo chi non c’è mai
le forbici di plastica
sono crudeli e lente
come la cura nello sfilacciare
l’impegno costante e richiesta
ché non vogliamo tagli netti
e osserviamo estranei
il saltare dei nervi
un poco alla volta
in quest’arpa tesa.
Suonerò stasera per l’ultima volta
venti minuti possono bastare.
  
 
La Sera è sempre senza nome
 
Striscio sui miei passi scuri
e mi pulisco i piedi
sempre e solo fuori
(le cose sporche fuori)
è un silenzio di stomaco
sfrattato senza avviso
che ha intenzioni felpate
verso stanze notturne
dove inciampo sempre
e gomiti su spigoli
che suonano vendette
solo che non ho fretta adesso
in tasca ho il pieno di benzina
in testa l’onda verde dei semafori
mi riporta sempre qui
a stendermi a faccia contro il letto
e la notte che mi preme sopra
boia del mio giorno.
 

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