Davide Puma 

“L’arte ha il compito di portare poesia e bellezza come elementi rigeneranti”

Esplorazione, raccoglimento, ricongiunzione nel segno distintivo (mai scontato) di un linguaggio unitario (quello dell’arte) incardinato sul desiderio di svelare l’inconoscibile attingendo (con sorprendente curiosità) alla tavolozza del creato. Tratti intinti nella sostanza di un credo mai pago che, senza tralasciare l’impercettibile, l’incorporeo, l’etereo, si materializza nell’energico perimetro di figure adamantine. Parliamo di Davide Puma, artista sanremese, classe ’71, che abbiamo intervistato e del quale, attualmente, riferimento in Italia è la “Galleria Gagliardi” di San Gimignano, in provincia di Siena.

 

In tre aggettivi, chi è Davide Puma?

DP – “Uno, nessuno e centomila”, risponde sorridendo.

Qual è (o quale potrebbe essere) l’aneddoto che meglio ti rappresenta?

DP – Mi viene subito in mente la prima volta che ho dipinto una mucca, a Bardineto, durante un concorso in estemporanea. Invece di scegliermi, come tutti, la veduta del paese, o uno scorcio della chiesa, ho deciso di piazzare il mio cavalletto al centro di un pascolo di mucche. Immaginate lo scenario, la foschia che saliva dalla valle, il silenzio surreale, i movimenti lenti e pesanti di quegli animali che guardavano a giusta distanza. Qualcuna a volte si avvicinava un po’ troppo e mentre ero intento a dipingere, l’allontanavo con versi sventolando la tavolozza davanti. Lì ho avvertito, per la prima volta, la possibilità, con la pittura, di trascendere l’immagine, di creare un linguaggio che va dentro alle cose mostrandone la parte invisibile.

Com’è nata (e cosa alimenta) la tua passione per l’arte?

DP – È nata come per tanti, da bambino, con disegni fatti a casa e a scuola. Nella mia libreria ricordo una enciclopedia che trattava i musei più importanti del mondo. Sfogliavo le immagini con entusiasmo libero dal sapere i nomi e correnti artistiche, non ne avevo bisogno. Ritornavo spesso sull’immagine di un dipinto di Rembrandt, “La ronda di notte”, affascinato dalle due figure centrali, soprattutto dal cavaliere con la divisa dorata. Crescendo il mio interesse si era spostato su altro; lo sport, la letteratura e lo studio della musica. Solo all’età di 34 anni è maturata in me la convinzione che la pittura potesse essere la mia nuova via. Ho avuto subito l’impressione di trovarmi a mio agio di fronte alle cose e al mondo. Da allora c’è una continua ricerca, unita alla studio della storia dell’arte. I miei viaggi girano sempre intorno a musei, chiese e palazzi. È l’arte stessa che mi alimenta e mi rimette in circolo, così come la contemplazione della natura.

Per Vincent Van Gogh “l’arte è l’uomo aggiunto alla natura – natura, realtà, verità. Ma col significato, il concetto, il carattere che l’artista sa trarne, che libera e interpreta”, per Davide Puma?

DP – Penso ad una citazione del filosofo tedesco LudwigFeuerbach: «Siamo situati all’interno della natura; e dovrebbe essere posta fuori di essa la nostra origine? Viviamo nella natura, con la natura, dovremmo tuttavia non essere derivati da essa? Quale contraddizione!». L’arte è l’espansione del pensiero umano e questa dilatazione partorisce con una velocità sorprendente nuovi canoni di cultura, ma dove attinge se non dalla Natura, dallo Spirito e da se stessa?

Osservando alcuni dei tuoi “luoghi”, delle tue tele, sovviene una riflessione di Romano Battaglia: “C’è un luogo dove la pace della natura filtra in noi come la luce del sole tra gli alberi. Dove i venti ci comunicano la loro forza e gli affanni si staccano da noi come foglie”. È corretto considerarlo uno dei tuoi leitmotiv o, così non fosse, potresti parlarci dei tuoi “motivi conduttori”?

DP – Devo dire che negli anni si è fatta molta pulizia a riguardo. Ho cominciato dipingendo giacche pantaloni, camice appese e scarpe da ginnastica oppure macchine da scrivere, più volte la stessa Olivetti 56. Mi rendo conto che erano dei soggetti vicini al mio quotidiano che sono serviti come pretesto per entrare nell’universo della pittura. Come dire: “Prima le gambe devono diventare forti e robuste e poi si può cominciare il viaggio”. Ora, guardando i quasi dieci anni di pittura, vedo che in ogni mostra personale ho voluto trattare il rapporto dell’uomo con la natura, con il cosmo e con se stesso. Intravvedo nella ricongiunzione al tessuto primario l’unica via possibile per la salvezza non solo del genere umano ma del pianeta intero.

