Attrazione, ancora

Ma dimmi, chi sono, questi girovaghi, questi anche un po’
più fuggitivi di noi…

Rilke

Giunti alla fine del viaggio, ci auguriamo che la riflessione aperta dalla rubrica “Dall’inizio” abbia stimolato e possa continuare a farlo, l’urgenza di riconciliazione tra parola della poesia e mondo. Se con “mondo” s’intende lo spazio liminare di cui il testo necessita per creare nuovi spiragli di senso, allora in gioco sarà la capacità ri-creativa sempre fondante della poesia. Per questo, speriamo che tra “apertura” e “chiusura”, inevitabili nello sforzo autointerpretativo degli autori coinvolti, sia trapelata l’urgenza di trasmissione della parola, la sua tradizione: la “consegna” originaria, cioè, della scelta, con tutto il carico di ambiguità che comporta fino al rischio estremo del tradimento del senso.
Mantenere alto il livello di attenzione e custodia, allora, perché questa consegna continui a essere sempre “dall’inizio” e perché, come ci suggerisce Carmen Gallo al termine del suo intervento, «occorre ridere o piangere, […] restare in movimento».
Ringraziamo tutti gli autori (Vito Bonito, Giovanna Frene, Maria Grazia Calandrone, Federico Italiano, Filippo Davoli, Andrea De Alberti, Vincenzo Frungillo, Laura Pugno, Luciano Neri, Marilena Renda, Italo Testa, Francesca Serragnoli, Tiziana Cera Rosco, Marco Giovenale, Francesca Matteoni, Gilda Policastro, Andrea Inglese, Massimo Gezzi, Azzurra D’Agostino, Tommaso Di Dio, Davide Brullo, Laura Liberale, Renata Morresi, Matteo Pelliti, Marco Simonelli, Lorenzo Mari, Davide Castiglione, Bernardo De Luca, Maria Borio, Carmen Gallo) che hanno partecipato alla rassegna e nel dire arrivederci ai lettori li ripresentiamo in ordine di apparizione, come viatico per quei “nuovi inizi” da loro raccontati che invitano a un ritorno, a «non fermarsi […] (non per sempre)».

Gianluca D’Andrea e Gabriel Del Sarto

 

 

***

 

Dall’inizio (Carmen Gallo)

 

Il sarto morto due strade più in là. I funerali
nella chiesa troppo grande per chiunque.
La figlia prende la parola, dice, il miracolo
il miracolo di averlo avuto con noi,
con gli occhi aperti e tutto il resto. Usciamo.
La piazza controluce è un autobus di turisti
cinesi. Torniamo a casa, saliamo le scale,
e con noi tornano le panche di legno
sotto l’enorme altare barocco
la conversazione banale, l’odore dei fiori forte.
Spesso guardo l’altalena nel parco sotto casa
la spinta che la mano imprime all’oscillazione
di corpi minuscoli, vulnerabili. A volte
esco sul balcone chiedo alle madri di smettere,
ai bambini di tenersi forte
perché tutto questo è assurdo, e non vale la pena.
Credo di dire ma non accade. Non è reale.
Resto a fissare quei corpi capaci di restare
nel movimento dell’aria e della forza.
Alcuni ridono o piangono, ma nessuno
ha davvero paura.

 

Per questa rubrica di auto-commenti intitolata Dall’inizio, ho deciso di partire dalla fine. O meglio, dall’ultimo testo che chiude il mio libro Le fuggitive, e in ordine di tempo l’ultimo testo che ho scritto e ho ritenuto compiuto per la pubblicazione. L’ho scelto perché è particolarmente adatto alla richiesta di ragionare intorno all’apertura al mondo, e perché al momento, ancora a distanza di anni, è la soluzione forma-contenuto che mi interessa di più, e che mi interesserebbe continuare a perseguire. Ciò che intendo è che si tratta di un componimento in cui è pienamente riconoscibile – a differenza della stragrande maggioranza dei miei testi precedenti, pieni di verbi all’infinito e di figure/personaggi – una prima persona singolare, tutto sommato identificabile con chi mette il nome sulla copertina del libro. Ancora a differenza dei miei testi precedenti, il contesto della poesia non è fantasmatico, ma piuttosto connotato: si allude a due scene di vita comune. La prima è quella del funerale, e del paesaggio turistico che si apre all’uscita dalla chiesa. La seconda è quella dei bambini che giocano sull’altalena nel parco. Le due scene costituiscono i due poli del componimento, quasi un’antitesi come vorrei spiegare, ma anche la sintesi di due spinte opposte che attraversano l’interno libro Le fuggitive (tutto è doppio nel mondo delle Fuggitive).

Potremmo considerare la prima spinta – ravvisabile nel testo incipitario La corsa e nel poemetto centrale Le fuggitive, appunto – una spinta centripeta, che contribuisce alla creazione di un mondo claustrofobico eppure necessario per la ricomposizione di una soggettività frammentata, nel passato dei ricordi, nel presente della scrittura, nella visione/cecità del futuro. Un luogo di fantasmi che rappresentano la violenza e la esorcizzano attraverso forme ludiche o rituali, come l’ephedrismos, in un procedimento che a posteriori mi viene da associare al dramma luttuoso barocco descritto da Benjamin, per la commistione spiazzante di gioco, lutto, colpa, malinconia. Un luogo di inseguimenti e nascondimenti, che ricreano e insieme distorcono la dimensione infantile delle finzioni (adesso fingiamo che… adesso facciamo che tu…), aprendo crepe perturbanti. Le tracce mnestiche in prosa, che si alternano ai versi che raccontano le fasi del gioco greco e alle scene di inseguimento, sembrano a loro volta nascondersi dietro uno schermo onirico che tutto mostra e tutto smentisce: la minaccia, la paura, l’aggressione, l’ossessione, l’oppressione.

La sospensione fantasmatica prosegue nel poemetto che dà il titolo al libro: sebbene siano presenti referenti reali, che offrono una connotazione maggiore dello spazio-tempo rappresentato, l’anafora insistita del soggetto, che si esprime in terza persona plurale, in più con marche grammaticali al maschile, prosegue l’opera di nascondimento in una fuga – barocca anche quella – che mescola motivi e figure della sezione precedente.

La seconda spinta, centrifuga, contraria a quella appena descritta, si sviluppa nella terza sezione, Uscirne vivi, dove faits divers, appunti di cronaca, notizie scientifiche e aneddoti personali costruiscono invece un contesto reale, un’apertura al mondo, che accoglie la varietà dell’esistenza, ancora nella cornice della fuga e del nascondimento ma in una chiave comica, prosaica, umana. In questa sezione, i motivi delle prime due subiscono un abbassamento di registro, quasi un rovesciamento parodico, che allontana i fantasmi, addomestica le paure,  collettivizza la fuga.

È dopo aver attraversato questo percorso, che arriva la poesia del sarto morto. Nella prima parte del testo, la solennità del rito funebre in una chiesa troppo grande (la chiesa del Gesù Nuovo, a due passi da dove vivo, se a qualcuno interessa il dato preciso) è accompagnata dalla gratitudine della figlia per la vita vissuta, per il miracolo di ogni vita vissuta a occhi aperti. A questo grande spazio chiuso fa da contraltare un grande spazio aperto, la piazza, invasa da turisti che attraversano gli spazi della città indifferenti alla vita delle persone che abitano quei luoghi. Nel ritorno verso casa, la prima persona plurale, trova rifugio dal monito della morte (il funerale) e dallo straniamento dei luoghi colonizzati dai turisti. L’esperienza vissuta è rievocata attraverso la memoria visiva – l’altare barocco; uditiva – la conversazione banale; olfattiva – l’odore dei fiori.

Questa specie di epifania, che sorprende il soggetto nello spazio chiuso dalla casa, lo spinge a declinarsi finalmente al singolare, e a uscire allo scoperto guadagnando uno spazio-soglia, il balcone (di aneddiana memoria). Qui parte la seconda parte del componimento. Lo sguardo si sposta su una situazione non disforica ma euforica: i bambini che giocano al parco. Torna il tema dell’infanzia, non più declinata come il tempo della paura, della minaccia, della violenza, ma piuttosto del gioco senza lutto, senza colpa, senza malinconia. Il rischio che i bambini corrono oscillando sull’altalena, affidandosi all’altalena, è in prima istanza quasi motivo di angoscia. Il soggetto vede un pericolo, legge nei visi pieni di paura per il volo l’azzardo assurdo dell’essere in balìa dei pericoli e delle incertezze della vita. Vorrebbe addirittura salvarli, convoca – nel pensiero – le madri perché impediscano al peggio di accadere, perché si prendano cura. Poi intuisce una regola fondamentale del gioco, di ogni gioco, la regola che presiede alla partita di ciascuno con il proprio passato e il proprio presente. Accettare la paura. Accettare il vuoto nello stomaco. Ridere o piangere, ma restare in movimento. Non fermarsi, non nascondersi (non per sempre).

 

ph tratta dal film Sacrificio (Offret) – 1986 – scritto e diretto da Andrej Tarkovskij, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 39º Festival di Cannes.

Nota biografica

Carmen Gallo (nella foto in copertina di Dino Ignani) vive a Napoli. Ha pubblicato Paura degli occhi (L’Arcolaio 2014, finalista Premio Montano 2016), e Appartamenti o stanze (D’If, 2016, Premio Castello di Villalta 2017) e Le fuggitive (Aragno 2020). Nel 2019 è stata inclusa nel XIV Quaderno di poesia contemporanea a cura di F. Buffoni (Marcos y Marcos), e nell’antologia della giovane poesia europea Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas, a cura di F. Italiano e J. Wagner (Carl Hanser 2019). Un’ampia selezione delle sue raccolte è presente nell’antologia tedesca Die Maulposaune. Gedichte aus Italien, a cura H. Thill e C. Caradonna (Das Wunderhorn  2019). Ha curato e tradotto Tutto è vero, o Enrico VIII di Shakespeare per Bompiani (2017) e pubblicato il saggio sui poeti metafisici inglesi L’altra natura. Eucaristia e poesia nel primo Seicento inglese (ETS, 2018, Tempera Book Prize 2018). Ha curato il volume sul barocco La Misura del disordine. Miraggi e disincanti nella poesia barocca europea (Pacini 2020) e la traduzione del dramma contemporaneo Ritratti di figure con veleno di Caryl Churchill (Editoria e Spettacolo 2020).  Il suo ultimo lavoro è una nuova edizione e traduzione di The Waste Land di T.S. Eliot, intitolata La terra devastata per il Saggiatore (2021). È nella redazione del blog Le parole e le cose2. Insegna letteratura inglese alla Sapienza Università di Roma. 

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