La nascita di ogni tua opera è il frutto di…?

DP –   …una visione, che io tengo nella mente per un po’, la modello prima di metterla su carta sotto forma di bozzetto. Il disegno mi aiuta a visualizzare l’opera sulla tela nella cromatica e nella composizione. Non c’è un unico atteggiamento nella creatività, a volte pensare ad una composizione pittorica esclude dal sentire e il pathos, quello importante, esce fuori durante la creazione stessa.

Con quale “atteggiamento” vivi l’idea di fede e con essa quelle di morte, fato e/o casualità?

DP – Il mio rapporto con il divino è quotidiano e costante, vi è un dialogo ininterrotto che mi aiuta a mantenere la rotta nel mio viaggiare. Il mio lavoro è principalmente fatto nella solitudine. È rivolto ad un mondo invisibile da cui attingo idee o ispirazioni. Tutto è in continuo divenire, ogni stato dell’esistenza e ogni forma dentro essa, fa parte di un costante processo di cambiamento. Credo nella consapevolezza più che nella gioia o nella malinconia. Il mio lavoro ha un linguaggio universale ma non parla mai di morte, sono interessato e affascinato piuttosto al mistero dell’esistenza. Penso che facciamo parte di un enorme e unico tessuto in continuo divenire dove la casualità si manifesta dentro al destino creando le sfumature o il modo in cui gli eventi si debbano compiere. Quando lavoro su un’opera arriva il momento in cui partecipa la casualità del gesto e del segno, non c’è più il controllo ma mi affido all’imprevedibilità.

Oggigiorno qual è (o quale dovrebbe essere) la funzione dell’arte e quali responsabilità deve (o  dovrebbe) assumersi?

DP – L’arte è sempre stata al servizio del genere umano, e man mano che cambiavano le domande cambiavano anche le risposte. Nel secolo passato c’è stato uno stravolgimento radicale, da Duchamp in poi tutto è paradossalmente arte. Con l’avvento di internet l’arte è praticamente ovunque. Come uno specchio del nostro presente, ci dice chi siamo, che periodo stiamo attraversando, consegna una chiave di lettura dello stato di salute della nostra società. Qualche giorno fa vedendo una foto di Damien Hirst affianco ad una sua opera che consisteva in una mucca vera, impiccata e squartata, con le interiora ai suoi piedi, ho avuto un forte shock e la mia prima emozione è stata quella di rabbia nei confronti dell’artista. Poi, a freddo, ho affrontato l’argomento e mi sono reso conto che quell’opera aveva ottenuto l’effetto voluto, quello di mettere in faccia una scomoda realtà dei nostri tempi. Lo sfruttamento degli animali dai macelli alla vivisezione. Ecco l’arte oggi ha anche questo compito, scioccare perche il livello di indifferenza al disagio e al dolore si è alzato di parecchio. Il pianeta è ferito, e la ferita è una bocca che ti parla, se solo la sapessimo ascoltare. Ma l’arte ha comunque, sempre, il compito di portare poesia e bellezza come elementi rigeneranti per dare speranza.

Progetti in corso, imminenti e futuri.

DP – In questi giorni è stato inaugurato nella cattedrale di Ventimiglia un mio dipinto di grande dimensione che rappresenta il Beato Tommaso Reggio. Fu una figura importante in Italia nella seconda metà dell’800. Diede vita al primo giornale cattolico. Fondò la congregazione delle suore di Santa Marta ed ebbe, a fine secolo, la nomina di vescovo di Ventimiglia e, in seguito, di Arcivescovo di Genova. Si è appena conclusa la mostra collettiva “Essere (e) Mistero” a cura di Maria Rita Montagnani dove ho presentato il lavoro “SangueDentro”. Dal 28 giugno sono presente, a Spoleto, per la mostra collettiva che rientra nel calendario del “Festival dei Due Mondi” a cura di Alberto D’Attanasio. Il 6 settembre inauguro, a Milano, “FinalmenteFiori” la mia sesta personale alla “Galleria Silbernagl & Undergallery” dove presenterò dei nuovi lavori che creano un’ulteriore svolta con ciò che ho fatto finora. Nello stesso periodo, il 10 settembre, sempre a Milano, sono presente nella collettiva sui “5 sensi” a cura di Silvia Ceffa, nello spazio Tadini. Mentre per il 2015 ci sono progetti, oltreché in Italia, all’estero, dei quali parlerò più avanti.

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